La promessa del vedere

12.03.2026

Un progetto titanico, nato forse come una sfida. Una “maratona matta”, l’ha definita Stefano Ricci, nel proporre al direttore della Cineteca di Bologna, Gian Luca Farinelli, di disegnare ogni giorno, per tutto il primo anno dalla riapertura del Cinema Modernissimo, il manifesto di un film tra i cinque o sei in programmazione. Manifesti in cui ha reinterpretato col suo tratto inconfondibile frammenti di volti, di corpi e dettagli di frame cinematografici che a volte possono apparire familiari, altre volte del tutto stranianti e irriconoscibili. Accogliendo la proposta, come scrive nel volume pubblicato in occasione della mostra, Farinelli aveva pensato che fosse un “meraviglioso atto di follia”, da parte di un artista che pure conosceva bene quel luogo, avendo realizzato in precedenza un cortometraggio d’animazione sul lungo progetto del suo recupero e trasformazione. Situato sotto il livello stradale fra le fondamenta di Palazzo Ronzani e piazza Maggiore, il cinema fu inaugurato nel 1915, chiuso nel 2007, e restituito alla città il 21 novembre 2023.

Li ho visti è un’esperienza sensoriale, tra ricordi, sinestesie che si accavallano nelle mente e interrogano la nostra capacità/disponibilità a farci condurre nello spazio onirico ed esperienziale del cinema. Non siamo nel buio della sala cinematografia, la galleria è sapientemente illuminata, ma è come se fossimo al cinema. Ricordiamo il piacere della visione di alcuni film, il disappunto e l’irritazione per altri. È il corpo che parla, sorta di Time Machine che riaccende sensazioni dimenticate. Discussioni, letture, emozioni che ogni spettatore vive e assorbe anche inconsapevolmente, quando vede un film. Siamo in galleria ma siamo contemporaneamente al cinema, tra altri sconosciuti che navigano anche loro tra avvistamenti, memorie, curiosità.

Stefano Ricci, Li ho visti, vista dell’installazione

E non è lo slider a cui ci hanno abituato le reti sociali. Le opere di Ricci non si possono scrollare/vedere in velocità, ti rimangono appiccicate addosso, con la loro bellezza e enigmaticità. Mai didascaliche, evocano frammenti, immersioni e riemersioni. Non anticipano il film, ne fanno rivivere l’emozione, interrogano l’immaginario collettivo, visto che il significato estetico delle immagini è al contempo individuale e collettivo. Agiscono sulla nostra memoria in modo inaspettato; il punctum che ci colpisce può esseredi volta in volta può essere un’atmosfera, un oggetto, un personaggio. Genera. Reinventa. Ridefinisce il nostro sapere e il nostro sguardo. Riconosciamo titoli, ricordiamo i film, ma non sono più loro. I fotogrammi sono stati trasfigurati dalla mano di Ricci e dal nostro inconscio. Fenditure, cancellazioni, abrasioni sono ricorrenti nelle opere dell’artista. Il suo stile è “notturno”, scrive Goffredo Fofi in catalogo.

Stefano Ricci, Li ho visti, vista dell’installazione

“La presenza e il lavoro di Andrea Losanio, direttore della Galleria D406, e curatore della mostra, è stato determinante nella selezione delle opere della mostra. Da anni lavoriamo insieme, non sarei stato in grado di allestirla da solo”, commenta Ricci. La mostra raccoglie 50 disegni originali su carte vellutate, 60 riproduzioni a stampa in copia unica e tre nuovi grandi lavori disegnati su velluto. E il montaggio di Losanio funziona. Le opere creano relazioni enigmatiche in un paesaggio cromatico fluido, in cui a volte emerge una cromia, altre volte un tratto figurativo. Sono sempre in relazione tra loro, pur nella loro unicità.

Stefano Ricci, Li ho visti, vista dell’installazione

La coerenza del tratto di Ricci sconfina nei diversi formati in cui lavora – teatro, editoria, illustrazione, cinema. Nel 1996 insieme a Giovanna Anceschi ha fondato la rivista MANO fumetti scritti disegni, ed è tra i fondatori di Squadro-Stamperia e Galleria d’Arte e della Casa Editrice Sigaretten, per ricordare solo i progetti da lui sviluppati a Bologna; ma suoi lavori sono stati esposti in mostre personali e collettive in Russia, Giappone, Corea, Germania e Francia. Per le arti sceniche ha creato scenografie installative e sonore, disegnando dal vivo insieme ad attori e musicisti. Ha ideato film d’animazione, cortometraggi in stop motion e qualche mediometraggio, che saranno presentati a Fuoriorario il 15 marzo, e poi su Raiplay per un mese.

Stefano Ricci, Li ho visti, vista dell’installazione

Ermanna Montanari, attrice e cofondatrice del Teatro delle Albe, ha condiviso la scena con Ricci sul palco dello spettacolo Madre, mentre lui disegnava dal vivo. Lascio la conclusione alle parole con le quali lei restituisce la sua vicinanza al progetto: “Stefano è stato corpo-cinema nella sua impresa di ricreare, trasfigurare, inventare ex novo la storia del cinema […]. Lo immagino piegato e piagato, in ginocchio, a scandire le ore del giorno con la sua disciplina monastica, ruminando suoni gutturali, in un furioso lavoro manuale: lo ritrovo lì, il mio compagno di scena, in ogni manifesto, in ogni esplosione di colore, e già il numero 1 li contiene, moltiplicati, tutti. […] Per disegnare i 189 manifesti del Modernissimo, per aderire a quella smisuratezza in pochi mesi, Stefano avrà fatto una fatica immane, il suo gomito avrà pianto più volte, le sue ginocchia più volte avranno invocato pietà: ma ha mantenuto la promessa, come quel monaco tibetano che guidando i fratelli e le sorelle della sua comunità lungo un sentiero scosceso per trovare un rifugio, diceva: ‘per fortuna che la via è dura’. Artisti della promessa mantenuta, quelli di cui questo nostro povero mondo ancora abbisogna”.

Stefano Ricci, photo © Lorenzo Burlando

Stefano Ricci
Li ho visti
a cura di Andrea Losavio
Bologna, Galleria Modernissimo (ex Sottopasso di Piazza Re Enzo)
dal 4 febbraio al 19 aprile 2026

Li ho visti
Edizioni della Cineteca di Bologna, 2025
256 pp., € 36

Le fotografie che accompagnano l’articolo sono di Lorenzo Burlando per Cineteca di Bologna

Lorenza Pignatti

Lorenza Pignatti

è critica d’arte, curatrice e docente alla Nuova Accademia di Belle Arti (NABA) di Milano. È autrice del libro “Cartografie radicali. Attivismo, esplorazioni artistiche, geofiction” (Meltemi 2023), ha curato “Mind the Map. Mappe, diagrammi e dispositivi cartografici” (Postmedia Books 2011) e con Franco ‘Bifo’ Berardi “Adbusters. Ironia e distopia dell’attivismo visuale” (Meltemi 2020). Ha curato la collettiva “Dilettanti Geniali. Sperimentazioni artistiche degli anni Ottanta”, le personali di Mika Taanila “Damage/Control”, al Padiglione de l’Esprit Nouveau di Bologna, “Que Hare con el miedo” di Max de Esteban, alla Fundación Díaz-Caneja di Palencia e “Què condiciona les teves ficcions?” di Javier Peñafiel, alla Casa Solleric di Palma di Maiorca. Collabora con riviste e quotidiani come “il manifesto”, “Frieze”, “Art Review”, “e-flux journal”.

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