Capitata un po’ per caso al Parco della Musica gli scorsi 13 e 14 aprile, stante la disattenzione delle istituzioni teatrali romane (c’è modo di vederlo ancora domani, 27 aprile, al Teatro Verdi di Pordenone), la messa in scena di Madre – il poemetto scenico di Marco Martinelli con la voce di Ermanna Montanari, i disegni di Stefano Ricci e la musica di Daniele Roccato, tutto rigorosamente live –, complice l’acustica trascendentale dell’auditorium, è stata l’emozione maggiore di questa primavera così dura da accendere. Grazie alla gentilezza degli artisti e della produzione del Teatro delle Albe, proponiamo qui i testi di presentazione dei tre virtuosissimi interpreti, un trailer dello spettacolo e alcuni estratti dal volume Prima voce, titolo inaugurale della collana «Malagola» delle edizioni grafiche Sigaretten (151 pp. ill. a colori, € 16): il «piccolo manifesto» dell’omonima scuola di vocalità fondata da Montanari, alcune delle sue “partiture” che illustrano l’ampio saggio di Enrico Pitozzi contenuto nel volume, e alcuni dei disegni di Stefano Ricci che lo illustrano.

Dice Marco Martinelli che la metafora semplice e squassante del suo testo è stata il suo modo di reagire all’isolamento e allo sprofondamento del lockdown. Non lo metto in dubbio ma per fortuna Madre, come ogni autentica opera d’arte (e come infatti non si azzardano neppure a tentare di fare le migliaia di paccottiglie che quella vicenda cronachizzano, e così cronichizzano), trascende la vicenda che lo ha ispirato. Quel pozzo profondissimo, che ci mette in contatto con l’universo ctonio delle Madri, è la figurazione perfetta di ogni «porto sepolto» che, per dirla con Ungaretti, da sempre ci chiama col suo «nulla / di inesauribile segreto»: e dal quale tutti noi speriamo di «tornare alla luce». Ricordando la full immersion delle Albe nella Commedia sono ovviamente infernali, ma anche paradisiaci (la musica delle sfere), i cerchi concentrici che Stefano Ricci esegue con furia serena durante lo spettacolo: ogni volta dando corpo – mai illustrazione – alle immagini evocate dal testo di Martinelli, alle escursioni sismografiche della voce-strumento di Ermanna Montanari, ai sovracuti miracolosi del contrabbasso paganiniano di Daniele Roccato (degno erede del compianto Stefano Scodanibbio). Quando la sua cadenza più memorabile evoca l’inesorabile Allegretto della Settima, non posso non pensare al brano di Beethoven che, più d’ogni altra opera dell’ingegno umano, dà voce all’eterna malattia, all’eterna convalescenza, all’eterna ripresa: la «Canzona di ringraziamento offerta alla divinità da un guarito, in modo lidico» dell’op. 132.

Assistendo conquistati a questa jam session metafisica, non ci limitiamo a contemplare la Discesa e la Risalita: le affrontiamo anche noi. Così convincendoci, almeno per una sera, che anche a noi prima o poi finalmente si dia l’avventura di nascere.

Andrea Cortellessa

Madre, trailer

Piccolo manifesto Scuola di Vocalità

I.
La Scuola di Vocalità è il luogo in cui si pratica una disciplina gioiosa e esigentissima attraverso l’avventura della propria voce e del proprio corpo, dove la voce è il corpo, dove ognuno è pianeta sonoro e radice della sostanza che prenderà forma nel tempo che ci daremo. Un luogo plurale, abitato dalla città, in opera con la città, e al contempo separato, concepito in un’ottica di corresponsabilità collettiva, con la consapevolezza che ogni singola nostra cellula ha una storia ed è depositaria di una memoria non solo sensoriale, ma immaginifica e poetica.

