Il “tutto vuoto” di Maria Morganti

10/03/2025

Pochi giorni dopo l’inaugurazione della mostra di Maria Morganti curata da Elena Volpato alla GAM di Torino, sono andata a trovarla nel suo studio a Venezia. “Lo troverai vuoto”, mi aveva avvertita al telefono.

Da quando ci siamo conosciute ho visitato il luogo dove lavora molte volte e in un certo senso partire per Venezia senza pensare di trascorrervi qualche ora è strano, tanto per me la città e lo studio sono parte di un unico immaginario. Insieme, hanno a che fare inscindibilmente con il lavoro di Maria, una coreografia di gesti che si ripetono identici da tempo e che ha dato forma allo spazio dove lavora: scattare una fotografia che registra l’altezza dell’acqua (e il suo colore, e la sua luce ) nel rio davanti allo studio; aggiungere alla ciotola di cui si serve come tavolozza un colore nuovo al fondo rimasto dal giorno precedente; distendere il colore sul Diario, una sorta di registro dell’atto quotidiano della pittura e sul Quadro infinito, che da vent’anni lo accoglie strato su strato. Poi iniziare la giornata.

Ogni punto dello stanza in cui Maria Morganti lavora assolve a una funzione e a partire da qualche anno è a sua volta considerato un’opera: in quanto tali, il Luogogesto – una pedana sulla quale dipinge; il Portadiari – una rastelliera che contiene i Diari completati e le tavole che lo diventeranno, il Sedimentario – un archivio che contiene la serie delle Sedimentazioni, e la teca dove è custodito il Quadro infinito si trovano a Torino, insieme a tele, disegni, fotografie, serigrafie e anche ad alcuni libri che fanno parte della libreria che si trova al piano superiore di quel complesso di interrelazioni che è lo spazio di lavoro ma anche l’archivio di Maria.

Io volevo vedere lo studio, senza lo studio. Mi ha accolto il vuoto, però non la stanza spoglia che temevo di trovare, piuttosto uno spazio in potenza, più simile al ricordo della prima volta che lo avevo visitato, quando sulle pareti Maria aveva man mano presentato alcuni dei suoi lavori perché io li potessi osservare.

Più che percepire l’assenza degli elementi che raccontano l’organizzazione del suo lavoro – il fare e l’archiviare l’atto pittorico, e che sono una sola cosa – ho ritrovato l’architettura del luogo, sentito il volume e notato la corrispondenza tra un grande tavolo quadrato con una sedia per ciascun lato e la parete dove stava dipingendo (la ciotola dove Maria forma quotidianamente il suo colore, quella originale, quella originaria, era rimasta al suo posto).

“Stiamo spesso qui”, mi ha detto Maria e lo testimoniavano libri, fogli con appunti e una teiera, tracce della quotidianità della piccola comunità che si ritrova in questo luogo e che aveva una risonanza nella mostra a Torino, allestita alla presenza del pubblico da Marta Magini e Melania Fusco, due artiste che collaborano da tempo con Maria Morganti e fanno parte del suo studio. Il “noi” a cui si riferiva Maria include oltre a loro, Barbara Garatti, che è responsabile dall’archivio e mi ha colpito che il baricentro fisico dello studio in questo intervallo di tempo tra la partenza e il rientro delle opere fosse un tavolo, un luogo di pensiero ma anche di convivialità. La dimensione del dialogo Maria l’ha praticata spesso, sia ospitando nel suo studio incontri rivolti ai soli artisti, sia sollecitando il confronto tra il suo lavoro e un luogo, come alla Fondazione Querini Stampalia su invito di Chiara Bertola (Svolgimento di un quadro, che testimonia questo incontro, è ora in mostra nell’allestimento delle collezioni GAM), tra il suo lavoro e una personalità (Carlo Scarpa nella stupenda esposizione del 2010 a Castelvecchio, o nei Confronti, dipinti che rispondono all’osservazione di dipinti altrui), un compagno di strada (attraverso la lettura del suo sito web, che è la componente virtuale dell’archivio fisico delle sue opere, ed esso stesso opera, da parte di Stefano Arienti, ad esempio). Eppure spesso questa componente del suo lavoro passa in secondo piano rispetto a quella della pittrice che registra il tempo nella pittura, diario e archivio di una vita. Il vuoto dello studio le ha fatto spazio, ponendola in relazione con la parete dove dipinge in questi mesi e dove forse non casualmente c’era non uno, ma due quadri – una conversazione.

