Into the rewild, o l’Europa ferale

Make Our Planet Great Again

Non esistono refugia senza rewilding, senza passare attraverso il rewilding, alla lettera “to make wild again” o, con una goffa traduzione italiana priva dello stesso slancio, re-inselvatichimento. Se in Europa se ne parla da una decina d’anni, l’idea circola sin dal 1991 nell’ambito dell’ecologismo radicale e della biologia della conservazione, precisamente quando in Nord America nasce il Wildlands Project (ora Wildlands Network) assieme alla rivista “Wild Earth”.

Da alcuni mesi sono immerso negli accesi dibattiti sul rewilding e non ne sono ancora venuto a capo. Per semplificare, in linea generale consiste nella cessazione – se non nella cancellazione – di ogni attività umana dalla fauna e dalla flora terrestri, lasciando che l’ecosistema si ricostituisca ed evolva a suo ritmo, in assenza delle nostre sollecitazioni. Un laissez-faire in cui la natura, secondo l’espressione corrente, riprende i suoi diritti.

Che si possa creare un immenso rifugio ferale nel cuore dell’Europa? Mi sembra giusto porsi la domanda oggi, 22 aprile, in occasione della cinquantaduesima Giornata della Terra e a pochi giorni dal secondo turno delle elezioni presidenziali francesi. Non solo le questioni ecologiche hanno occupato, nel dibattito diffuso dai media, meno di un risibile 3%, ma il programma del presidente uscente è allarmante sotto ogni punto di vista: transizione energetica e biodiversità, inquinamento industriale legato all’agricoltura e ai trasporti, silenzio sull’attuale sistema economico e sul modello sociale, promozione di nuovi reattori nucleari. A giugno 2017, due mesi dopo la sua elezione, criticando la volontà del presidente americano Trump di far uscire gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima, Macron dichiarava “Make Our Planet Great Again”, invitando persino gli scienziati americani a lavorare in Francia. Dopo cinque anni è uno slogan da marketing pubblicitario, come quello delle bottiglie con meno plastica, e negativo è il bilancio ecologico del suo mandato e del suo partito. Al riguardo, in attesa dello scrutinio di domenica in cui, come si dice da queste parti, si sceglierà tra la peste e il colera, non posso che rimandare alle analisi puntuali di Greenpeace e di Réseau Action Climat.

Davanti alla complessità del dibattito sul rewilding, mi limito qui all’Europa e, in particolare, al progetto di tre naturalisti francesi: Gilbert Cochet, Stéphane Durand e Béatrice Kremer-Cochet. Il loro pensiero è restituito in due libri: Ré-ensauvageons la France. Plaidoyer pour une nature sauvage et libre (2018) di Cochet e Durand – che hanno anche contribuito alla realizzazione del documentario Les Saisons (2015) di Jacques Perrin e Jacques Cluzaud–, e il successivo L’Europe réensauvagée. Vers un nouveau monde (2020) di Cochet e Kremer-Cochet. Entrambi sono stati pubblicati nella collana Mondes sauvages di Actes Sud, che ospita tra i suoi titoli, finora una ventina, alcune pepite. Vista la continuità tematica (a cambiare è solo la scala geografica) e l’unità d’intenti tratterò i tre autori e i due saggi assieme. Cominciamo.

L’asse europeo

Cosa offrono queste pagine? Anzitutto un lavoro appassionato e minuzioso che analizza singolarmente diversi ecosistemi: montagne e promontori, fiumi selvaggi, il bacino mediterraneo, paludi, zone umide e steppa, coste e oceani, quelle foreste nemorali già descritte da Giulio Cesare nei suoi commentari. Un lavoro scientifico, inoltre, che fornisce numeri e previsioni per il futuro; disegna mappe sulla densità dei camosci e degli stambecchi nelle Alpi; compila liste di animali in pericolo, in via d’estinzione, estinti oppure tornati spontaneamente alla riconquista di un territorio, a partire dal lupo nel 1992. A seguito della sua strage, nel 1830 si contavano in Francia trenta milioni di abitanti e lo stesso numero di pecore. Perlomeno fino al 2019 quando, per la prima volta dopo oltre 150 anni, il lupo si riproduce in ogni stato dell’Europa continentale.

