Generare l’archivio

20/06/2024

“Ogni opera esposta in questo spazio è sia un’opera autonoma e compiuta in se stessa,
sia parte dell’archivio-opera dell’artista. Un archivio del tempo www.mariamorganti.it

In una delle numerose conversazioni che hanno portato alla realizzazione di questa mostra, Maria Morganti ha espresso il desiderio che, all’interno dei materiali cartacei a corredo dell’esposizione, trovasse posto una specifica didascalia, una formula esplicativa che d’ora in avanti – data l’istituzione ufficiale dell’archivio dell’artista – accompagnerà ogni sua mostra, intervento pubblico e collaborazione. Ho sin da subito pensato che la sua giusta collocazione fosse come esergo del testo le cui prime battute state leggendo e che vuole porsi, per quanto in modo inevitabilmente parziale, su due piani tra loro collegati. Da un lato, rappresenta un tentativo di leggere la ricerca di Morganti sotto una lente concettuale e pratica tale da mostrare chiaramente l’attitudine di una pittrice-archivista; dall’altro, traccia le coordinate di un metaforico viaggio all’interno dell’archivio in cui negli anni l’artista ha condensato e approfondito il suo percorso. Tuttavia, nel caso dell’Archivio Maria Morganti, è impossibile orientarsi secondo categorie di inclusione ed esclusione, né pensare a esso come a qualcosa di inerte, la cui funzione sia di raccolta e la cui presenza risulti semplicemente collaterale al procedere di una ricerca fondata su presupposti esterni. Qui ci conduce la didascalia riportata in esergo: una dichiarazione netta che esprime lo snodo concettuale al centro degli ultimi due decenni di pratica dell’artista e, più nello specifico, la questione che questa mostra pone come sua principale ragion d’essere.

A un primo sguardo, sembrerebbe una questione piuttosto problematica. Come immaginare una mostra le cui opere siano tali qui e ora e al tempo stesso facciano parte di un altrove – l’Archivio – che è a sua volta opera? In realtà, una simile ambivalenza solo apparentemente contraddittoria è ciò che caratterizza, e per certi versi rende unico, l’atteggiamento di Morganti verso il mestiere di artista. Mi riferisco a una tensione intrinseca, espressa sempre in termini processuali, a non perder nulla, a stabilire una memoria di se stessa attraverso e all’interno del lavoro; in altre parole, una tensione verso la costruzione di una totalità, non nel senso di una cristallizzazione statica di elementi, ma di una struttura concettuale tale da garantire a ciascuno un posto centrale in un sistema – un mondo, direbbe l’artista – in progressivo accrescimento. Voglio dire che quell’”altrove” divenuto oggi archivio persino in senso istituzionale è sempre stato presente come atteggiamento, come postura e visione delle cose, in ogni singola opera realizzata dall’artista dai primi anni duemila a oggi. Quasi per via di una bizzarra proprietà transitiva, l’Archivio è qui e ora in mostra in nuce prima ancora che di fatto, in tutto ciò che è presente nello spazio espositivo.

Maria Morganti, Generare l’archivio, installation view, photo Francesco Ribuffo

I lavori selezionati incarnano, pur in autonomia, un frammento di una realtà articolata e complessa a cui si riferiscono secondo tre linee specifiche. La prima è naturalmente la pittura, e in particolare il nesso tra l’oggetto-quadro inteso nella sua singolarità e lo svolgimento temporale che lo ha determinato; vi dà seguito il problema dello spazio – spazio fisico e misurabile, ma anche spazio emotivo – in riferimento allo studio dell’artista (e sede fisica dell’Archivio), contesto che condiziona concretamente l’opera fino a divenirne esso stesso parte. Infine, l’Archivio vero e proprio in veste digitale (www.mariamorganti.it), nell’assolvimento della sua duplice funzione: catalogare e archiviare formalmente decenni di materiali, ma anche generare ulteriori opere. Sulla pittura di Maria Morganti è stato scritto tanto e da punti di vista piuttosto eterogenei, nonostante un approccio al mezzo che pare privo di molte variabili. Commentando dei quadri simili alle quattro Sedimentazioni qui presentate, in un testo del 2010 Raphael Rubinstein utilizza il termine “anti-monocromo”, a sottolineare l’ambivalenza di tele la cui superficie è coperta quasi interamente da un solo colore. Infatti, quello che vediamo è solo l’ultimo di una serie di passaggi cromatici progressivamente sovrapposti la cui sequenza resta visibile nella parte alta della tela, in un centimetro o poco più. 

