Finché ci saranno film

Parte del mio ‘lessico familiare’ è «Tant qu’il y aura des films», parafrasi usata da mia madre di Tant qu’il y aura des hommes, titolo francese di From here to eternity (1953), il celebre film di Fred Zinnemann, tratto dall’omonimo romanzo di James Jones. «Finché ci saranno film», riconoscendo quindi al cinema una funzione quasi ‘vitale’. E per cinema intendo la proiezione vissuta nella sala cinematografica e «per il tempo prescritto di una visione più o meno collettiva», che, come indica Raymond Bellour (La querelle des dispositifs, 2012), crea «la condizione di un’esperienza unica di percezione e di memoria»; una condizione che «ogni altra situazione di visione non fa che alterare in misura diversa». Forse per questo ho qualche difficoltà a confrontare film visti in sala con altri fruiti tra le mura domestiche, consapevole del fatto che la mia concentrazione è stata certamente diversa, non minore forse – ma forse invece sì – e comunque ‘altra’. Qui, tuttavia, il mio confronto non mira ad approfondite analisi, ma solo a considerazioni estemporanee, che collegano film alquanto diversi per trama, epoca di ambientazione e stile narrativo, ovvero Illusioni perdute di Xavier Giannoli (2021), in concorso all’ultima Mostra del cinema di Venezia, Don’t look up di Adam McKay (2021), visto su Netflix da cui è prodotto e sul cui canale è uscito quasi contemporaneamente alle sale, e infine Un eroe di Asghar Farhadi (Grand Prix a Cannes, 2021). A legarli è il tema della comunicazione (giornalistica, televisiva, social), centrale specie nel secondo film elencato, più marginale nell’ultimo, ma detonatore grazie al quale il dramma, esistenziale e fisico si compie, svelando la sua forza pervasiva nei destini degli uomini.

Illusioni perdute, di Xavier Giannoli (2021)

Com’è noto Illusioni perdute è tratto dal romanzo omonimo di Balzac, nel quale si narra la ‘perdita di innocenza’ di un giovane ambizioso nella Parigi della Monarchia di Luglio (1830-1848), scatenata e avida di potere e di visibilità, tra nobili e borghesi arricchiti. Protagonista è Lucien de Rubempré, il quale, pur aspirando a diventare poeta, consacrandosi solo all’arte e trovando nella poesia alte soddisfazioni – incoraggiate dalla nobile Madame Louise de Bargeton, bella e malmaritata con un anziano potente -, sceglie, una volta giunto a Parigi, di compiere una scalata sociale, di «condurre la gran vita» e afferma che, in questo obiettivo la pratica della letteratura può «esser d’aiuto». La voce narrante, fin troppo insistente forse ma credo volutamente analoga allo stile a tratti debordante della scrittura di Balzac, è quella di un personaggio che è anche ne La fille d’Eve del 1838, Raoul Nathan, giornalista, drammaturgo, critico d’arte e di politica insieme, interpretato da un cinico e sempre bravo Xavier Dolan. Non troviamo nel film di Giannoli, come del resto nel romanzo di Balzac, l’artista o il poeta che trascorrono felici l’esistenza misera dell’eroe romantico.

Tommaso Minardi, Autoritratto nello studio, 1807

Il cliché del creativo, nella mansarda povera, senza riscaldamento, con le scarpe consumate – ben reso da Tommaso Minardi in Autoritratto nello studio del 1807 – è, intorno al Quaranta, ormai dépassé, perché solo i falliti continuano una vita di bohème. I fratelli Goncourt li definiranno «i transfughi dell’arte », e su di loro ironizzeranno anche Henri Murger nelle Scènes de la vie de bohème (1851) o Louis Veuillot ne Les odeurs de Paris (1867). Così, pure nella Éducation sentimentale (1869), Gustave Flaubert, accanto a Fréderic Moreau, sentimentale e sognatore, pone il personaggio di Delauriers, lavoratore e arrivista «accanito, energico». E sempre nello stesso romanzo il conte D’Ambreuse preferisce farsi chiamare Dambreuse e dedicarsi all’industria, con l’orecchio attento a carpire qualsiasi buona occasione negli uffici e nelle imprese, «subtil comme un grec et laborieux comme un auvergnat», capace in breve tempo di radunare una fortuna che tutti giudicavano considerevole. Les illusions perdues offre dunque uno spaccato impietoso dello sviluppo del giornalismo letterario che in Francia vede, tra il 1830 e il 1850, l’ascesa di una generazione che «canta» per arrivare al successo e che ha in mano strumenti molto scaltri, talvolta scorretti per dominare la scena, quali le recensioni pagate per elogiare o affondare un romanzo o una pièce di teatro, per intessere alleanze che spesso mutano (tra le battute, «meglio non leggere un libro, potrebbe influenzarti» oppure «solo le persone superficiali non si giudicano dalle apparenze»). Il film di Giannoli ben traduce questa frenesia e anche l’alternarsi della sorte per chi non sappia gestire tanto improvviso successo ed il potere che ancora detiene la nobiltà in declino sulla borghesia in ascesa. La scena in cui, a un tavolo della redazione, i critici letterari tirano a sorte se scrivere di Stendhal o di Chateaubriand, per quanto grottesca – come lo è la figura del direttore del giornale, recitata nel film da Gerard Depardieu, ex fruttivendolo analfabeta – non può non evocare scenari attuali, mantenendo un giusto equilibrio tra ambientazione in costume e scena contemporanea (sebbene vi sia anche chi ha definito il film ‘vecchio’).