Queste pagine forniscono altresì stime di riproduzione di alcune specie; la presenza o assenza di colonie animali nei paesi europei; la loro densità storicamente comparata, per dimostrarne lo spopolamento o la ricomparsa; grafici sulla strage degli orsi e il loro ritiro in montagna; tabelle degli ultimi esemplari di lince abbattuti o della superficie forestale stato per stato; gradienti di naturalità delle foreste, che diminuisce procedendo dall’Europa orientale a quella occidentale e così via. Gli autori, fedeli alla ragione cartografica, ambiscono a costituire un Atlante delle specie viventi, animali e vegetali.

È questa la sostanza di un’indagine scientifica fondata su una raccolta di dati estesa nel tempo. Non senza alcune incongruenze, come la sensazione che gli animali vivano in o appartengano a stati-nazione specifici. Infatti la geografia fisica dell’Europa – Alpi, Carpazi, Pirenei, Caucaso, Balcani – è alternata e a volte sovrapposta alla geografia politica, come nel caso del bacino del Danubio o della steppa pontica, dove confini naturali e politici si confondono.

L’Europe réensauvagée insiste sulle caratteristiche geomorfologiche del continente europeo a partire dalla tripla orogenesi (alpina, caledoniana, ercinica); dai tre vulcanismi: da subduzione, di punto caldo, da dorsale medio-atlantica, ovvero i tre fenomeni vulcanici conosciuti sul nostro pianeta; dalle tre penisole: iberica, italica, balcanica – una caratteristica che sposta il limite meridionale dell’Europa al 36esimo parallelo; dai tre rifugi peninsulari dove, rispetto all’Europa continentale, che d’inverno offriva solo tundra o steppa per mammut, la vita continuava a proliferare. E questo per 80.000 anni – “L’isolamento geografico è la fonte della speciazione”[1]. Un isolamento evolutivo e prolungato come fonte di diversificazione, che ha permesso la presenza di specie endemiche in ogni penisola, come il lupo (Canis lupus), anch’esso distinto in tre sotto-specie: signatus (Spagna), italicus (Italia) e lupus (Balcani).

Le catene montuose marcano i confini naturali dell’Europa; mai lontana dal mare o dall’oceano grazie alle sue dimensioni contenute, beneficia di precipitazioni frequenti. Così agli occhi dei tre naturalisti l’Europa appare, in tutto e per tutto, come una terra benedetta.

Il rischio incorso è palese: lo slittamento, storicamente disastroso, dalla natura in quanto presenza di risorse naturali al naturale come sinonimo di ordinario, di consueto ma anche di legittimo. I tre autori non sembrano essere pienamente coscienti di muoversi su questo scivolosissimo crinale, attenti come sono a re-inselvatichire la loro nazione o il continente europeo. Tuttavia non si limitano a un esame fisico-naturale ma integrano in modo inestricabile anche la dimensione culturale: l’Europa è terra di naturalisti (Aristotele, Plinio, Conrad Gessner, Linneo, Lamarck…), sebbene l’idea della conservazione si sia affermata tardi. Perché l’Europa è anche il continente che ha risentito per primo dell’attività antropica, a partire dalla nascita dell’allevamento 9000 anni fa o dalla caccia sistematica degli ungulati, dei predatori, dei grandi piscivori o degli aironi considerati nocivi. “Un trio infernale, temibile e implacabile, composto dalla capra, la pecora e la mucca, parte all’attacco dell’Occidente”[2]. Nell’arco di 4000 anni la specie umana e gli animali domestici sostituiscono gran parte delle foreste vergini europee con dei pascoli, parallelamente allo sfruttamento delle risorse naturali viventi.

