L’altro Hotel è l’ultimo progetto discografico del coreografo Michele Di Stefano (mk), uscita conclusiva di XONG collection – dischi d’artista, progetto editoriale di Xing avviato nel 2021 con creazioni originali di personalità legate al mondo della performatività. In occasione della presentazione pubblica del cofanetto che raccoglie 19 vinili bianchi, che avverrà sabato 18 aprile al Castello di Rivoli, ho raggiunto Di Stefano, per conversare attorno a questa sua architettura di tracce -in fuga, della fuga.
Per il launch Michele Di Stefano attiverà performativamente Surplace Radio trasmettendo da una posizione estemporanea e nomade un palinsesto di ‘novità discografiche’ e deliri etnomusicali, e presentando in diretta la raccolta di brani di musica ‘situazionata’ dal suo LP, con altri interventi degli ospiti Margherita Morgantin, Mette Edvardsen e Cesare Pietroiusti, per passare il testimone a Luca Trevisani.

Questa nostra sarà una conversazione un po’ sbilenca, esattamente come quelle che tu hai raccolto in questo vastissimo archivio di frammenti intitolato “L’altro Hotel” . Io partirei proprio da questa riprogettazione del formato “diario”, trasformata in trasmissione radiofonica, in edificio sonoro di memorie. È molto interessante per me, da ascoltatore, la tua scelta di considerare il proprio “palazzo della memoria” in una dimensione comunque coreografica. Mi sembra che tu combinando, falciando, unendo geografie paesaggi e registrazioni così diverse abbia in fondo trattato tanto la memoria quanto la radio come un mezzo coreografico…
Penso di sì, coreograficamente lavoro con le categorie del vicino e del lontano, e ho cercato di ottenere una nuova prossimità con queste che io chiamo “tracce della fuga”. Sono materiali grezzi, memo vocali ottenuti in giro per il mondo, radicalmente diversi fra di loro: ho provato a restituirli senza una forma troppo definita – di renderli un oggetto di interesse al di fuori della mia sola biografia.
Questo è un lavoro granuloso e volutamente attaccato alla propria imperfezione – alle contingenze tecnologiche, se vuoi. Oggi la presa in diretta del mondo è divenuta facilissima e al contempo estremamente vulnerabile, piena di difetto. Ti chiedo: una continua moltiplicazione dei propri ricordi li rende più accessibili, o invece ne facilita lo smarrimento immediato?
Questa è una domanda che coglie un aspetto fondamentale del lavoro. Diciamo che mi permetto di non dare una risposta, cioè di lasciarla volutamente come una interrogazione aperta. C’è sempre la questione di voler inventare uno spazio, e invece di muoversi in un “data space” al quale si vorrebbe restituire instabilità e porosità. Appropriarsi di questa dimensione porosa, coreografarla persino, ma come vertigine.

Porosità, approssimazione, ma anche una sorta di guerriglia dei segni, che tu monti talvolta in completa contraddizione, in scontro tra loro. Da questo punto di vista il tuo è anche una specie di diario di guerra, o meglio dell’assalto sonoro. Perché c’è anche questa dimensione di assalto, per chi ascolta: una sconfusione che emerge sopratutto dal narratore stesso, dall’archivista-presentatore della trasmissione discografica che tu inventi, che dovrebbe portare ordine e invece procede nel compito opposto: aumentare la febbre d’archivio. È come se l’archivista fosse un complicatore piuttosto che un facilitatore…
Sposo in piena questa visione. Silvia Fanti di Xing ha insistito molto perché questa lavoro nascesse, e mi è servito approfondire perché volevo assumesse la forma di una rivolta contro la dimensione turistica del viaggio, dell’ascolto cronachistico, dell’accumulo di memorie. Non ho voluto chiarire, ma complicare, mostrare questo scompiglio, assecondare le derive. Il materiale si sposta e, spostandosi, cambia dimensione.
In questo momento mi sto molto interessando alla figura problematica del deliverer, di colui che fa consegne. Sono tutti modi per stare nel problema dello spazio, senza fuggirlo.
Quindi sì: le cose, rimescolandosi, si complicano, si smisurano. È stato anche il mio modo per rispondere alla domanda: qual è la mia posizione all’interno dell’archivio?
Io ho raccolto materiali ovunque — sui mezzi, negli spazi pubblici, nei contesti più diversi, dalle navi di crociera agli autobus ai deserti — e a un certo punto avevo bisogno di scaricarli, di differenziarli, di farli reagire. Di farli stare in questa rivolta.
Ti faccio un’altra domanda, perché è una cosa che mi sta ossessionando in questi giorni, anche a seguito di una conversazione che ho avuto a Venezia con con Lina Bolzoni proprio sull’arte della memoria. Tu dici che ne hai raccolti tantissimi frammenti, e questo lavoro è stato anche un modo per disappropriarli, per lasciare andare l’accumulo, per fargli avere altra vita, per dimenticare. Anni fa Umberto Eco voleva proporre, di fronte a questo eccesso di informazione del contemporaneo, non un’arte della memoria quanto dell’oblio. Senti ancora questa stessa necessità?
È una tensione che resta aperta. Dimenticare è l’ardore più bello, si dice. Questi miei oggetti trovati (ne ho più di 400) sono sempre in fuga – sono appunto tracce di una fuga che non è più possibile ricostruire integralmente. Qui sta la forza del lavoro.

Questo progetto esce dentro una collana di Xing che ha una sua struttura, una sua poetica legata a una tecnologia come quella del vinile – in apparenza molto in contrasto con gli strumenti di registrazione che hai utilizzato. Tornare al formato vinile è una nostalgia oppure un riapprodo a una forma di materia estremamente concreta, un tentativo di non cedere a a una “polverizzazione” generale delle cose (polverizzazione a cui pure molta arte del secolo scorso ha contribuito in maniere formidabili) ?
Io non parlerei di nostalgia. Direi piuttosto un rilancio della materialità. Stare nel solco, ancora. Io sento la necessità di incarnare qualunque cosa, lo dico da coreografo. Per me la consistenza dell’organico rimane il territorio più vasto possibile. Dove c’è questa vastità , io riesco a trovarmi, a trovare, paradossalmente, delle manovre di intimità. E insieme, ciò che accade nel punto più profondo di te stesso contiene sempre una perdita.
