Lo chiamarono Trog

06/12/2023

Avant eux, avant les culs pelés,
La fleur, l’oiseau et nous étions en liberté

Jacques Brel, Les singes, 1961

Abominevole

Tre speleologi nella brughiera inglese s’imbattono in una cavità poco impressionante. Le apparenze ingannano: l’esterno di una grotta non rivela nulla della sua cavità interna, il suo ingresso non è una facciata e secondo lo storico e critico dell’architettura Siegried Giedion (The Eternal Present: The Beginnings of Art, 1962) neanche uno spazio architettonico. Malgrado i paralleli con le cattedrali che proliferavano tra i romantici, si tratta di luoghi senza esterno e, immersi nell’oscurità, senza un interno definito, dotati tuttavia di uno spazio acustico. La grotta è assente dalle mappe dei tre speleologi: non cartografata, quindi inesplorata. Non è il sogno di ogni speleologo – questo alpinista del sottosuolo –, essere il primo a mettere i piedi in uno spazio abbandonato migliaia di anni prima? Con l’aiuto delle corde si calano presto al suo interno.

È l’incipit di Trog (1970), film in technicolor diretto da Freddie Francis, che nel 1968 ha già diretto dodici film horror e science-fiction – tra cui The Day of the Triffids (1963) tratto dall’omonimo libro di John Wyndham – e che, nel decennio successivo, diventerà conosciuto per la sua collaborazione con David Lynch, a partire da The Elephant Man (1980).

Come appare evidente dall’illuminazione e dalla brillantezza delle stalattiti, difficilmente ottenibili in un antro buio e con le luci sul casco di protezione, gli interni sono ricostruiti in studio. Il regista lavora al Bray Studios nello Berkshire dove viene realizzato, lo stesso anno, un altro film di SF a sfondo preistorico: When Dinosaurs Ruled the Earth di Val Guest. I tre speleologi evolvono meravigliati all’interno della cavità e avanzano diverse ipotesi: che si tratti di una “breathing cave” visto che circola aria o di una grotta fossile? C’è dell’acqua che scorre e sembra provenire da un corso sotterraneo: non resta che percorrerlo e continuare la discesa.

Sottoterra e sottacqua: la pellicola è cominciata da pochi minuti e il mondo atmosferico – ovvero quel mondo che ha preoccupato gran parte della storia del cinema e, in generale, delle arti visive – è già un pallido ricordo. Fuori sarà giorno o notte? e in fondo cosa importa?

Un’ombra passa davanti la telecamera, indistinta nell’ambiente roccioso: è questa la discreta entrata in scena di Trog, presagio tuttavia di una scena  cruenta: l’aggressione fatale contro lo speleologo Cliff. L’amico che lo ritrova senza vita prende la fuga ma è ospedalizzato in una clinica privata dove lavora l’antropologa Brockton (Joan Crawford, ultimo film della leggenda hollywoodiana). Provato dall’esperienza vissuta, sotto choc, versa in uno stato mentale così nebuloso che è incapace di descrivere quanto ha visto. Davanti a sé ha ancora gli occhi e il volto della bestia, un incubo: “Era orribile”, “era mostruoso”, una creatura proveniente da un altrove (escaped from another world), ripete come un ossesso. In una parola, è reduce dall’incontro con l’abominevole.

Che bella parola, mi dico; se all’inizio pensavo che ab-ominevole avesse a che fare con l’homo, che indicasse qualcosa d’inconciliabile con l’umanità, in realtà deriva da omen, il cattivo presagio proferito oralmente, ergo qualcosa che va evitato, per esteso ciò che ispira disgusto, avversione, orrore, nausea. Del resto in francese il titolo del film è L’Abominable Homme des cavernes, in riferimento allo yeti o abominevole uomo delle nevi. Il resto del film dimostra tuttavia che l’abominevole non è giusto dalla parte del cavernicolo.

