Falce e martello. Cosa ci andiamo a fare in Cina?

15.09.2025

Recentemente ho realizzato un collage, 90 x 90 centimetri su pannello, composto da francobolli usati della Repubblica Italiana. Il soggetto era la falce e martello con la stella a ricordo del famoso manifesto elettorale Vota Comunista, che per quasi mezzo secolo è apparso nei cartelli elettorali italiani. Fondo arancio con la famosa testa Siracusana da 10 lire e falce e martello con stella col 3 lire rosso della serie Democratica, una mano che impugna una fiaccola (sic!). Rosso su arancio. Bellissimo.

Flavio Favelli, Vota Comunista, 2025, collage di francobolli usati su pannello, cm 90 x 90

Una galleria d’arte, dopo avere avuto il permesso dalla direttrice di Art Basel Hong Kong di esporre l’opera (evidentemente per esporre certe opere in Cina bisogna chiedere il permesso), l’ha presentata alla fiera lo scorso aprile. Ed è successo quello che la direttrice della galleria mi ha raccontato: una famiglia cinese, con i due figli che facevano da traduttori in inglese per i genitori, si era avvicinata con interesse all’opera. Il padre, dopo avere chiesto il prezzo, stava per comprarla, con l’addetta della galleria pronta a fargli firmare un documento di impegno. Ma d’improvviso si accorse che vicino alla falce e martello c’era anche la stella e si tirò indietro. Disse che solo la falce e martello sono il simbolo del Partito Comunista Cinese e non quello con la stella. Quello con la stella è del Partito Comunista Russo e così non poteva acquistare l’opera. A nulla valsero le spiegazioni. Ma che cosa si può spiegare a una persona che vuole che un’opera d’arte contemporanea corrisponda alla realtà? Che un’opera corrisponda in modo preciso a un simbolo che di solito splende su una tessera di un partito, forse i peggiori partiti della storia, quello Comunista Russo e quello Comunista Cinese, anche se quest’ultimo ha sconfitto la povertà e la fame, come disse Massimo D’Alema? Mi sarebbe piaciuto essere ad Art Basel Hong Kong per fare qualche domanda al Signor Xi, lo chiamerò così.

Buongiorno Signor Xi, mi permetta, e mi scuso fin da subito, se per motivi di un’educazione borghese, sebbene rivista e criticata, non ce la faccio a chiamarla compagno Xi, mi permetta una domanda: se la mia opera non avesse avuto la stella, l’avrebbe comprata, vero? Ma non pensa che quel simbolo rappresenti, oltre che il Partito Comunista Russo e anche altri come quello italiano, anche la rivoluzione come idea e ideale, a cui la Cina si è ispirata? Non pensa che quel simbolo, forse uno dei più longevi – giusto la croce gli dà dei metri –, sia comunque anche il vostro simbolo? E la bandiera cinese non è piena di stelle? Non sono simboli estranei e Mao non ce l’aveva sul berretto? Ma posso citare il Timoniere, Signor Xi? Vorrei dirle che questo simbolo rappresenta, manico di falce più o meno tondo e testa di martello più o meno pronunciata, l’idea comunista, a cui il suo paese, pardon la sua civiltà, si è ispirata e si continua a ispirare. E mi sembra, mi permetto, Signor Xi, un po’ antipatico dire che un simbolo comunista è migliore o più “preciso” di un altro. Certo la via cinese è quella che è rimasta, ma la falce e martello con la stella non è un segno così diverso, né lontano da questa idea. Capisco che l’ortodossia vada rispettata, ma lei mi sembra troppo severo. E invece no, Signor Xi, le confesso che non capisco il rispetto per l’ortodossia, perché nessun artista occidentale degno di questo nome rispetta nessuna ortodossia, perché l’ortodossia, qualsiasi ortodossia, è un po’ una storiella; ci perdoni Signor Xi, siamo figli dell’Avanguardia, e tutte le tessere ci fanno un po’ sorridere. E le devo confessare che ho un rispetto per lei direi di tipo “esotico”, un qualcosa che ha a che fare più o meno con “buon selvaggio comunista”, e solo avendo questo tipo di rispetto devo dirle che capisco che l’ortodossia possa essere rispettata. Preciso che “buon selvaggio comunista” è un termine che ben illustra il mio atteggiamento, forse un po’ borghese, un po’ da radical chic e un po’ colonialista insieme, decisamente non corretto, ma a volte è meglio essere sinceri. Perché sa, Signor Xi, non è semplice relazionarsi a un cinese comunista. Da una parte c’è il suo essere cinese. E come possiamo comprendere i cinesi? I cinesi commercianti o quelli della medicina? O quelli che copiano? Poi però qualcuno ci dice che se copiano è perché ci rispettano. Ma in fondo la persona cinese rimane un mistero, un abitante di una civiltà idraulica, grandi spazi, grandi fiumi, grandi mari, grandi muri, vasti cieli dell’Impero Celeste e poi Confucio. Ma lei è anche comunista e allora visto che il comunismo viene dalle nostre parti, cambiamo atteggiamento, perché il comunismo è un ideale senz’altro nobile e virtuoso, che forse comprendono più gli intellettuali che il popolo, semmai il popolo giusto lo pratica. Così da una parte c’è l’impressione che lei venga da un paese molto lontano, la Cina è lontana, con l’Impero Celeste e Confucio, ma dall’altra che lei sia un po’ più vicino, la Cina è vicina, perché in qualche modo di sinistra come noi, perché essere di sinistra vuole dire scrollarsi di dosso tutte quelle storielle arcaiche sulla tradizione che in fondo difendono il pensiero reazionario, magari di tipo feudale. Però poi qualcosa non quadra perché il suo Partito Comunista Cinese supporta gli Istituti Confucio e allora non si capisce più nulla perché la Rivoluzione Comunista Cinese non fu tanto tenera con la cultura tradizionale. Sembra che il suo Partito stia facendo un po’ un minestrone, forse una zuppa cinese, fra tradizione e socialismo ed ecco perché ho pensato al termine “buon selvaggio comunista”, perché così prende insieme tutte e due le faccende. Mi rendo anche conto che “buon selvaggio comunista” suoni un po’ così, ma non riesco a trovare un altro termine.