Questi dipinti sono una sorta di specchio dello spazio-tempo dell’artista. Quando si tratta di pittura, spesso si fa uso della formula “corpo a corpo con il quadro”; bene, Morganti trasforma il detto in regola: le Sedimentazioni sono sempre eseguite in quattro formati diversi (palmo della mano, ritratto, mezzobusto, ampiezza del corpo) derivati da misure prese su se stessa.  I colori che via via si depositano su queste proiezioni corporee scandiscono un tempo di lavoro, un tempo di vita: un colore al giorno, un colore alla volta, sempre a partire dal rosso. Questa attitudine pittorica che determina la costruzione di una memoria dell’essere e dell’agire è, né più né meno, archivistica. Osservando le quattro tele in mostra – la prima del 2005, l’ultima del 2024 – viene da interrogarsi sul rapporto, così sbilanciato, tra le parti; se non ci fosse la piccola porzione superiore l’opera, pur eseguita allo stesso modo, sarebbe la somma di una serie di cancellazioni. Il centimetro superiore, invece, fa si che si trasformi in un catalogo cromatico, quasi si trattasse di una raccolta di quadri singoli adesi uno sull’altro; quella minuscola sovrapposizione di strati che garantisce una visione d’insieme tracciando un percorso nel tempo è un archivio, ed è con questa consapevolezza che l’artista, proprio negli anni in cui le Sedimentazioni diventavano una serie, ha iniziato a costruire il proprio.

Maria Morganti ogni giorno si reca in studio e compie una precisa sequenza di gesti, di cui tre sono fondamentali: versa uno o più colori nella sua ciotola – non una tavolozza – al cui interno ci sono i residui dei giorni precedenti; il nuovo colore così generato, in modo solo parzialmente intenzionale, viene poi steso su uno dei Diari, stecche di legno dipinte a fasce verticali che registrano di fatto la quotidianità del gesto pittorico, ognuna delle quali cristallizza qualche mese di lavoro (e di vita) dell’artista. Infine, il colore della ciotola viene steso su un piccolo quadro posto in una struttura che ricorda quella di un tabernacolo. Morganti lo ha chiamato Quadro infinito, perché su di esso interviene quasi ogni giorno dal 2006 con un nuovo passaggio di colore. È un dipinto aggettante che ha assunto le sembianze di una bizzarra scultura dal volto sempre diverso: credo che se, chi sa per quale motivo, fosse stato considerato un semplice quadro con un inizio e una fine, il percorso dell’artista sarebbe stato diverso e l’Archivio, forse, non esisterebbe. Il gesto che sta alla base dell’opera è il medesimo delle Sedimentazioni, con la differenza che in questo caso si tratta davvero di una serie di cancellazioni sovrapposte. Non può esserci il margine alto a svolgere funzione archivistica, altrimenti il quadro diventerebbe finito per ovvi limiti di spazio. Tuttavia, siccome archiviare è questione di azioni consecutive che attendono un gesto affermativo – stendere il colore sulla tela, e la decisione di terminarla, nelle Sedimentazioni – in questo caso è necessaria un’azione diversa, un’operazione metapittorica e archeologica. 

Maria Morganti, Sedimentazione 2023 #10, 2023, dettaglio, photo Francesco Ribuffo

Dentro la pittura è un’installazione ambientale in carta da parati che riproduce, ripetuta in moduli verticali, l’immagine ingrandita al microscopio di un frammento del Quadro infinito. Si tratta di un carotaggio di circa 1,5 x 0,3 centimetri, una porzione minuscola di opera che assume qui autonomia in un totale ribaltamento di scala, nonché di piano visivo. Nel medesimo istante siamo immersi nella pittura che si fa altro da sé, e – tornando al fulcro della questione – nell’archiviazione come esperienza fondativa del dipingere. Il gesto di rivelare lo svolgersi temporale di un pezzetto di quadro in una superficie dalla fisionomia provvisoria rispecchia, del resto, la tensione a costruire una totalità aperta, in progress, a cui mi riferivo come elemento costitutivo dell’Archivio Maria Morganti. Sulla parete di fondo completa l’installazione una piccola tela, il cui spessore appare subito evidente: è una gemmazione, la prima realizzata, che per l’artista è derivazione del Quadro infinito (“come se lui stesso avesse iniziato a germogliare”, scrive) e condensa circa quattro anni di pittura, dal 2015 al 2019.

Maria Morganti, Parete Pittura #2, 2020 (2024), particolare, photo F. Ribuffo

A un ambiente saturato da un catalogo cromatico in loop, fa da contraltare uno spazio vuoto. È la prima cosa di cui ci si accorge varcata la soglia della galleria e presenta specularmente ciò che vedo ogni volta che entro nello studio dell’artista. Alla mia destra (cioè, alla vostra sinistra) noto una parete su cui qualche quadro – mai tanti, a volte nessuno – è appeso; una normalissima parete su cui l’artista osserva le sue tele mentre asciugano valutando il da farsi, se mettere un punto al tempo che esse sedimentano. Mi avvicino meglio e vedo una serie di oltre trenta fori ad altezze diverse, con rispettivi tasselli contrassegnati da colori. Capisco poco di questa strana costellazione finché, appena oltre, scorgo una legenda scritta a mano dall’artista che elenca – o meglio, ricorda a se stessa – le misure della propria pittura, in relazione ad altezze che possono dar luce a un certo numero di variabili espositive. Dobbiamo immaginarlo noi questo potenziale archivio di allestimenti diversi di cui le Sedimentazioni in mostra presentano solo una delle opzioni. Parete pittura, riproduzione di un muro dello studio che si fa opera, non è soltanto una piattaforma riflessiva, uno stimolo a compiere l’esercizio mentale di porsi nell’orizzonte di pensiero di Morganti, ma anche una parte fisica di Archivio che prende corpo esterno.