Davanti al mutismo del sopravvissuto, Brockton, specializzata in primatologia, decide di recarsi nella grotta accompagnata da Malcolm, terzo speleologo diventato suo assistente, per osservare coi propri occhi l’orripilante creatura. Questa seconda spedizione è meno improvvisata della prima: lo speleologo usa uno spray per visualizzare la circolazione dell’aria nelle cavità (o di diossido di carbonio, in una versione elaborata del canarino nelle miniere); lei è armata di una macchina fotografica con flash per realizzare il primo ritratto in assoluto del cavernicolo.

Una volta attestata la sua esistenza, le autorità non hanno dubbi: bisogna farlo uscire dalla sua grotta-rifugio, condurlo alla luce del giorno che – almeno dalla Repubblica di Platone in poi – coincide con la luce della conoscenza scientifica e, dalla seconda metà del XX secolo, dell’apparato mediatico. La notizia della scoperta si propaga e un pubblico curioso e schiamazzante si affretta davanti l’ingresso della grotta. Non mancano le telecamere e un baracchino della Pepsi, inserito nella sceneggiatura su richiesta espressa di Crawford, ex-moglie del presidente della Pepsi e implicata nella direzione della marca. Siamo tuttavia anni luce lontani da Ace in the Hole (1951), il film di Billy Wilder costruito attorno alla folla che si raduna all’uscita di una grotta, in attesa che venga salvato un uomo immobilizzato dalle macerie, se non fosse per un cinico giornalista che lo tiene lì dentro il più a lungo possibile per tenere alta la tensione e specularci sopra.

Inghiottito dall’oscurità, Trog non ha alcuna intenzione di uscire e poi i flash, le luci frontali e il fuoco lo mandano in bestia. Uscire dalla caverna per la prima volta dopo migliaia di anni è un’esperienza traumatica. Comprensibile che se la prenda con due cameraman prima di essere neutralizzato (come si dice oggi) dall’antropologa dal polso di ferro. E sappiamo tutti quanto sia convincente Crawford in questo tipo di ruoli.

Uscendo dalla grotta Trog emette anche i primi vagiti, poco più di un grugnito – come se rinascesse a un mondo sconosciuto e potenzialmente ostile (il potenzialmente è pleonastico).

Chiuso in una gabbia il cui unico accessorio è un pagliericcio, non si trova allo zoo ma all’interno di un laboratorio scientifico, dove assistiamo a un processo d’addomesticamento. Come se Trog, nomignolo datogli da Brockton, diventasse il suo animale di compagnia o la sua specie compagna come direbbe Donna Haraway. Bisogna mostrargli fiducia e non paura, “Never show fear darling, only trust”, suggerisce Brockton alla figlia-assistente, e così via – questo è il tono.

È giunto il momento di celebrare le qualità attoriali di Joan Crawford che rende credibili dialoghi simili e scene sull’orlo del ridicolo, che rischiano di trasformare un film potenzialmente tragico – l’impatto della società moderna su un cavernicolo – in una farsa. “Joan recita come se la potessero candidare all’Oscar, e questo la rende straordinaria e sconcertante da guardare. Urla ‘Prendi la palla, Trog!’ a un uomo delle caverne come se stesse recitando dei versi di Shakespeare. […] Ti fa provare empatia per un uomo in costume da festa, e questo resterà per sempre ammirevole”. Così ricorda il regista John Waters, paragonando Francis a un altro regista americano di culto, Ed Wood. E Waters ama così tanto Trog da presentarlo al British Film Institute nel settembre 2015.

Se il produttore del film Herman Cohen ricorda di aver cambiato l’antropologo da uomo a donna solo per Joan Crawford, il regista Freddie Francis si spinge più in là, confessando di aver girato l’intero film solo per l’attrice. Ma aggiunge che Crawford attraversava allora un momento difficile, che era sola, prostrata e così disorientata da leggere le battute sulle “idiot cards”[1], su un gobbo o, oggi, un prompter. Una circostanza confermata da Cohen, che ricorda l’attrice spesso alticcia; il liquido dietro il vetro smerigliato con la scritta Pepsi Cola non era la brodaglia gassata e zuccherosa ma pura vodka, portata dall’America in quattro casse perché non si trovava in Inghilterra.