II.
Scuola come silenzio, il fragoroso silenzio, insopportabile sorgente della parola. Luogo in cui la parola-visione è radicata al suo mistero, alla sua quadruplice gloriosa forma: significato, suono, potenza, e il silenzio che la custodisce. Luogo in cui tutti si studia, docenti e discenti, dove non si offrono tecniche prestabilite, ma si pratica una disciplina che prenderà forma originalissima con chi vi è coinvolto di volta in volta. Questo richiede tempo e pazienza, obbedienza, poiché non è affatto scontato, né immediato, il lasciar vivere e respirare il pianeta che ognuno di noi è. Sarà utile l’effetto di trascinamento, lieto, che ognuno porta in sé, come figura dell’esistenza umana, per il cammino. Per la follia di procedere e accettare ciò che succede. Ricordiamo a proposito i versi di Antonio Machado “Viandante, non c’è cammino / il cammino si fa andando”.

III.
Scuola come abbandono, luogo in cui non si ha fretta, in cui tenere distanti l’ansia di mostrarsi, la malattia dell’esibirsi, la peste del vendersi. Luogo in cui si apprende a essere spettatori nuvola, bordo dei nostri bordi.

IV.
Scuola come luogo in cui affrontare la “parete Nord” della voce, la parete degli inciampi e delle cadute, delle “selve oscure”, di un’amara solitudine. Luogo dell’attesa. Luogo in cui attrezzarsi per la scalata.

V.
Scuola come luogo dove sperimentare l’impossibile, dove onorare il proprio meccanismo sghembo, l’agonia di una voce senza corpo, il suo venir meno, e l’affiorare dello stupore. Si lotta sempre con un invisibile, non è così? che per noi ha la spessa consistenza di un muro, o di uno scoglio immobile e inscalfibile: ma cosa c’è di più bello dell’essere flutti?, e sbattere e sbatterci contro?, fino a suonare quel ritmo che così tanto ipnotizza occhi e orecchie quando siamo posti davanti a questo contrasto che la natura ci offre? e a volte nasconde dentro i nostri pori?

VI.
Scuola come enigma, luogo dell’altro che a volte ci accarezza, a volte ci ripugna, a volte ci fa cadere. Luogo della maschera e della sua capacità di coprire che è strumento di conoscenza, un altro modo pericolosissimo di vedere, leggere i segni. È l’attore che risponde al coro e si sottopone al suo giudizio; e il palco si fa patibolo: il suo attraversamento ci permette l’avventura vocale, poterlo abitare con la stessa stoffa di cui è fatto, lì, immobile, da millenni. Inchiodato.

VII.
Scuola come archivio dell’ascolto: non c’è voce senza ascolto. Luogo di cromie e orme di coloro che ci hanno preceduto: Antonin Artaud, Laurie Anderson, Meredith Monk, Carmelo Bene, Maria Callas, il vento, le rose, l’acqua, le preghiere, la gente, Demetrio Stratos, Leo de Berardinis, Perla Peragallo, Janis Joplin e altri loro nostri compagni e compagne di via. E luogo di incontrollato sgorgare delle emozioni, urla echeggi soffi risa.

VIII.
Scuola come giardino, luogo in cui non si rincorrono le tendenze, le mode facili, in cui non si è attenti all’ultimo grido, bensì al primo grado, nella volontà di imparare a imparare per scegliere cosa imparare.