Don’t Look Up, di Adam McKay (2021)

Pur su tutt’altro registro Don’t look up, incentrato sulla scoperta di una cometa che minaccia la distruzione del pianeta, è anch’esso una spietata satira del mondo della comunicazione, gestita direttamente dal potere politico, con una Meryl Streep versione Donald Trump. Se il tema centrale del film è la pericolosa svalutazione da parte del governo e degli organi di informazione della scoperta di un evento astronomico in atto, compiuta da una giovane dottoranda (Jennifer Lawrence), sostenuta dal suo docente (Leonardo Di Caprio), anche in questo caso il mondo del giornalismo ne esce molto male, asservito e ridicolo. Incapace di onestà nel riconoscere talenti nel caso di Giannoli/Balzac, incapace di ascoltare l’allarme della scienza nel caso di McKay. La cometa, mostrata a politici e telespettatori dai due astronomi allarmati e consapevoli, viene tradotta ai telespettatori quasi fosse una luminaria natalizia, un argomento di intrattenimento ulteriore per una società fondata sempre più su quei valori. Non è un caso che McKay citi Quinto potere di Sidney Lumet, graffiante satira del giornalismo televisivo del 1976, il suo film «preferito di sempre».[1] Tuttavia qui siamo ben oltre, calati nell’era delle post verità. Infatti, se Orson Welles riusciva a terrorizzare migliaia di newyorchesi annunciando nella trasmissione radiofonica della sera del 30 ottobre 1938 l’atterraggio di extraterrestri per La guerra dei mondi, nel film di McKay avviene l’esatto contrario, perché ad un pubblico del XXI secolo, assuefatto da videogiochi, la notizia ‘vera’ – ma presentata sminuendone la portata ed infarcendo la notizia di un carattere finzionale e di mero spot pubblicitario – non suscita l’allarme necessario.

McKay volutamente costruisce la storia in modo frammentario, senza un vero filo narrativo, ma con scene che rendono la nevrosi del ritmo incalzante dei fatti, accentuando l’effetto di comunicazione martellante, ma anche spesso ridicolo degli organi di informazione. La conduttrice televisiva, interpretata da una irriconoscibile Cate Blanchett, è alquanto azzeccata proprio nell’ incredibilità del personaggio, pienamente verosimile nell’ essere sopra le righe. Tuttavia, quella frammentarietà narrativa è stata disprezzata da parte della critica, così come il non aver voluto scegliere tra ironia e dramma, atteggiamento ben dichiarato dal regista nelle interviste, avendo tra i suoi film cult Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick. Le recensioni si sono infatti divise tra chi ha apprezzato il film per il mélange di divertente e deprimente (Mick La Salle nel «San Francisco Chronicle») e chi invece l’ha trovato espressione di «superficiale nichilismo» (Joe Morgemstern nell «Wall Street Journal»), inferiore a pellicole dello stesso McKay, quali La grande scommessa o Vice (L’uomo nell’ombra), che avevano inaugurato la sua stagione nei panni di regista ‘serio’, dopo una lunga carriera di autore di commedie satiriche e di siti di video comici, in coppia fissa con l’attore Will Ferrell. Prodotti però definiti da McKay non più adatti alla pesantezza dei tempi mutati, con l’ascesa della destra in America e la crisi climatica, argomenti centrali di Don’t look up, cui si aggiunge, come ricorda il regista, la suggestione causata dallo stato di incredulità diffusa nei confronti della pandemia, accolta negli States da un clima di forte negazionismo, sobillato e sostenuto da Trump. Quando, una volta obbligato a prenderne atto, Trump consiglia cure tragicomiche e pericolose come le iniezioni di candeggina, McKay, intento alle riprese del film, constata: «Niente di quello che avevo scritto era cosi folle, nemmeno lontanamente» .[2] Allarme ecologista ma anche allarme pandemico, dunque, espresso dal regista stesso, e non sovralettura compiuta da noi spettatori, come afferma invece Margherita Bordino su «Artribune»[3].