Quello di Cochet, Durand e Kremer-Cochet è un atto d’amore verso la natura e, parallelamente, verso il loro Paese o stato-nazione: la Francia, affermano, ospita la più ampia biodiversità d’Europa, eppure è stata “impoverita, uniformizzata, standardizzata”[3], ridotta a poco altro che uno stock di risorse da gestire. Un saccheggio avvenuto tra l’inizio del XIX secolo e gli anni 1970, perlomeno fino al 1976 quando, il 25 giugno, l’Assemblea nazionale vota all’unanimità (tranne un voto) la legge sulla Protezione della natura. “Durante gli anni sessanta, è al museo che si veniva a conoscenza della natura francese: guardando gli animali impagliati allineati sulle mensole e sistemati negli armadi”[4].

Ciononostante, le lobby hanno ridotto la portata di questa legge (le federazioni di caccia, particolarmente influenti in territorio francese, possono farsi passare come “associazioni di protezione della natura”) e, a livello giuridico, l’interesse umano primeggia sempre su quello naturale. È una legislazione confusa, sorprendente per un Paese così altamente burocratizzato come la Francia: “Lo stesso territorio può essere assieme una riserva naturale, una foresta demaniale e una riserva biologica integrale. Queste tre regolamentazioni offrono protezioni diverse ma spesso prevale lo statuto meno protettore. Il principio della riserva naturale è a geometria variabile”[5]. Malgrado tutto, parte della natura selvaggia è oggi protetta. Sembra paradossale ma a rischio di estinzione è la natura ordinaria: non la balena, la lince o l’aquila ma i passeri, le rondini, le farfalle e le api.

Ora, niente è perduto secondo i tre naturalisti. Ad esempio il 26 agosto 2005 degli escursionisti s’imbattono in tre bisonti d’Europa sui monti della Jizera in Repubblica ceca. Una specie assente in quel territorio sin dal XIX secolo e scomparsa dall’Europa nel 1927.

Sulla scia dell’associazione americana Y2Y, che include una zona selvaggia che va da Yellowstone (USA) a Yukon (Canada), Cochet, Durand e Kremer-Cochet difendono la creazione di un asse europeo ovest-est, e non più sud-nord, denominato C2C, corrispondente alla Cordigliera Cantabrica, ai Carpazi e al Caucaso. Ecco il loro rifugio ferale: 4000 chilometri che passano per i Pirenei, il Massiccio Centrale, le Alpi, le Alpi Dinariche (nella penisola balcanica), i Carpazi, i Balcani, i Monti Rodopi (tra Bulgaria e Grecia), i Monti del Ponto (in Turchia e Georgia), il Caucaso, seguendo in sostanza le placche tettoniche. Ripristinare questa fascia selvaggia senza soluzione di continuità permetterebbe la libera circolazione delle specie e dei corridoi che legano i santuari (parchi nazionali e riserve) al fine di ristabilire un equilibrio tra i bisogni della natura selvaggia e quelli degli umani. Ma chi determinerà questi ultimi? Chiudendo i due libri e riprendendo i miei appunti, tante sono le domande che restano aperte.

Uscire di scena

In concreto, quali sono gli obiettivi del rewilding franco-europeo proposto da Cochet, Durand e Kremer-Cochet? Riprendendo un breviario in appendice a Ré-ensauvageons la France, sintetizzo per punti:

1) aumentare le superfici protette in Francia dall’attuale 1% (0,74% distribuiti in 7 parchi nazionali che coprono 407.000 ettari) fino al 10%, “come in Italia”, malgrado la densità sia il doppio di quella francese (in realtà 199 abitanti per chilometro quadrato in Italia contro 119 in Francia). Riflessioni maturate sin dal 1991 quando i due Cochet frequentano il biologo Franco Tassi, all’epoca direttore del parco nazionale degli Abruzzi;

2) vietare l’agricoltura intensiva, assieme alla caccia e alla pesca, al taglio del legno e al pascolo in queste zone protette;

3) reintrodurre le specie mancanti, dando priorità ai cosiddetti “ingegneri dell’ambiente” come grandi predatori e castori che sono passati da poche centinaia all’inizio del XX secolo a oltre 16.000 oggi; o il cervo, di cui sono elogiati i benefici del suo ritorno, capace di trasformare un biotopo arido in oasi: “Picchio nero, castori e cervi sono dei veri e propri architetti della natura selvaggia”[6];

