Val Plumwood (1939-2008) attraversa un cimitero australiano in cui è seppellito suo figlio. Una madre che assiste alla nascita e alla morte di un figlio: un evento intimo e poco condivisibile al di fuori della cerchia familiare; e infatti non c’è traccia di dolore nel suo resoconto, ma lucidità nell’elaborare i pensieri che sorgono mentre si dirige verso l’ultima dimora del figlio.
Plumwood è rimasta sempre discreta sulla sorte tragica dei due figli avuti col primo marito, John Macrae dopo essersi incontrati, neanche ventenni, all’Università di Sydney. Presto, troppo presto. Come scrivono Freya Mathews, Kate Rigby e Deborah Rose introducendo uno dei più celebri libri di Plumwood (The Eye of the Crocodile, 2013): “le difficoltà emotive e finanziarie legate al mantenimento di due bambini piccoli erano talmente impetuose per due genitori così giovani che, per poter proseguire gli studi, Val si sentì costretta a dare in adozione la loro bambina”. Nata nel 1960, la figlia Caitlin viene uccisa da adolescente; nato nel 1958, il figlio John muore di una malattia degenerativa poco più che ventenne.
La visita al cimitero si tiene in sole otto pagine – che qui mi propongo di ripercorrere – di un’intensità febbrile, frutto di un vissuto doloroso, elaborate in un frangente in cui la stessa Plumwood si appresta a vivere la stessa esperienza. Ed è così, e non come articolo scientifico (di non so quale fascia) che le considererò. Nate per un forum sul rapporto tra religione ed ecologia promosso dal Center for the Environment dell’università di Harvard, diffuse nell’ottobre 2007, queste pagine sono pubblicate postume (“Tasteless. Towards a Food-Based Approach to Death”, in Environmental Values, vol. 17, n. 3, 2008, pp. 323-330), come se anche l’autrice ci parlasse da un altrove.

Due visioni
Attraversando il cimitero, Plumwood si rende conto che al suo interno si dispiega – come un libro squadernato – una topografia o una storia sociale della morte e delle pratiche di sepoltura. Individua due atteggiamenti, paradigmatici del nostro rapporto alla morte.
Vicino al cancello d’ingresso si trova la parte più antica del cimitero risalente a circa un secolo e mezzo fa (è un cimitero giovane per gli standard europei). Qui si ergono diversi monumenti commemorativi di marmo o pietra arenaria, con figure irte su alti pilastri, pallide come fantasmi, pronte a sbarazzarsi del loro corpo geologico e spiccare il volo verso l’alto.
Agli occhi di Plumwood incarnano l’Heavenism (traducibile con un barbaro “cielismo” o “paradisismo”), come la denomina il teologo australiano Norman Habel. In queste rappresentazioni la terra non è altro che il luogo abbandonato per essere accolti nei cieli per i secoli dei secoli. Liberi dal fardello del corpo, l’anima raggiunge – o torna – nella dimora celeste e paradisiaca. “Per l’heavenism, la terra è tutt’al più un alloggio temporaneo; la vera casa dell’uomo è oltre la terra, in paradiso”; “siamo scissi in una parte incarnata e deperibile che appartiene alla terra e in uno ‘spirito’ pensante e imperituro che appartiene al cielo e al paradiso. I corpi sono destinati a perire, ma l’anima, il vero sé, ha vita eterna in un regno separato”. Come precisa Habel sottolineando il dualismo di tale visione: “we believers are going to heaven so to hell with Earth” – to hell with, traducibile col nostro mandare in malora.
Eppure, mentre l’anima si emancipa dalla gravità terrestre in accordo con la volontà divina, le spoglie mortali non sono abbandonate al loro destino terreno e terrestre ma ci si sforza di preservarle il più possibile inalterate. In che modo? Isolandole dalla terra nella quale sono seppellite six feet down: “si suppone che la bara solida, convenzionalmente sepolta ben al di sotto del livello di attività della fauna del suolo, e la lastra sopra la tomba per evitare che qualcosa ci disseppellisca, impediscano al corpo umano occidentale di diventare cibo per altre specie”.