Ora la Civiltà della Cina è una grande potenza tecnologica e militare, sa Signor Xi, quando sono stato alla Città Proibita (ma quante volte l’avete riverniciato il palazzo all’entrata?) ho comprato anche il dvd delle vostre parate militari, coi vostri aerei da guerra, con una scenografia un po’ troppo simile a Top Gun, ma certo non si può sempre innovare. E che fissa avete con Formosa, pardon, Taiwan e poi che goffi e bolsi i vostri congressi del Partito, sa che siete un po’ noiosi? Ma forse le grandi civiltà si costruiscono anche con la noia. Non la disturbo più Signor Xi, le faccio giusto notare che senza la stella lei avrebbe comprato un’opera che raffigurava sì, in modo conforme, il simbolo del Partito Comunista Cinese, ma realizzato con francobolli italiani, un paese non certo comunista. O forse l’avrebbe considerata una specie di omaggio di un artista che, usando le proprie tradizioni, per quante corrotte e contaminate dalla democrazia, rendeva onore al grande simbolo del Partito Comunista Cinese? Ma mi risponda Signor Xi, mi dica qualcosa!

Non saprei cosa aggiungere, se dirgli che uno degli scopi dell’arte contemporanea, ammesso che ne abbia uno, è proprio quello di non rappresentare in modo univoco e letterale un’idea, ma forse il terreno diventerebbe scivoloso. Insomma la mia opera non era così sbagliata per via della stella della Rivoluzione d’Ottobre. Senza quell’avvenimento forse la Cina sarebbe diventata un’Australia con le lanterne rosse o, come dice lo slogan Shen Yun, la compagnia di spettacolo, la Cina prima del Comunismo, un luogo di armonia, pace ed equilibrio, anche se la grande proliferazione dei Centri Confucio, centri per la diffusione della cultura cinese, è sostenuta dal Partito Comunista a formare così una strana alleanza, un po’ posticcia, fra passato imperiale immobile e una vorticosa attualità socialista protesa verso un futuro da grande potenza. Ma questo modo così terra terra di vedere l’arte, cioè che l’opera d’arte debba corrispondere alla realtà, cioè ne sia una sua conforme conferma e non una libera rappresentazione, non è solo un problema del Signor Xi: anche nell’arte italiana c’è un grande numero fra critici e artisti, amministratori e politici, che vorrebbe che l’arte corrispondesse al vero, che desse risposte alla situazione attuale, che fosse strumento di lotta per la giusta causa. Un’arte morale e moralista che combatte il male per il bene. Per cui le opere che non prendono parte a questa battaglia campale saranno sempre sbagliate, come è sbagliata, secondo il Signor Xi, la mia opera perché non ritrae in modo ortodosso il simbolo del Partito Comunista Cinese.