Nello studio ho pensato che il vuoto che aveva accolto quanti si erano raccolti alla GAM per l’inaugurazione della mostra avesse una natura molto simile. Con l’eccezione di alcuni lavori allestiti e che ruotavano da un lato attorno all’idea della rappresentazione dello studio, dall’altro della sedimentazione, le pareti si mostravano nude, mentre lo studio traslato al centro dello spazio espositivo si percepiva come nucleo generativo ancora prima che la performance iniziasse e i muri iniziassero a popolarsi di opere allestite come una linea continua che attivava allo stesso tempo il museo, le opere preesistenti, il pubblico.

Per ultime, sono state appese al muro le due casacche di tela bianca indossate da Marta Magini e Melania Fusco al principio dell’azione. Svuotate dei corpi, come le rastrelliere sono svuotate delle opere (vale la pena ricordare che le misure delle Sedimentazione hanno sempre a che fare con il corpo: il palmo della mano, il volto, il busto, l’intero) sono un richiamo in absentia a quel ‘noi’ che costituisce tanta parte del lavoro di Maria Morganti.

La mostra è un tutto pieno in rapporto dialettico con il tutto vuoto.

Durante la visita in studio, con Maria, abbiamo parlato della mostra, del fatto che una delle opere – la fila di viti predisposta per la performance – era ora celata e sarebbe tornata visibile solo durante il disallestimento, di come sarebbe stato riconfigurare lo studio al rientro delle opere e anche di un lavoro che aveva realizzato recentemente e che in un certo senso mi sembra ora risuonare con il vuoto attorno al quale sto girando.

L’occasione era stata appunto offerta da una crepa che tagliava verticalmente una parete di intonaco marmorino di una casa di Carlo Scarpa, a Venezia.  Una ferita risanata attraverso l’inserimento di una sedimentazione in pongo che ha tenuto conto dei rapporti tra l’abitazione e i suoi abitanti, al punto di essere appropriata e replicata dalla collezionista – ora coautrice oltre che corrispondente – in un’altra casa, in risposta a un altro vuoto. Questa linea verticale mi è sembrata congiungersi idealmente con l’orizzontale tracciata dalla successione di tutte le opere che avevo visto alla GAM.

Ho un rammarico: avrei dovuto rivedere la mostra opera per opera, perché se è vero che l’insieme delle parti è un aspetto strutturale del lavoro di Maria Morganti (l’archivio sussume le singole opere), le sue opere restano comunque corpi con i quali ci si confronta singolarmente. Succede lo stesso con le pagine del suo sito, che ho spesso letto come un racconto a cui di tanto in tanto si aggiungono altre pagine.

So di dire l’opposto di quanto recentemente ha scritto Luca Bertolo, ma faccio appello all’incanto di alcune superfici (e di alcune pagine), alla vibrazione interna di altre, alla preferenza che so di poter accordare ad alcuni lavori anche quando si trovano all’interno di una serie e all’esperienza di aprire gli occhi, da quindici anni a questa parte, su un suo quadro. “Se qualcuno ha un mio dipinto in casa, mi piace che lo appenda in camera da letto, così è la prima cosa che vede al risveglio e reagisce a un’emozione astratta prima che il resto della giornata colpisca”, aveva confidato Agnes Martin a una giornalista. Io ho questo privilegio. Ogni superficie dipinta da Maria Morganti è una successione di monocromi, uno diventa finale, è l’ultimo gesto – noi ci confrontiamo con questa unicità e con questo arresto del tempo.

Maria Morganti, Installation View, photo Luca Vianello e Silvia Mangosio

Maria Morganti
A cura di Elena Volpato
GAM , Torino
fino al 16 marzo 2025

 Leggi anche: Enrico Camprini, Generare l’archivio

Cecilia Canziani

Cecilia Canziani

è una curatrice indipendente e co-fondatrice di IUNO, centro di ricerca sull’arte contemporanea e di Les Cerises, progetto editoriale di libri d’artista per l’infanzia.
Tra i progetti recenti “Forma, colore, gusto, suono e odore. Adelaide Cioni / Guy Mees” (Bologna, p420, 2019); “Anastasia Potemkina” (MAXXI Aquila, 2021); “Io dico io” (con Lara Conte e Paola Ugolini, Roma, Galleria Nazionale di Arte Moderna, 2021); “Marta Roberti. In metamorfosi” (Roma, s2o, 2021); “Sara Basta. La prima madre”, con Costanza Meli (Roma, Fondazione Pastificio Cerere, 2022). Collabora regolarmente con “Flash Art”, e suoi testi compaiono in cataloghi e monografie. 

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