Nei vari testi che, in assenza di un catalogo, affiancano le iniziative organizzate tra il 2024 e questo neonato 2025 per ricordare il centesimo anniversario della nascita di Enzo Sellerio, c’è una frase che ricorre di frequente e che appartiene allo stesso fotografo: “Il gioco è quella forma in cui, più di ogni altra, la vita dovrebbe essere vissuta: per questo avevo scelto la fotografia”. Difficile non averla in mente, osservando i centocinquanta scatti esposti alla Galleria d’arte moderna di Palermo, in una mostra intitolata semplicemente Antologia (ce ne sarà poi a ridosso un’altra, più circoscritta, presso le milanesi Gallerie d’Italia). Un po’ perché tra i soggetti preferiti di Sellerio, in particolare nei primi anni della sua attività di fotografo, ci sono i bambini, capaci quasi sempre di rovesciare in gioco perfino la miseria e il dolore (e del resto quella frase, il fotografo l’ha detta a proposito di un suo scatto celebre, Fucilazione alla Kalsa, del 1960, che mostra un gruppo di ragazzini intenti a mimare un’esecuzione capitale); e un po’ perché lo sguardo di Sellerio – homo ludens o “ragazzo-patriarca”, come lo ha definito Piero Violante ricordandolo all’indomani della morte – si sottrae a una piatta adesione a quello che ha davanti, traducendosi “in una spontanea libertà di modi”, secondo la bella frase di Emilio Villa nel testo di accompagnamento a una mostra presso la Galleria La Bussola di Torino nel 1957. Una libertà di modi presente in tutte le immagini della GAM, che siano di ambiente siciliano, come il celebre reportage Borgo di Dio, che avrebbe dovuto illustrare il libro di Danilo Dolci Banditi a Partinico e che invece uscì nel 1955 su “Cinema nuovo”, o che abbiano come sfondo New York, dove Sellerio realizzò una stupefacente galleria di ritratti di artisti e intellettuali americani, da Arthur Miller a Edie Sedgwick.
Forse per questa contagiosa libertà ha grande successo a Palermo – una sorta di gigantesco gioco collettivo – un’altra esposizione del centenario, Le vie di Sellerio, un percorso a cielo aperto nel centro della città che ha portato venti immagini tra le più famose del fotografo, stampate in grande formato, nei luoghi dove erano state scattate o comunque affini.
È invece già chiuso, ma non si esclude che venga portato altrove, un altro tassello di questo multiforme omaggio, la mostra Enzo Sellerio l’editore allestita fino a metà gennaio nella Sala delle Verifiche allo Steri, il massiccio palazzo che si affaccia sulla piazza della Marina e che ha accompagnato la storia della città nei secoli: residenza fortificata della potentissima famiglia Chiaromonte, poi sede per due secoli, dal 1601 al 1782, dell’Inquisizione spagnola (e dell’annesso carcere dove i reclusi venivano sottoposti a torture atroci, come testimoniano ancora oggi i graffiti sulle pareti delle celle), in seguito della Dogana e dei Tribunali del Regno e infine oggi del rettorato dell’università di Palermo, che all’inizio degli anni Settanta lo ha acquisito e restaurato su progetto di Roberto Calandra e con la consulenza di Carlo Scarpa. Un luogo quantomai adatto per ospitare questa esposizione, sia per il ruolo centrale che la storia di Sicilia ha sempre avuto nel catalogo Sellerio (e in particolare un volume, il 409 della “Memoria”, Urla senza suono, è dedicato ai graffiti dello Steri trascritti da Giuseppe Pitré), sia perché Enzo Sellerio, che negli anni Cinquanta aveva realizzato un servizio fotografico lungo e impegnativo sul meraviglioso soffitto ligneo della Sala dei Baroni, fu tra quelli che più si spesero per l’apertura al pubblico del palazzo, tra l’altro organizzando una beffa rimasta memorabile, quando nell’estate 2001 invitò le tout Palerme all’inesistente mostra di “tre giovani pittori, Simone Corleone, Francesco Danaro e Dareno Palermo”, cioè i nomi appena modificati degli autori del soffitto trecentesco.
All’episodio è stata data giusta rilevanza sui tanti piccoli fogli appesi alle pareti della Sala delle Verifiche che, ancora in vece di catalogo, hanno guidato i visitatori, offrendo informazioni utili e a volte sorprendenti sui volumi e gli oggetti esposti. Come le tessere di un grande mosaico, questi scritti – testimonianze, quarte di copertina, brevi memorie, che sarebbe bello vedere poi riuniti in volume – ricostruiscono la storia di un’avventura intellettuale particolarissima, nata più di cinquant’anni fa per iniziativa di una giovane coppia, Enzo e Elvira Sellerio.
Se il ruolo fondamentale della “signora”, come veniva chiamata per antonomasia, è stato più volte riconosciuto (fra l’altro in un volume della collana “La memoria”, il numero 1000, uscito poco dopo la sua morte nel 2010), in questa occasione si mette in luce con grande evidenza come la casa editrice sia stata, soprattutto nei decenni iniziali, quasi il precipitato delle attività e degli interessi coltivati da Enzo Sellerio con spirito giocoso e insieme serissimo: naturale pensare alla fotografia, così come naturale è evocare la sapienza grafica; forse non così immediato, eppure doveroso, ricordare la curiosità insaziabile per gli oggetti e i temi più disparati, il gusto raffinato per la lingua condensato in motti di spirito che a distanza di decenni non hanno perso nulla della loro arguzia; e infine – ma forse sarebbe stato opportuno metterlo per primo – l’amore ossimoricamente appassionato e lucido per la Sicilia.