Maria Morganti, Tavola dell’autoritratto. 2.05 Agire giorno per giorno. Condensare materia (quadro infinito). Aggiornato al 18 febbraio 2022, 2022 (2024), photo F. Allegretto (dettaglio)

Questo duplice aspetto emerge in altri tre lavori esposti, che l’artista definisce opere “generate dall’Archivio”. La sua versione digitale infatti è organizzata in modo da favorire la consultazione di due parti fondamentali: una sezione è dedicata alla catalogazione delle opere dagli anni 80 a oggi, un’altra è invece di tipo interpretativo. La seconda presenta a sua volta una sezione, chiamata Autoritratto, dove Morganti ripercorre e rilegge la sua ricerca passata e presente in diversi capitoli di una sorta di libro senza fine. Ciascuno di essi riporta una data di stesura e non è raro che nel tempo venga aggiornato in sincronia con l’accrescere dell’Archivio, con la comparsa di nuovi lavori nati dai preesistenti e, in sintesi, con il ripensare se stessi e il proprio percorso all’interno di un insieme dinamico considerato opera tanto quanto un quadro. Alcuni passaggi salienti di tale autoritratto, in seguito, acquistano autonomia passando dalla versione web dell’Archivio alla realtà fisica in veste di grandi schede che ricordano tavole scientifiche. Di queste opere-documento, una è collocata al centro dello spazio espositivo, e non per ragioni contingenti. In una mostra che racconta il comune denominatore tra pratica pittorica e vocazione archivistica, nel caso di Morganti è facile lasciarsi eccessivamente catturare dalla natura intima, introspettiva e individuale della sua pratica, in verità non separabile da un profondo senso di apertura e di condivisione. Dal 2002 al 2012, ogni mercoledì salvo poche eccezioni, l’artista ha coordinato una serie di incontri tra colleghi organizzati in studio e, successivamente, alla Fondazione Bevilacqua La Masa, con l’obiettivo di attivare un confronto il più possibile aperto e orizzontale sulle rispettive pratiche senza intermediazioni né fini di promozione. La tavola esposta riassume la vicenda di un autoritratto collettivo raccogliendo i 254 appuntamenti e chi ne è stato protagonista – ovviamente uno dopo l’altro, senza dimenticarne nessuno. 

Maria Morganti, Tarocchi, Versione per Galleria de’ Foscherari, 2024, photo F. Allegretto

Solo ora in conclusione di questo testo mi accorgo che poco lontano dalla mia scrivania c’è un mazzo regalatomi da Maria, una copia dei Tarocchi realizzati per la mostra. Non so leggere le carte – un amico mi dice che devo far loro la giusta domanda, ma non mi riesce – allora le mescolo e inizio a disporle consecutivamente sul tavolo. Vedo l’Archivio per come mi si presenta da sé, ogni carta raffigura un’opera. Posso fare alcuni accostamenti, pensare in serie, creare nuove combinazioni – forse un’idea di mostra, ma sarà per la prossima volta. Credo che questo sia ciò che Maria vuole dal suo progetto d’archivio, in fondo: rimuginare sul suo lavoro, ripensarlo e ragionare con gli altri, senza mai smettere. Io, invece, ripenso alla didascalia iniziale e all’ambivalenza tra opera autonoma e archivio-opera. Tra i suoi lavori più recenti l’artista presenta immagini di combinazioni delle carte del mazzo; una di queste mostra lo scatto di una mano che regge una carta che raffigura il medesimo gesto, in scala minore. Il sottotitolo della tavola è Tautologia e, allestita al centro della vetrina della galleria, lascia presagire la posta in gioco.

Maria Morganti. Generare l’archivio
a cura di Enrico Camprini
Galleria de’ Foscherari, Bologna
fino al 28 settembre 2024

Enrico Camprini

(Forlì, 1995) è critico d’arte e curatore indipendente, di base a Bologna. Si è formato presso l’Università di Bologna, dove ha conseguito la Laurea in Filosofia e la Laurea Magistrale in Arti Visive. Nella stessa città, è dal 2020 membro fondatore del progetto curatoriale Marktstudio. Suoi testi sono apparsi su magazine, riviste di settore e piattaforme culturali, e ha realizzato mostre e progetti in spazi indipendenti e gallerie.

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