IX.
Scuola infine come il seme glorioso che si nasconde sottoterra e nella notte germoglia.

Dvintaréi còma me (Diventerai come me), diceva ogni sera attorcigliando la cinta del suo grembiule attorno alla mia vita, al ritorno dai campi, e borbottava sempre la stessa formula con un ritmo salmodiato: acsé e’ mêl u’t starà luntân (così il male starà lontano da te). Ma non volevo diventare come lei: era vecchia, aveva mani grosse e dure, e il loro tatto spesso mi dava i brividi; la gente diceva che era una strega perché parlava coi morti. Aveva un gran dolore di essere viva, e il pozzo, a cui si affacciava agitando nell’aria i suoi lunghi capelli bagnati, sembrava il posto dove poteva essere quel che non era. A volte mi sollevava da terra per farmi guardare in fondo al pozzo: A vidat? Là zo u j è e’ zil (vedi? Laggiù c’è il cielo). Ma non era vero, non c’era il cielo, solo un gran buio, un’eco assordante del boato della nostra voce, appoggiata là, sul bordo. Da bòca a bòca (da bocca a bocca): era il segnale per recitare insieme il rosario in latino, o in una lingua inventata, perché Nora, questo il suo nome, non sapeva nemmeno l’italiano, e il dialetto lo parlava a rovescio quando proprio non voleva farsi capire. Ma io la capivo, senza volerlo, proprio come se un’energia radioattiva mi volasse dentro. Cosa cercava la nonna nei pozzi? Forse quello che io cerco con la voce, nella voce, quello che Daniele cerca con la musica, dentro la musica, quello che Stefano insegue nel disegnare. Il pozzo è una calamita, naturale esserne attratti.

Ermanna Montanari

La sensazione d’aver dimenticato qualcosa di fondamentale ha accompagnato tutta la mia avventura, fin da bambino, quando seduto sul divano, guardavo gli oggetti, ne ripetevo il nome, e non riuscivo mai a collegare le due cose. Ricordo i primi tentativi di portare nel futuro le esperienze cercando di descriverle mentalmente nel modo più accurato possibile. E niente, le parole rimanevano parole e la mia confusione aumentava. Ero comunque convinto che i grandi avessero risolto il problema e che con il tempo avrei imparato. Poi, dopo molti anni, ho compreso che la confusone non diminuisce, ma semplicemente nessuno ne parla, e il senso di disagio diventa parte fondante della vita quotidiana. Uno sfondo continuo e omogeneo a cui non si fa più caso, come un rumore fastidioso che in qualche modo viene accantonato perifericamente nella nostra percezione. Solo la cessazione, anche solo momentanea, di questo rumore ce ne rende consapevoli. Come dire: per inquinare un pianeta servono menti inquinate, per infliggere sofferenza servono menti sofferenti. Martinelli ci offre una piccola mappa per ritornare nel «paese degli specchi». Come dice questa madre: «quando ci passi vicino, cosa c’è di più importante delle mie calle?». Sì, cos’è più importante di questo momento? È tutto quello che abbiamo, che abbiamo mai avuto e che avremo. Una strada molto semplice ma per percorrerla, per dirla con Lao-Tzu, bisogna utilizzare una sottile intuizione.

Daniele Roccato

Uno dei quattro serpenti che hanno fatto il letargo nelle fondamenta della nostra casa ha cambiato la pelle. La trovo fuori dalla porta che dà sul giardino, è lunga centoventicinque centimetri. Sottile e trasparente come una palpebra abbassata. Cambiare pelle, cercare di rinascere a ogni prova, ogni giorno. La prima volta che ho disegnato dal vivo con un musicista, lo avevo appena conosciuto. Hitoshi Kojo suonava tanti piccoli strumenti, un ukulele, strumenti giocattolo, su un tappeto popolato da questo bosco di oggetti, come piccole persone che lo accompagnavano. Io disegnavo su un tavolino, accanto a lui. Devo dire che non ricordo niente del suono, solo che mi piaceva. Quella sera ho cominciato a disegnare e a scrivere delle frasi, brevi dialoghi con il mio amico Daniele che era morto da cinque anni. Per essere sincero non pensavo a lui da un po’ di tempo. Lasciandomi cadere nei suoni mi sono trovato davvero da un’altra parte, i disegni non erano come quelli che avevo fatto prima, e non dimenticherò mai quel momento. Disegnare dal vivo in Madre è ritornare in modo nuovo a quell’esperienza, attraversato dalle parole di Marco, la voce di Ermanna, la musica di Daniele. Tre animali meravigliosi. Con loro posso condividere l’occasione unica di mettermi in ascolto, e provare a disegnare quello che non c’è più, o non c’è ancora.