4) abbandonare la nozione di “specie dannose” e rivedere quella di selvaggina, un termine che in italiano, rispetto ad altre lingue, mantiene un legame col selvaggio;

5) attribuire uno statuto giuridico di essere sensibile all’animale selvaggio e libero:

6) modificare, in finale, la nostra mentalità che considera una terra selvaggia come uno spreco in quanto potenziale terra agricola, rivalutando al contrario la densità naturale propria al selvaggio riconquistato o al ferale.

A dar retta a Cochet, Durand e Kremer-Cochet, di questo passo entro il 2030 in Europa ci saranno trenta milioni di ettari dedicati alla vita selvaggia – trenta volte il parco nazionale di Yellowstone. In un futuro non lontano vivremo in un mondo dell’abbondanza, questo ci viene promesso in uno slancio d’ottimismo raro nell’attuale discorso ecologico, più incline a legare l’Antropocene a scenari apocalittici se non direttamente alla sesta estinzione.

Ora, mi chiedo, come ottenere questi obiettivi di cui non sfuggirà l’altissima ambizione, cosa fare concretamente per ottenerli? La risposta spiazzerà molti di noi a digiuno di rewilding: assolutamente nulla! Astenersi dall’azione, un po’ come (in teoria, aggiungo vista l’attualità) ci si astiene dalla violenza e dalla guerra per creare la pace. Una semplice mossa negativa, un sottrarsi e non un agire dell’umano predatore, un’uscita di scena ed è tutto. Il rewilding è in sostanza un défaire volto a ricreare le condizioni minime affinché sia la natura stessa a produrre la sua resilienza.

Stando così le cose, la vera difficoltà è un’altra: come creare consenso attorno alla causa del rewilding? Trovare alleati non va da sé, se pensiamo che persino “gli agricoltori bio non sono necessariamente grandi protettori della fauna selvaggia e incitano la soppressione dei lupi come gli altri. Il mondo agricolo è ancora molto anti-natura”[7]. Un contadino non è un naturalista; ma allora chi lo sarà nell’ottica dei tre autori? Qualcuno che si accontenta di osservare la natura? All’homo praedator succede un homo contemplativus[8] che, non alterando in alcun modo queste zone, le attraversa in punta di piedi solo per ammirarne la fauna e la flora rigogliose, per esercitare i suoi sensi con un uso moderato del tatto, s’intende.

Cosa è lecito fare in e di queste zone? Quella che gli autori chiamano un’“economia della contemplazione”[9], simile al whale-watching a Húsavík nel Nord dell’Islanda. Il riferimento all’economia non è scelto a caso perché, a loro avviso, l’unico argomento a favore del rewilding che può trovare una sponda politica è quello schiettamente economico. Il ritorno della natura selvaggia in Francia? un volano economico; la biodiversità? un valore e un’attrattiva eco-turistica; la feralità? un’abbondanza di beni naturali non delocalizzabili. Un’argomentare scivolosissimo, che apre scenari futuribili recentemente indagati dall’economista Hélène Tordjman in un libro informato e disturbante quale La croissance verte contre la nature. Critique de l’écologie marchande (La Découverte 2021).

Che Cochet, Durand e Kremer-Cochet propongano al lettore una natura immutabile, sempre uguale a se stessa, immobile come un essere inanimato o come un bene del patrimonio artistico da conservare tale e quale? Lo penso davanti a tanti passi. Ma penso anche il contrario davanti alle pagine consacrate ai fiumi, gran perturbatori che rimodellano il loro letto, gli argini ma anche le foreste alluvionali. Le loro esondazioni sono morfo-genetiche in quanto creano nuovi paesaggi, come le foreste ripariali, ovvero quelle zone di transizione tra la terra e il fiume. Bisogna ristabilire il rapporto tra fiumi e foreste, lasciare che il fiume esca dal suo letto, esondi, rompa gli argini, si espanda lateralmente, vada all’incontro della zona ripariale. Dobbiamo smetterla d’indirizzare i fiumi, di deviarli, di canalizzarli a scapito della dinamica fluviale – viva le inondazioni!, questo ci dicono. Che sul piano culturale si traduce con un invito all’ibridazione contro ogni ripiego identitario.