Flavio Favelli, Vota comunista, 2012, cm 252 x 243 x 160

Ma che cosa ci andiamo a fare in Cina? Anzi, con la Civiltà della Cina?

A portare arte di un mondo capitalista? E Hong Kong, dove c’è un po’ un fritto misto, cappello da libero mercato laccato gusto occidentale e servizio d’ordine alla cinese, è sempre Cina. E la Cina del Partito Comunista non è capitalista? Forse non del tutto, forse un po’ capitalista e un po’ no. Ma il Signor Xi non ha comprato la mia opera perché non era conforme, non perché fosse capitalista. E l’arte contemporanea non è capitalista per sua natura? O addirittura non è la più pura espressione del capitalismo? Forse la grande differenza sta che nel capitalismo occidentale si può parlare, certo fino a un certo punto, mentre in quello cinese si deve stare zitti. Solo che l’arte contemporanea parla, proprio per sua natura, anche se poi spesso la fanno stare zitta.

Che ci andiamo a fare in Cina? Si apprende recentemente che Art Basel dopo Hong Kong andrà in Qatar. E cosa ci andiamo a fare dai signori coi sottanoni di Doha? A portare opere tinta sabbia oppure conformi al tema ecologico in paesi debitori dell’aria condizionata? Possiamo portare un’arte libera in una monarchia assoluta? È interessante il commento della sorella dell’emiro, nonché presidentessa del museo di Doha, Sheikha al-Mayassa Al Thani, sulla statua dell’artista Adel Abdessemed, che ritrae in bronzo Zinedine Zidane mentre colpisce Marco Materazzi nella partita della Coppa del Mondo di calcio del 2006. L’opera fu presentata a Doha nel 2013, ma poi rimossa per le critiche e nel 2022 è stata reinstallata. A questo proposito al-Mayassa Al Thani ha dichiarato che l’obiettivo dell’esposizione della statua era quello di promuovere il dibattito sullo “stress degli atleti… e sull’importanza di affrontare i problemi di salute mentale… Zidane è un grande amico del Qatar. Ed è un grande modello per il mondo arabo”, ha affermato. “L’arte, come qualsiasi altra cosa, è una questione di gusto. Il nostro obiettivo è dare potere alle persone”.

Ma che ci andiamo a fare?

Flavio Favelli, Vota comunista, 2012, cm 252 x 243 x160

Flavio Favelli

Flavio Favelli

(Firenze, 1967), dopo la Laurea in Storia Orientale all’Università di Bologna, prende parte al Link Project (1995-2001). Ha esposto con progetti personali al MAXXI di Roma, al Centro per l’Arte Pecci di Prato, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, alla Maison Rouge di Parigi e al 176 Projectspace di Londra. Partecipa alla mostra “Italics” a Palazzo Grassi nel 2008 e a due Biennali di Venezia: la 50a (“Clandestini”, a cura di Francesco Bonami) e la 55a (Padiglione Italia a cura di Bartolomeo Pietromarchi). Nel 2008 realizza “Sala d’Attesa”, ambiente permanente nel Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna che accoglie la celebrazione di funerali laici. Nel 2015 l’opera “Gli Angeli degli Eroi” viene scelta dal Quirinale per commemorare i militari caduti nella ricorrenza del 4 Novembre. Tra i suoi ultimi progetti “Senso 80” (Albergo Diurno Venezia di Milano, 2017); “UNIVERS. Un negozio metafisico” (Venezia, 2017); “Serie Imperiale” (Casa del Popolo ed ex miniCoop di Bazzano, 2018), vincitore della seconda edizione di Italian Council; “Il bello inverso” (Ca’ Rezzonico, Venezia, 2019). Il suo ultimo libro è “Bologna la Rossa” (Corraini 2019).

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