Tremendo

Chi cerca le ragioni che hanno decretato la cattiva reputazione di Trog avrà gioco facile, tra la sceneggiatura traballante, dei passaggi approssimativi quanto improbabili e soprattutto un costume animale ridicolo su cui riverrò. Lo stesso regista, evocando questo film nel 1995, sbotta così: “What a terrible film that was!”[2]. E tremendo, se non abominevole, lo è per davvero.

Si ride ascoltando alcune battute indirizzate dall’antropologa al troglodita, in cui sento l’eco lontana delle prime parole pronunciate da Charlton Eston alla dittatoriale comunità scimmiesca che l’ha fatto prigioniero: “Take your stinking paws off me, you damned dirty ape!” o “Toglimi di dosso quelle zampe appiccicose, razza di scimmione puzzolente!”. Ma qui siamo ai vertici della storia del cinema (Franklin Schaffner, Planet of the Apes, 1968, per i distratti), laddove il nostro troglodita somiglia a un bambino ritardato.

Si ride mentre apprende a ricevere e restituire degli oggetti, come una bambola bionda a molla, una scena esilarante dovuta alla mancanza d’ogni sforzo di dissimulare la gestualità umana da parte dell’attore che incarna Trog. Che attore poi non era, trattandosi di un lottatore di nome Joe Cornelius soprannominato The Dazzler (Lo Splendido), ripescato chissà come da John Waters quando, nel settembre 2015, proietta il film al BFI.

Si ride vedendo Trog in un giardino inglese che, munito di scarponcini lanosi, impara a giocare a palla; si teme che di questo passo giocherà presto a pallone, se non fosse per il tempestivo intervento del cane dei vicini che, incuriosito dalla strana bestia, abbaia e gli salta al collo. Trog non esita a strozzarlo con le sue mani-zampe. Si ride vedendo Trog in gabbia muovere la testa e accennare passi di danza alle note di musica classica o imbestialirsi alla musica rock (non amare il rock nell’Inghilterra degli anni 1970: decisamente anacronistico). Si ride assistendo ai test cromatici: Trog è indifferente al blu, risponde positivamente al verde (ricordo del mondo abbandonato prima d’infilarsi nella grotta?) ma fa il matto davanti al rosso (incendi di precedenti estinzioni?).

Ma soprattutto si ride vedendo l’attore-lottatore coperto da un poncho peloso e da una maschera scimmiesca che fa pensare all’improvvisata di un amico buontempone per far sbellicare gli astanti o spaventare i bambini. Si racconta che la maschera provenisse da uno scarto de L’Alba dell’uomo, la prima sequenza di 2001, Odissea dello spazio girata in parte tra le montagne Spitzkoppe in Namibia (paesaggio che ritroviamo in 10,000 BC (2008) di Roland Emmerich). Ma un conto è la mascherata posticcia di Trog, un altro i costumi di Kubrick, così iconici che oggi vengono persino restaurati. E non ci son scuse che tengano, neanche le restrizioni budgetarie, perché il regista aveva trucchi e costumi di film precedenti cui ispirarsi. In un autunno scimmiesco, mi sono ritrovato a vederne uno dietro l’altro a partire da The Ape Man (1943) di William Beaudine, con Bela Lugosi nei panni del dottor James Brewster, uno scienziato pazzo che, a seguito di un non meglio precisato esperimento andato male, si trasforma in uomo-scimmia; e poi The Neanderthal Man (1953) di Ewald André Dupont, Monster of the Campus (1958) di Jack Arnold, Skullduggery (1970) di Gordon Douglas che esce nelle sale lo stesso anno di Trog, per non citare che i più prominenti.

Immolato

So bad it’s good? secondo la filosofia che riabilita i peggiori film mai realizzati (e grazie alla quale, ai tempi dell’università, ho trascorso serate memorabili con gli amici, da contrazioni allo stomaco per il ridere matto)? Non proprio o non solo.