Un eroe, di Asghar Farhadi (2021)

Nel notevolissimo Un eroe di Farhadi, certamente il mio preferito fra i tre, la parabola del protagonista che talvolta riveste quasi i tratti di un Idiota dostoyevskiano, è segnata non tanto dall’ironia della sorte, da fatalità del destino, ma dall’azione dei media, dal modo di recepire, tradurre, rivoltare e restituire un evento, che di base rimane sempre lo stesso e che basterebbero pochi chiarimenti a risolvere. Il giovane artista e calligrafo iraniano, in prigione per non aver saldato un debito, compie infatti un’azione che, pur se non dettata da particolare buonismo, viene recepita ed esaltata come straordinaria, strumentalizzata dalla direzione stessa del carcere. Lui assiste incredulo e smarrito a tanto entusiasmo, ma presto la fortuna lo abbandona, la vicenda muta il suo corso in senso radicale, grazie soprattutto ai significati che la comunicazione giornalistica e i commenti sui social (comprensivi di video pubblicati a tradimento) attribuiscono alla conoscenza di nuovi elementi della storia: elementi non fondanti, non gravi, anzi addirittura di per sé risibili, ma che ugualmente vengono gonfiati e tradotti con enfasi spettacolare, facendo precipitare il giovane in un abisso di disprezzo generale. In questo caso giornalismo e social non sono certo l’oggetto principale della critica del regista, poiché la parabola potrebbe compiersi in altri secoli e luoghi, ma l’accelerazione con la quale avviene è resa possibile proprio dal mondo mediatico.

Non ci troviamo quindi di fronte a storie del genere Tutti gli uomini del presidente di Alan Pakula (1976) o Il caso Spotlight di Tom McCarty (2015), nelle quali gli ‘eroi’ sono giornalisti capaci di smascherare grossi scandali. Nell’era del fake, la verità che si presenta al pubblico di Don’t look up è così schiacciante da non esser accolta e comunque interpretata come se la sua portata non fosse tangibile, operando quindi un totale rovesciamento tra realtà e finzione, manipolate a seconda degli interessi in gioco: una manipolazione di lunghissima data, ma che il digitale, con la rapidissima circolazione di dati e notizie, ha fatto crescere in maniera paradossale. La profusione di immagini che circola oggi sui social network è infatti tale da toglierci la capacità di filtrare correttamente, «di distinguere tra factum e fiction », come annota Joan Fontcuberta[4]. È questo un tema caro, come è noto, a molti artisti (da Thomas Demand a Hito Steyerl), che scelgono quale pratica espressiva il ragionamento sui processi di occultamento e svelamento della realtà ad opera dei media, con lavori incentrati sul dimostrare come la verità prodotta dagli organi di informazione, regolati dalla politica, sia sempre fondata sulla finzione, e spesso supportata dalla produzione di falsi documenti. «Rovescia tutto» era il titolo scelto da Chiara Fumai per un workshop del 2014 all’Accademia di Belle Arti di Bari, ed è proprio questo meccanismo del rovesciamento a cui assistiamo nei film citati, nei quali l’informazione figura nel suo lato capace di distruggere, di ribaltare addirittura la realtà. Il libro o la messa in scena teatrale, da splendidi possono diventare risibili; la cometa pronta a schiantarsi sulla terra può prender la forma di un annuncio serio e terribile o invece assumere le sembianze di una farsa per rendere più glamour un set televisivo; infine, la borsa con le monete – trovata e poi restituita – essere la testimonianza di un gesto encomiabile o la prova di un reato da condannare.

Un eroe, di Asghar Farhadi (2021)

[1] Vedi L’evoluzione di Adam McKay, in “Il Post”

[2] Per analoghe dichiarazioni di Mc Kay cfr. Don’t Look Up non è un film, è una crisi di nervi, in “Rivista Studio”

[3] Don’t Look Up, il film di Adam McKay che tutti hanno associato alla pandemia. Noi no, in “Artribune”

[4] T. Casini, P. Villa, “ll leone non è cosi pericoloso come lo dipingono”: conversazione con Joan Fontcuberta, in The Gentle art of fake, Cinisello Balsamo 2019, p. 94.  

In copertina: Cate Blanchett in una scena di Don’t Look Up, di Adam McKay (2021)

Insegna Fenomenologia delle Arti Contemporanee all'Accademia di Belle Arti di Brera. Si è occupata di argomenti di arte e di critica d’arte dal XIX secolo ad oggi (con particolare attenzione all’arte dell’età unitaria, al simbolismo tra Francia e Italia, all’Orientalismo e ai rapporti tra parola e immagine), pubblicando saggi e monografie e collaborando a diverse mostre. Membro della SISCA (Società Italiana di Storia della Critica d’Arte), scrive da molti anni per il mensile “Il Giornale dell’arte” (Allemandi). Tra le sue ultime pubblicazioni “Un sogno fatto a Milano, Dialoghi con Orhan Pamuk intorno alla poetica del museo”, Johan&Levi, Milano 2018; “The gentle art of fake. Arti, teorie e dibattiti sul falso”, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2019.