Cibo per le altre specie? Ci tornerò più in là, continuiamo ora a seguire la peregrinazione cimiteriale di Plumwood. Giunta in una sezione più recente, costruita a partire dagli anni 1920, quella in cui è sepolto suo figlio, il paesaggio scultoreo è irriconoscibile: “una grigia sequela di massicce lastre di cemento, i cui rettangoli, linee rette e superfici levigate segnano la visione più cruda del razionalismo moderno e del materialismo riduttivo. Queste lapidi commemorative restano silenti riguardo alla morte – grande tabù della modernità – e le loro iscrizioni minime raramente rivelano altro dai nomi e dalle date”.
Nella forma geometrica delle lapidi si esprime l’ultima parola della specie umana, il terminus oltre il quale è incapace di spingersi, paralizzata davanti al mistero di una morte cui è negata quella trascendenza prima garantita dalla fede nell’aldilà. Si delinea così un nuovo rapporto con la morte intesa come grande nulla, fine della vita, end of the story, limite ultimo della storia del sé, “loss of story, the narrative of no narratives”. Il nostro io scompare appena non c’è più pulsione di vita, non c’è più coscienza, non c’è più attività cerebrale, non c’è più embodiment. La modernità che si è sbarazzata delle illusioni del passato non sa offrire una qualsiasi narrazione alternativa – “With the end of consciousness, we are confronted unavoidably with the end of self”.
Per Plumwood si tratta di un fallimento della modernità, abile nello squarciare il velo delle illusioni e nel promuovere il disincanto ma incapace di “provide an ecological or earthian identity or narrative to replace the heavenist one”. Basta dare un’occhiata alle lapidi marmoree: davanti al mistero della morte, non hanno altro da offrire che i loro angoli netti, le loro superfici nude e lisce, il laconismo delle iscrizioni in stile catastale, le sepolture ridotte a lotti o, ancora, lo sfalcio delle erbacce ai piedi delle lastre. Un rapporto con la vegetazione che, a colpi di erbicidi, s’accompagna bene alla scultura e all’architettura funebri: isolando il corpo, ritardano la decomposizione ed evitano che diventi nutrimento per altre forme di vita. In fondo neanche la modernità si è liberata dal dualismo anima/corpo, limitandosi ad offrirne una visione laica.

Eccezionalismo
Plumwood non si ferma alla divisione tra chi crede nella vita ultraterrena e in uno spirito disincarnato votato all’eternità celeste e chi crede che alla morte d’ogni speranza con la cessazione della vita organica, insomma tra una visione religiosa e una materialista. Poco importa che si creda in una o nell’altra dal momento che, in entrambe, il prezzo da pagare resta altissimo: “alienazione dalla terra nel primo caso e perdita di significato e di continuità narrativa per il sé nel secondo”. Il cimitero diventa così lo spazio – fisico e simbolico – in cui si gioca in modo drammatico “the modernist dramas opposing exceptionalist heavenism to exceptionalist atheism”.
Due visioni opposte della vita e della morte risultano in finale compatibili e conciliabili in quanto entrambe poggiano sullo stesso zoccolo duro, quello dell’eccezionalismo umano. L’unica differenza sta nel modo in cui tale eccezionalismo prende forma: nel primo caso versetti biblici e figure alate e smunte, impazienti di spiccare il volo, nel secondo massi squadrati e minimalisti che disgiungono il cadavere dalla nuda terra. La promessa della vita ultraterrena da una parte, l’esistenza come unico orizzonte dall’altra.
Se il materialismo ateo nega l’heavenism, in fin dei conti ne è “una continuazione e persino un’affermazione in forma amputata – un’inversione in cui l’originaria scissione spirito/materia viene mantenuta ma il lato precedentemente svalutato (il corpo, la materialità) viene ora affermato – senza tuttavia un pieno ripensamento della materialità necessaria per un autentico oltrepassamento della questione del dualismo”. Nessuna alternativa al di là del disincanto. Restiamo così presi in una falsa alternativa: “the choice of (narratives of) alienated continuity versus reductive-materialist discontinuity”.
Se il cimitero mostra due visioni della morte – cristiana e atea, monoteista e moderna – entrambe “ereditano l’eccezionalismo umano e l’iper-separazione che alimentano la crisi ambientale”. La visione modernista è infatti altrettanto trascendente: la morte è opposta alla vita, allo stesso modo in cui lo sono l’umano e la natura. Plumwood parla della morte umana attraverso quella di suo figlio, ma non dimentica che le sue riflessioni s’inscrivono sullo sfondo della crisi ambientale e del nostro modo di abitare la Terra.