In questi goffi tentativi di comunicazione inter-specie, il film tocca un punto chiave. Chi è Trog? Una creatura sopravvissuta per migliaia di anni all’interno della grotta che, dopo un’ibernazione indeterminata ma di certo immemoriale, riviene di colpo alla vita. Mezzo uomo e mezza scimmia, è una creatura proveniente da un’altra era, ma non così lontano dall’uomo malgrado l’aspetto, l’andatura e il comportamento. Brockton non ha dubbi: si tratta dell’anello mancante tra la scimmia e l’uomo. Al punto che gli esperimenti con Trog mirano a fargli vivere, sulla sua pelle pelosa, il processo d’ominizzazione, l’emergenza dell’uomo di Neanderthal fino, forse, all’homo sapiens, cioè fino a noi. Migliaia di anni della civiltà umana nello spazio di pochi mesi, questo pensa Brockton.

In altri termini, cerca la corrispondenza tra ontogenesi e filogenesi, dove i processi che conducono l’organismo dalla cellula all’adulto ripercorrono la formazione e lo sviluppo della specie vivente nel corso della storia. E poco importa che oggi sappiamo che quello dell’anello mancante è un mito, che la separazione tra due specie non può essere documentato, che non si troverà mai l’antenato comune agli umani e agli chimpanzé o il primo primate.

Riveniamo al film. Mentre gli esperimenti proseguono crescono le preoccupazioni degli abitanti, impauriti dalla presenza di questo essere bestiale  born to kill. Preoccupato è anche Murdock, un businessman locale, sebbene solo per il suo tornaconto: a infastidirlo è il potere della studiosa donna, la sua ostinazione ma anche l’impatto negativo che tale vicenda rischia di avere sui suoi affari immobiliari. Per far approvare l’eliminazione della bestia porta il caso in tribunale. Siamo lontanissimi da Inherit the wind (1960) di Stanley Kramer, ma il personaggio di Murdock – affatto intenerito da Trog o impressionato dai suoi progressi sulla strada della civilizzazione – e il processo permettono alla narrazione di avanzare. Ponderato e ragionevole come si deve, il giudice concede delle proroghe all’antropologa in nome della ricerca scientifica, i cui risultati sono indiscutibili. Lo conferma un’équipe internazionale di studiosi accorsa nel suo laboratorio per assistere alla proiezione dei primi esperimenti, debitamente documentati. Ammirati dall’audacia della collega quanto dalle risposte di Trog, non nutrono dubbi sulla posta in gioco: far luce sulle origini della vita in un’epoca in cui l’uomo va sulla luna (siamo nel 1970, la coincidenza è cruciale).

Tale sostegno porta alla fase due degli esperimenti, che diventano più invasivi e catapultano il film su orizzonti alieni. Finiti i tempi in cui si testavano i gusti musicali del primate, finiti gli esperimenti cromatici e le partite a palla: Trog è sottoposto a un lungo intervento chirurgico in cui vengono impiantati sul suo petto dei “micro-trans” (di più non è dato sapere). Questi micro-trans, azzarda il dottore, potrebbero portare Trog a esprimersi nell’idioma umano, ovvero in inglese! E se Trog acquistasse il dono della favella potrebbe raccontare la storia dell’evoluzione umana da testimone oculare. L’occasione è ghiotta. Che l’affare sia assurdo e inverosimile è palese, ma lo spettatore arrivato fin qui ha fatto incetta di sospensioni dell’incredulità fino all’indigestione.

Trog si metterà forse a parlare? Il post-intervento coincide con la parte più delirante del film: come se non ne avesse già sopportate abbastanza dal giorno maledetto in cui ha messo i piedi fuori dalla grotta, gli vengono sottoposte diverse diapositive, nell’attesa che una susciti una sorta di agnizione o, come si dice oggi, che gli sblocchi un ricordo. Un ricordo geologico, da tempo profondo, s’intende. Davanti ai dinosauri qualcosa si anima. Appena gli viene iniettato del pentotal (barbiturico e anestetico che inibisce le sue resistenze, come ricordano bene i lettori di Diabolik), Trog risale a un mondo ostile, segnato da un paesaggio di eruzioni vulcaniche, dalla lotta per la sopravvivenza e dall’estinzione dei dinosauri.