Non per caso uno dei primi volumi pubblicati dalle Edizioni Esse (così si chiamò tra il 1969 e il 1972 la casa editrice prima che si scoprisse che un altro marchio già portava quel nome) fu una guida, Palermo in tasca, della giornalista Anna Pomar, a cui l’editore ritenne opportuno premettere una nota in cui si legge fra l’altro: “Palermo è una gentildonna aristocratica che è stata costretta a sposarsi svogliatamente con un marito violento e volgare, uno di quei mariti dai quali il divorzio non salva: e quel marito è il cemento armato, il cemento amato dagli speculatori e dai politicanti senza scrupoli, che hanno ucciso con naturalezza le meraviglie della natura, le ville, i parchi, i giardini incantati della città emirale, regale ed imperiale”. Decisamente lontana, la nota, per tono e contenuto, dalle abituali premesse alle guide.
E non assomiglia certo alla produzione editoriale italiana di quegli anni (per non parlare di cosa sarebbe venuto poi) la prima collana Sellerio, “La civiltà perfezionata” – nome suggerito da Leonardo Sciascia, nume tutelare insieme a Ignazio Buttitta della neonata casa editrice – i cui libri vengono descritti così: “Volumi formato 14 x 20 a margini intonsi stampati su carta Grifo avorio vergata delle Cartiere Miliani di Fabriano. Copertina in cartoncino. Sovracoperta in carta Ingres Cover illustrata con incisione originale. Protezione in carta pergamyn. Di ogni titolo viene stampata una edizione speciale in tiratura di 100 copie ognuna delle quali contiene un esemplare, numerato e firmato, dell’incisione riprodotta in copertina. L’edizione speciale ha la sovraccoperta e il cofanetto in carta Roma Veronese, color verde pallido”.
A vederli ben allineati sul banco in apertura della mostra allo Steri, e confrontandoli mentalmente con quello che riempie oggi la vetrina di una libreria, pare impossibile, e tuttavia questi libri trovarono rapidamente il loro pubblico. E pochi anni dopo, nell’autunno del 1978, uno di loro, L’affaire Moro di Sciascia, vendette centomila copie: un best seller con le pagine intonse! (Spiegava però un’altra nota allo Steri che alle tremila copie destinate alle edicole delle stazioni fu accluso, debitamente incellofanato, un coltellino levafustelle in legno e acciaio, di quelli in uso nelle farmacie, da dare in omaggio agli acquirenti, per facilitare il taglio delle pagine.)
Il successo dell’Affaire Moro accelerò la nascita di una nuova collana “agile, economica, che consentisse una più alta diffusione senza però snaturare la qualità e l’impronta della casa editrice”. Stiamo citando ancora dai piccoli fogli dello Steri e la collana è ovviamente “La memoria”, che sarebbe poi diventata, e ancora resta, l’immagine più immediatamente riconoscibile delle edizioni Sellerio.
Sui titoli, già dall’inizio e con il passare del tempo sempre di più, la scelta finale apparteneva al territorio della “signora”, che man mano ne “ha perfezionato gli intenti iniziali, moltiplicato la varietà di titoli, così componendo una biblioteca ideale intesa come mosaico di tante biblioteche ideali”. Era però di Enzo Sellerio l’invenzione grafica: “Un miracolo formale nella sua assoluta semplicità, come raccomandava il classicismo tedesco: il piccolo formato, la illustrazione quadrata al centro, i colori del titolo e dell’autore che via via cambiano sul bleu foncé della copertina”, avrebbe detto Violante ai funerali dell’editore nel febbraio del 2012. Di questo miracolo gli editori di tutto il mondo furono ammiratori e a volte imitatori, e lo hanno ammesso senza timore, tra gli altri, Jorge Herralde di Anagrama, Klaus Wagenbach, Vanni Scheiwiller.
Sarebbe però riduttivo, e anzi sbagliato, vedere nella mostra palermitana il tributo a un mondo della carta stampata condannato a un tramonto ineluttabile, tanto è evidente come i libri siano sempre stati per Sellerio cosa viva, veicolo di una conoscenza che, provenendo dal passato, è capace di parlare al presente – come nel caso, tra i volumi in mostra allo Steri, di Dove fiorisce il limone di Antonino Buttitta, dedicato all’archivio dell’artigiano Ignazio Lo Verde, traforatore di stampini metallici, dove “l’editore non perde l’opportunità per affermare un personalissimo concetto di bellezza e di eleganza… disorientando prima, e riorientando poi, i collezionisti e gli amatori del libro d’arte tradizionalmente inteso”.
È, quella di Sellerio, una scuola dello sguardo che abbraccia l’immagine e il testo scritto, dove (riprendiamo le parole di Buttitta per un altro splendido volume della collana “I cristalli”, La pittura su vetro in Sicilia) “la più umile arte ornamentale condivide il significato e le emozioni di quella intellettuale, e l’una si fonde nell’altra attraverso gradazioni impercettibili”. Una scuola dello sguardo di cui oggi più che mai, e in Italia più che altrove, ci sarebbe disperato bisogno.
Enzo Sellerio
Antologia
a cura di Olivia Sellerio con Sergio Troisi
Palermo, GAM
fino al 16 febbraio 2025
Una versione più breve di questo articolo è uscita sul «manifesto»
In copertina: Enzo Sellerio, Palermo. Bambini nel costume di cowboy ricevuto dai Morti, 2 novembre 1959