Essere preda
Si dà il caso che, nel periodo in cui Plumwood girovaga per il cimitero, raccoglie materiale sul tema della morte – questa volta la sua – scampata per un pelo. Nel postumo Eye of the Crocodile elabora un’esperienza traumatica vissuta al Kakuda National Park nel 1985, quando restò vittima dell’attacco di un coccodrillo. Un incontro ravvicinato che costituì un giro di boa del suo pensiero. Ne uscì terrorizzata, ferita ma viva. E soprattutto interdetta: per il coccodrillo – che, non dimentichiamolo, è un dinosauro miracolosamente sopravvissuto all’estinzione del Cretaceo – Plumwood non è una rispettata ecofemminista e filosofa dell’ambiente ma una preda qualsiasi, carne fresca e cruda per placare la fame e riempirgli lo stomaco.
Essere preda. Essere cibo. Mentre il coccodrillo affonda i denti nella sua carne, Plumwood non riesce ad accettare che l’esperienza subita stia davvero accadendo: “Ricordo vividamente la mia incredulità e la mia indignazione quando mi sono trovata a essere cibo per un coccodrillo […] avevo la sensazione che la mia vita fosse qualcosa che mi apparteneva, vita che il coccodrillo ora pretendeva in modo oltraggioso”.
Per Plumwood non si tratta né di perdonare l’animale perché agisce per ignoranza o per istinto, né di riconciliarci con lui in quanto appartenente alla sfera dei viventi; quella del perdono è una logica cristiana che le è indifferente e che trova soprattutto insoddisfacente dal punto di vista intellettuale. Si tratta invece d’interrogarsi sul nostro (dove il noi sta per animali umani) rapporto col mondo animale: “I concetti dominanti dell’identità umana posizionano gli umani al di fuori e al di sopra della catena alimentare, non come parte del banchetto in una catena di reciprocità. Gli animali possono essere il nostro cibo, ma noi non possiamo mai essere il loro cibo. L’eccezionalismo umano fa di noi dei mangiatori di altri che non sono, a loro volta, mai mangiati”.
“Resi unici e singolari (exceptionalised) sia come specie che come individui, noi umani non possiamo essere collocati nella catena alimentare alla stregua degli altri animali. La predazione sugli umani è mostruosa”. Essere cibo per altre forme di vita: ecco il tabù, così radicato da poter essere infranto solo nella fiction, nelle canzoni black metal o nei film dell’orrore: il vampiro che si disseta succhiando sangue, il cadavere consunto dai vermi, gli alieni incubati nel nostro ventre.
È evidente come il pensiero di Plumwood non sia il risultato di un’elaborazione teorica, frutto di ricerche di biblioteca, messe in ordine in un ambiente ben climatizzato o nell’ufficio domestico. È, al contrario, il frutto di un’esperienza traumatica, vissuta in prima persona, in cui la “crocodile woman” (Robert Melchior Figueroa) è stata preda di una bestia.
Earthly life
Il cimitero australiano offre una chiara rappresentazione spaziale del modo in cui è evoluto il rapporto con la morte nelle società umane occidentali, due visioni opposte che, in entrambi i casi, trascurano la earthly life. L’uso della pietra – poco importa che sia scolpita per raffigurare angeli o forme geometriche – dimentica il fatto, basilare, che siamo o abbiamo dei corpi organici, che siamo “semplici membri dell’ordine ecologico e che la nostra vita è un dono di una comunità incarnata di altri esseri precedenti che dobbiamo nutrire”. Persino le nostre ossa finiranno per decomporsi e marcire, per essere raccolte da archeologi del futuro, impegnati a far combaciare un femore con una tibia per esporli nel Museo dell’homo sapiens.
Come considerare allora la earthly life? Attraverso, propone Plumwood, una comprensione ecologica del sé, un ritorno al corpo finora trascurato: “il corpo non si limita a ‘finire’ – decade o si decompone, la sua materia perde la forma organizzativa precedente e assume o viene incorporata in nuove forme in una condivisione di sostanza/forza vitale”. Il corpo finisce solo per coloro che si fissano sul soggetto umano.