Incorniciato da un alone blu, le immagini oniriche sono tratte dalla celebre sequenza a colori di otto minuti animata da Willis O’Brien e Ray Harryhausen per il documentario The Animal World (1956) di Irwin Allen, con tanto di eruzione vulcanica. Per quanto il film sia pieno di lotte tra animali e la sequenza preistorica evochi exploits precedenti come The Lost World (1925) o King Kong (1933) la loro sequenza viene considerata troppo cruenta e tagliata. Si tratta ad ogni modo della scena cult di Trog: un troglodita mezzo uomo e mezza scimmia che, elettrodi sulle tempie, sogna di dinosauri estinti, commuovendosi come potremmo far noi davanti ai filmini dell’infanzia. Una scena così visionaria da fa passare in sordina il fatto che in seguito prende persino la parola, sebbene si limiti a nominare i colori visti in una delle precedenti sessioni.

Mettiamo il film in pausa e chiediamoci cosa può accadere a questo punto. Immaginiamo le strade che si aprono allo sceneggiatore: da una parte proseguire il doppio cammino di Trog – verso il tempo profondo e verso la civiltà che gli ha dato il dono della parola – che ne fa un uomo-scimmia sospeso in un entre-deux, in una vertigine temporale, un essere ibrido non più troglodita ma mai pienamente civilizzato; dall’altra far precipitare la situazione, portando alle estreme conseguenze un’avventura nata sotto una cattiva stella quel dì che uscì dalla cavernicola dimora. A prevalere (spoiler warning) è la seconda strada: frustrato dalle lungaggini di una giustizia – anch’essa geologica! – che non sa decidersi sul destino di Trog, il businessman s’intrufola nella residenza dell’antropologa, distrugge il laboratorio e apre la gabbia di Trog. Ma non fa in tempo a rientrare in macchina che viene aggredito a morte dall’umanoide. Se ha assaporato la libertà, coglie infatti l’astio del businessman verso l’amata antropologa e riconosce nel suo liberatore non un militante anti-specista ma un sabotatore.

La vicenda si accelera verso un finale inevitabile come acqua nello scarico di un lavandino: Trog attraversa la foresta e, attratto dal cibo, si ritrova di buon mattino in una cittadina semi-deserta. L’impatto col mondo civilizzato è traumatico e in pochi minuti, dopo aver fatto fuori l’uomo d’affari, se la prende con un fruttivendolo, un macellaio e un conduttore d’automobile, brutalmente assassinati. Eccitato alla vista di un parco giochi, rapisce una bambina – bionda come la bambola con cui giocava – che scende da uno scivolo per portarla… nella sua grotta. È la terza volta che la grotta compare nel film: la prima corrisponde all’esplorazione speleologica e alla scoperta di Trog, la seconda alla spedizione scientifica e all’abbandono del mondo sotterraneo; la terza con un ritorno a casa dopo tante peripezie. Ma la polizia è sulle sue tracce e a poco servirà la mediazione dell’antropologa che riuscirà giusto a mettere in salvo la bambina.

Un Neanderthal bambino di tre anni viene trasportato nel presente grazie a una macchina del tempo finanziata dalla società Stasis Inc. Additato come “ragazzo-scimmia”, trattato come cavia dagli scienziati, trova l’affetto di Edith, la sua tata, che lo educa, gli insegna l’inglese e lo soprannomina Timmie, non diversamente da “bright eyes”, come Zira chiama Taylor nel Pianeta delle scimmie. È la storia di The Ugly Little Boy (1958) di Isaac Asimov, inizialmente apparsa col titolo Lastborn e tradotta in italiano come L’ultimo nato o Il brutto ragazzetto. Ma laddove Edith, pur di salvare un Timmie ormai avvezzo alla vita moderna, compie un viaggio nel tempo indietro nella preistoria, il destino di Trog è segnato.

Stordito dalla dinamite usata dall’esercito, Trog è crivellarlo di colpi. Cade a terra e viene trapassato a livello del petto da una stalagmite. È crocifisso in casa sua, là dove tutto ebbe inizio – la grotta è stato il suo rifugio, la grotta è ora la sua tomba.


[1] Christopher Koetting, Tales from the Script, in Hammer Horror, 6, august 1995, pp. 11-12.

[2] Id.

Riccardo Venturi

insegna Teoria e storia dell'arte all'università Panthéon-Sorbonne di Parigi. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.

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