Stefano Ricci

Ermanna Montanari

attrice, autrice e scenografa, è fondatrice e direttrice artistica del Teatro delle Albe (1983) insieme a Marco Martinelli. Per il suo originale percorso di ricerca vocale ha ricevuto riconoscimenti, tra questi sette Premi Ubu, Golden Laurel, Premio Lo straniero “alla memoria di Carmelo Bene”, Premio Eleonora Duse. Nel 2011 ha firmato la direzione artistica del festival di Santarcangelo e nel 2021 ha fondato e dirige a Ravenna insieme a Enrico Pitozzi MALAGOLA Centro di ricerca vocale e sonora. Ha pubblicato un libro di racconti “Miniature Campianesi” (Oblomov 2017), e “L’abbaglio del tempo” (La nave di Teseo 2021). Nel 2012 è uscito a cura di Laura Mariani “Ermanna Montanari fare-disfare-rifare nel Teatro delle Albe” (Titivillus) e nel 2017 a cura di Enrico Pitozzi “Acusma. Figura e voce nel teatro sonoro di Ermanna Montanari” (Quodlibet). Nel 2021 Montanari ha firmato con Pitozzi “Cellula, anatomia dello spazio scenico” (Quodlibet) e nel 2022 “Prima voce” (Sigaretten). In relazione alla sua ricerca vocale sono stati pubblicati saggi e i cd “L’Isola di Alcina” e “Ouverture Alcina” (Ravenna Teatro), “La Mano” (Sossella), “fedeli d’Amore” (Stradivarius), opere realizzate con il compositore e musicista Luigi Ceccarelli, e “Rosvita” (Sossella).

Daniele Roccato

contrabbassista solista e compositore, è stato invitato a suonare in molti dei festival e delle sale da concerto più prestigiose, spesso presentando proprie composizioni. Per lui hanno scritto, fra gli altri, Gavin Bryars, Sofia Gubaidulina, Hans Werner Henze, Terry Riley, Salvatore Sciarrino. Assieme a Stefano Scodanibbio ha fondato l’ensemble di contrabbassi Ludus Gravis. Ha registrato per ECM, Wergo, PM Records, Sony BMG. Diversi suoi concerti sono stati trasmessi da RAI Radio3, BBC Radio e dal canale Sky ARTE. Grazie alla loro peculiare originalità i suoi progetti vengono inseriti in cartelloni di musica classica, contemporanea e jazz. La sua attività si estende in un vasto campo multidisciplinare che abbraccia il teatro, la danza, il cinema, la letteratura, le arti visive, le arti multimediali, la filosofia e il giornalismo, collaborando a stretto contatto con alcune delle maggiori personalità di queste aree. Tra le registrazioni discografiche: “Alisei” (ECM), “In Croce” (Wergo), “In D” (PDM), “Confluence” (PDM), “Works for double bass” di Henze (Wergo).

Stefano Ricci

disegnatore, collabora con la stampa periodica e l’editoria in Italia e all’estero, firmando progetti per i quali è stato selezionato dall'ADI, Design Index 2000, per il premio Compasso d'oro. Ha esposto in spazi pubblici, gallerie e festival nel mondo. È docente al HAW di Amburgo, all’ÉESI- Angouleme, all’Accademia di Belle Arti di Bologna, al D.A.M.S. di Udine/Gorizia. Lavora per il teatro, la danza e il cinema. Dal 1995 è curatore della collana "Edizioni Grafiche" della galleria d'arte Squadro di Bologna ed è il fondatore della rivista "Mano". Dal 2003 è direttore artistico di "Bianco e nero", rivista del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Dal 2008 dirige, con Anke Feuchtenberger, la casa editrice MamiVerlag. Nel 2021 è co-fondatore di Sigaretten, collana di libri di Squadro. Tra le sue pubblicazioni “La storia dell’Orso” (Quodlibet 2015), “Mia madre si chiama Loredana” (Quodlibet 2018), “I Molti” (Sigaretten 2022) e “Bartleby” (Gallimard 2022), e il cd “La voce del Castoro” (Rizosfera 2020).

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