Per riassumere con un passo messo in corsivo dall’autrice: “L’heavenism esprime l’eccezionalismo nella sua concezione dell’aldilà in un regno esclusivamente umano, completamente separato, mentre il materialismo riduzionista tratta l’aldilà in termini di assenza, di nullità. Per un materialismo ecologico e animista, invece, l’aldilà è una presenza positiva ed ecologica, una traccia positiva nella vita di altre specie – non l’assenza di una storia, ma un’altra storia che continua”.
Senza dubbio Plumwood è influenzata dalle culture indigene non occidentali, promotrici di rapporti inediti con la terra, di alternative al (falso) dualismo, dove la morte è fonte di nutrimento per la vita e per gli altri esseri ecologici. “A reciprocity ethic of mutual nurturance”, un’etica e un’ecologia più-che-umane che Plumwood elabora fino ai suoi ultimi articoli e giorni.
A casa
Sbaglieremmo a considerare Tasteless come un testo autobiografico perché, attraverso un evento così intimo, Plumwood mette in causa l’eccezionalismo umano della modernità occidentale.
Cosa vuol dire pensarsi in quanto esseri ecologici? Pensarsi come membri di una comunità di viventi più ampia – viventi tra i viventi –, di una comunità terrestre. Fino a qui molti sottoscriverebbero senza resistenze. Ma appena l’autrice aggiunge che pensarsi in quanto esseri ecologici comporta anche un rapporto di “vicendevole sostegno e cura” (mutual nurturance) con la terra, molti traballano. La morte come opportunità di vita per altri viventi all’interno di una comunità ecologica? Le nostre spoglie mortali abbandonate nella e alla nuda terra, i nostri corpi ridotti a concime, a compost in pasto ai vermi? La nostra morte – non una morte qualunque ma la nostra! – come compostaggio, come banchetto per animali non-umani?
Siamo pronti a “honour the dissolution of the human into the more-than-human flux”? O abbiamo smesso di credere alla morte come processo di trasformazione, a causa di una disaffezione per la morte che segna le nostre coscienze e il modo in cui abitiamo la Terra? Che questa dissoluzione, per citare l’Antigone di Sofocle, somigli al terribile volere di Creonte, re di Tebe che, negando le onoranze funebri, vuole abbandonare il cadavere di Polinice in pasto a uccelli e cani, punendo ogni inadempienza con la morte? Un decreto trasgredito da Antigone, sorella di Polinice, la quale, sfidando il potere politico ma in accordo al volere degli dei, getta sabbia sul suo corpo. Chi è pronto ad accettare l’odore del corpo morto dello starec Zosima contro l’illusione di Alesa che Dio non lascerà il corpo del santo puzzare, per evocare I Fratelli Karamazov?
Plumwood, infine. È felice che il cimitero di campagna australiano, il Majors Creek vicino Braidwood, sia un rifugio di specie botaniche, che crescano orchidee e che una lucertola gironzoli nei pressi della pietra tombale sotto la quale riposa il figlio e che l’abbia eletta a suo habitat. Si batte persino affinché non sia falciata l’erba. Una conferma che “living things should grow from the grave”.
Stroncata da un infarto il 29 febbraio 2008, il circolo di amici più stretti meditano sul da farsi. Proprio basandosi su Tasteless, cercano un modo di farla uscire dall’obitorio Kingston a Canberra ed evitare la cremazione. Il 30 marzo 2008 Val Plumwood torna a casa. Da allora riposa in un eco-burial o sepoltura ecologica del suo giardino, avvolta in un sudario di mussola bianca, tra tanti fiori ma anche terra e vermi, in una bara con incisioni di muschio, vombati, serpenti e uccelli lira, tra decorazioni di porpora, suo colore preferito.
Riposa sulla montagna che porta il suo stesso nome, vicino Braidwood, nei pressi di Canberra. Val Morrell, che diventa Routley prendendo il cognome del suo secondo marito Richard, viveva infatti in una casa di pietra costruita con le loro mani. Presto si ribattezzò Plumwood o “bosco di susini” in omaggio all’omonimo albero (Eucryphia moorei) della foresta pluviale che circondava la sua proprietà. Fedele al suo pensiero, in vita si è appropriata del nome della vegetazione circostante; fedele al suo pensiero, una volta morta ha restituito, a questa stessa terra, le sue spoglie.

In copertina: fotografia della sepoltura di Val Plumwood, foto © Peter Brandis