Così questi tre miti ricercatori, con i volti da marcia per la pace Perugia-Assisi, insistono a diverse riprese sulla demolizione delle dighe, in quanto impediscono al mare di nutrire la terra e hanno un impatto sui pesci migratori. Solo in Francia si contano 70-80.000 argini e dighe, di cui 550 oltre i 15 metri di altezza; molte sono inutili come quella, rimossa, di Maisons-Rouges a Chinon, che ha permesso di smuovere oltre un milione di metri cubi di sedimenti bloccati dietro l’ostacolo. In Europa, dove si contano 6700 grandi dighe, l’unico fiume che scorre liberamente dalla fonte negli Urali alla foce nel mare di Barents è il Pečora, lungo i suoi 1809 chilometri. E nel mondo ci sono solo 21 corsi d’acqua più lunghi di 1000 km nella stessa situazione.

Insomma, è evidente come il rewilding richieda qualche sforzo in più rispetto a una semplice uscita di scena dell’elemento disturbante che è l’umano.

Un’alleanza col selvaggio

“Diversità, abbondanza e prossimità sono i tre pilastri di un rapporto inedito alla natura”[10]: ecco i termini di una nuova alleanza col selvaggio. Che questa diplomazia inter-specie e interna al mondo del vivente inteso nel senso più ampio possibile si tenga nella formula “meno uomo più natura”? Perché la visione dei tre autori oscilla, in modo senza dubbio schematico, tra questi due poli: sfruttamento da una parte, contemplazione dall’altra.

In realtà il rewilding così formulato non va da sé. Anzitutto presuppone una fede nella capacità rigeneratrice della natura, nella sua resilienza, “anche se il tempo necessario a questa ricostruzione oltrepassa il tempo delle nostre vite”[11]. Ma soprattutto risulta difficile ridimensionare il ruolo dell’uomo, e la sua assenza è solo apparente.

Come leggiamo a proposito della nidificazione di quattro specie di avvoltoi nella regione Rhône-Alpes, “ci è voluta la perseveranza di uomini e donne entusiasti per un risultato simile”[12]. Per non citare i numerosi programmi di reintroduzione di alcuni animali o di estirpazione delle essenze floreali o delle miscele esotiche come le conifere. O i terreni paludosi interni, drenati, disidratati e urbanizzati: nelle regioni argillose e umide gli uomini hanno realizzato stagni e laghetti per la itticoltura, creando paesaggi che, malgrado la loro artificialità, garantiscono una biodiversità acquatica difficile da trovare altrove. Cochet e Durand riconoscono che, in questo caso, la co-presenza di natura e cultura è produttiva; in generale, la loro Europa selvaggia necessita di una gestione antropica attiva.

Senza considerare, per inciso, che una divisione radicale tra ciò che è natura e ciò che è umano sorvola su un fatto storico: che la sensibilità per la protezione delle specie in pericolo d’estinzione o per la conservazione della flora è intimamente legata all’ambiente urbano. Qui queste idee hanno circolato, preso corpo e federato persone disparate: “Al cuore delle città sovrappopolate e inquinate, il desiderio di spazio, aria e acqua puri è diventato un leitmotiv”[13].

Che il programma di reintroduzione di una specie sia artificiale? O si tratta di un atto riparatorio al vero atto artificiale che consiste nella scomparsa o nello sterminio di una specie? Che il rewilding si risolva in un rimedio agli errori del passato?

Il problema è che Cochet, Durand e Kremer-Cochet vanno molto oltre, se penso a un passaggio che mi ha subito allertato dove prospettano una Francia e un’Europa di nicchie ecologiche, quella offerta ad esempio dalle isole del Mediterraneo, hot spots della biodiversità. Ora, in preda all’entusiasmo, si lasciano prendere la mano fino a invertire il senso della nicchia ecologica: proteggere tutta la superficie della Terra circoscrivendo dei piccoli anfratti in cui sarebbe concessa e strettamente monitorata la caccia, o piccoli francobolli (l’immagine è loro) di litorale per la pesca e la caccia sotto-marina. Il globo terrestre diventa una nicchia ecologica, un mondo naturale con piccole zone di “predazione umana”[14]. “Vivremmo finalmente in un mondo conservato, con alcune concessioni per le attività di prelievo. Questo sarebbe lo stadio finale del rewilding”[15]. La prova più alta di civiltà umana? “Restituire e lasciare lo spazio di cui hanno bisogno altre forme di vita per prosperare”[16]. I refugia ferali prenderebbero a tal punto il sopravvento da ribaltare la situazione: sarà l’umano a vivere in nicchie circoscritte, piccole gabbie da cui ammirare la natura selvaggia che prolifera indisturbata…

Per una libera evoluzione del vivente

Così impostato, questo progetto eco-modernista di re-inselvatichimento non poteva che sollevare critiche, come quella eco-femminista di Benedikte Zitouni[17]. Cosa manca a tale rewilding? Manca la complessità socio-politica propria ai singoli territori che tratta, se non la realpolitik davanti a un’Europa divisa che è immaginata piegarsi, all’unanimità, a un diktat ecologista che vuole trasformare il continente in una riserva semi-deserta. Manca altresì la presa in considerazione della complessità propria agli ecosistemi affrancati dall’impronta umana. Manca di finezza o è “povero di immaginazione diplomatica”, precisa Zitouni, in quanto semplifica la co-abitazione inter-specifica, che resta una delle sfide più alte che abbiamo davanti. Manca inoltre di respiro internazionale, con la sua bibliografia striminzita che avrebbe permesso di misurare le tesi dei tre naturalisti col dibattito internazionale (l’autore più citato resta il naturalista svizzero Robert Hainard scomparso più di vent’anni fa). Un disinteresse non innocente, perché è l’unico modo per estendere legittimamente tale pensiero utopico su scala europea.

Manca, ancora, di consapevolezza post- o de-coloniale quando fa dell’Europa un territorio eletto dal punto di vista climatico o biotico. Il risultato: “Trasformano l’attaccamento nato dalla loro pratica di naturalisti, cioè di escursionisti e osservatori del mondo selvaggio – con cui intendono le montagne, le foreste, le riserve e i parchi naturali francesi e poi europei – nell’ideale di un’alleanza inter-specifica finalmente ritrovata. Così facendo, tracciano un orizzonte fatto di clichés sublimi e spettacolari”, dove l’umano si ritrova immerso nella fauna selvaggia di un età dell’oro, di una wilderness di stampo americano. Non solo: in questo modo generalizzano l’esperienza contemplativa, eleggendola a condizione universale: “il nuovo soggetto storico, a dir poco originale, è modellato sull’escursionista dei grandi sentieri che tutti noi siamo chiamati a diventare al fine di riconnetterci con la natura, ovvero contemplare il maestoso teatro della vita selvaggia che si ripopola gradualmente di grandi mammiferi e specie chiave come il lupo, il castoro o lo stambecco”. Si consuma così uno slittamento “dall’etica della relazione e dell’attrito all’etica della delimitazione e della protezione”.

Manca, di conseguenza, qualsiasi attenzione alle situazioni autoctone coinvolte nelle zone da re-inselvatichire: non c’è spazio per le richieste provenienti dagli abitanti delle regioni toccate da questo progetto ambizioso. Secondo i tre naturalisti, questi abitanti, anziché preoccuparsi biecamente della loro sussistenza, dovrebbero conformarsi a quanto deciso altrove in materia di rewilding, adattando di conseguenza il loro vivere quotidiano – è la questione spinosa del colonialismo verde. Manca infine una messa in causa del progressismo delle scienze naturali, nella cui linea gli autori s’inscrivono, così che il risultato finale è un libro (l’autrice si riferisce a quello sull’Europa) “missionario e scientista, come lo sono spesso gli scritti degli ecologisti che si mettono a sognare un nuovo mondo”.

In parte condivisibili, queste critiche, mosse a volte dalla volontà di fare piazza pulita, sono un modo, per restare in campo agricolo, di darsi la zappa sui piedi. Alla ricerca di una via d’uscita provvisoria che tenga conto del rewilding senza nascondere le difficoltà, leggo l’introduzione a uno dei due saggi dei tre naturalisti firmata da Baptiste Morizot. Anziché opporre il selvaggio, secondo la classica visione dualista, alla cultura o al domestico, viene identificato col vivente. Il vantaggio? “Difendere il vivente non vuol più dire proteggere la natura: è inclusivo, perché anche noi siamo dei viventi”[18]. Il rewilding comporterebbe quindi, in primo luogo, “difendere il diritto per alcuni milieux di essere in libera evoluzione. La libera evoluzione consiste nel lasciare ricostituirsi delle dinamiche ecologiche autonome”[19]. Un ottimo spunto per ripensare il legame tra il rewilding e i refugia.

I disegni che illustrano questo articolo sono del botanico, biologo e dendrologo francese Francis Hallé, che ha lanciato un progetto di ricostituzione di una foresta primaria in Europa di circa 70.000 ettari: https://www.foretprimaire-francishalle.org 


[1] Gilbert Cochet, Béatrice Kremer-Cochet, L’Europe réensauvagée. Vers un nouveau monde, Actes Sud, Arles 2020, p. 42.

[2] G. Cochet, B. Kremer-Cochet, L’Europe réensauvagée, op. cit., p. 33.

[3] Gilbert Cochet, Stéphane Durand, Ré-ensauvageons la France. Plaidoyer pour une nature sauvage et libre, Actes Sud, Arles 2018, p. 29.

[4] G. Cochet, S. Durand, Ré-ensauvageons la France, op. cit., p. 33.

[5] G. Cochet, S. Durand, Ré-ensauvageons la France, op. cit., p. 50.

[6] G. Cochet, S. Durand, Ré-ensauvageons la France, op. cit., p. 45.

[7] G. Cochet, S. Durand, Ré-ensauvageons la France, op. cit., p. 47.

[8] Cfr. Jonathan Prior, Emily Brady, Environmental Aesthetics and Rewilding, in “Environmental Values”, 26, 2017, pp. 31-51.

[9] G. Cochet, B. Kremer-Cochet, L’Europe réensauvagée, op. cit., p. 308.

[10] G. Cochet, S. Durand, Ré-ensauvageons la France, op. cit., p. 18.

[11] G. Cochet, S. Durand, Ré-ensauvageons la France, op. cit., p. 14.

[12] G. Cochet, S. Durand, Ré-ensauvageons la France, op. cit., p. 15

[13] G. Cochet, S. Durand, Ré-ensauvageons la France, op. cit., p. 37.

[14] G. Cochet, B. Kremer-Cochet, L’Europe réensauvagée, op. cit., p. 296.

[15] G. Cochet, B. Kremer-Cochet, L’Europe réensauvagée, op. cit., p. 296.

[16] G. Cochet, B. Kremer-Cochet, L’Europe réensauvagée, op. cit., p. 297.

[17] Benedikte Zitouni, Le rêve d’une Europe réensauvagée. Un point de vue écoféministe, in “Lundi matin”, 261, 3 novembre 2020. Cfr. anche Maxime Lerolle, La tentation d’un réensauvagement autoritaire, in “Reporterre. Le quotidien de l’écologie”, 20 febbraio 2021.

[18] B. Morizot in G. Cochet, B. Kremer-Cochet, L’Europe réensauvagée, op. cit., p. 22.

[19] B. Morizot in G. Cochet, B. Kremer-Cochet, L’Europe réensauvagée, op. cit., p. 23.

Si occupa di storia e critica d’arte contemporanea; non ha mai capito dove finisce una e comincia l’altra. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.