Sabato 29 novembre alle ore 18 inaugurerà a Roma il monumento realizzato da Alfredo Pirri in omaggio a Don Roberto Sardelli. Si tratta di un traliccio della luce in disuso collocato al di sopra di un arco dell’acquedotto Felice, all’ingresso di via del Mandrione 455. Per l’occasione pubblichiamo un contributo di Valentina Galeotti.
“Nel bianco di Malevic c’è del giallo perché dietro c’è la memoria dell’oro. La drammaticità che c’è nel nostro lavoro (malgrado il fatto che si riconosce la tensione del quadrato) è perché la memoria di Laocoonte è viva.”
Jannis Kounellis, da Omelia, 1985
Cosa significa che un artista è controtempo? Georges Didi-Huberman parlando delle immagini parla di un particolare lavoro che l’opera d’arte compie rispetto al tempo cronologico: in contrapposizione ad un tempo esteso su una linea, dunque stadiale e fasico, è costituita da una sorta di intemporale, definito da Freud Zeitlos[1] così come, omologia proposta Huberman, da Nietzsche inattuale. Questo perché?
Huberman scrive: “il tempo non si limita a scorrere: lavora. Si costruisce crolla, si sbriciola e si trasforma. Scivola, cade e rinasce. Si seppellisce e risorge. Si decompone, si ricompone: altrove in altro modo, intenzione o latenze, in polarità un ambivalenze, in tempi musicali o contrattempi”[2].
Non è forse questo il lavoro compiuto dall’artista? Qualche tempo fa Alfredo Pirri si imbatte in un traliccio elettrico impiantato sull’arco dell’acquedotto di fianco alla fontana di Clemente XII in via del Mandrione.
Qualcosa si illumina. Oggetti trovati, objet trouvé di cui hanno mostrato ampia testimonianza artisti come Kounellis, Pistoletto, Pascali, Paolini, che lo colpisce e lo urta. Pirri afferma che fu attratto tempo fa da quell’oggetto, quella croce-traliccio, quella presenza silenziosa valorizzata da poco dalla riqualificazione dell’Acquedotto. Una croce.
Da lì una storia, una narrazione intorno a quella zona, il Mandrione, le sue baracche presenti sino agli anni 60, la storia di un prete che andò a vivere lì convinto che ogni bambino aveva il diritto di scrivere e sentirsi un poeta.
Quale connessione si accende tra la croce dimenticata e il bambino della baracca?

Qui siamo, come direbbe Lacan, nel campo dell’atto, un atto compiuto su un asse immaginario composto da tre tempi: Pasolini, Sardelli, Pirri.
Il primo, difficile non evocarlo in merito ai margini, alle periferie del mondo e del soggetto stesso, nei suoi Poeta delle ceneri incoraggiava a “gettare il nostro corpo nella lotta”[3], a bucare quella società che innarrestabilmente a suo dire divorava i poveri, gli emarginati e al contrario arricchiva di beni di consumo chi già ne aveva.
Al cuore di Pasolini, su cui per ovvi motivi non vi è la possibilità di estendere troppo il nostro ragionamento, vi era una magnifica contraddizione mai quietata nel tempo: un’anima-contro, ribelle, sovversiva, belligerante in lotta con un’altra dove egli definisce le istituzioni come misteriose, commoventi, luogo, è qui un punto centrale rispetto al nostro lavoro, di fratellanza.
Dove la direzione? Verso dove guardare? La via simbolica dell’arte può divenire una rotta possibile poiché capace di cucire corpo e il suo strappo, la sovversione con la parola della poesia, il silenzio con il ritmo di una danza.

Anche Sardelli gettò il suo corpo nella lotta affermando: “la politica è l’unico mezzo umano per liberarci”, si trasferì nelle baracche, nei ghetti, dove non c’era la luce né istruzione e si mise ad insegnare non tanto materie scientifiche quanto la poesia, le lettere, l’italiano poiché si accorse che lì qualcuno aveva cose da dire: “c’era troppo da dire”. “Non tacere”[4] il titolo del libro-raccolta di voci, disegni, scritti dei bambini.
Da quegli stessi margini l’artista contro-tempo Pirri guarda la croce e compie anch’egli un atto, getta il suo sguardo su quell’oggetto e conferisce ad esso corpo tramite un fascio di luce.
“L’artista precede l’analista”[5]. Celebre affermazione: il lavoro dell’analisi consiste, potremmo dire, nella configurazione del passato del soggetto, delle sue memorie, eventi di vita, incontri, alla luce del processo di storicizzazione. In questo processo il passato non sarà più come un deposito inerte di ricordi ma sarà sottoposto ad emersioni improvvise, cadute, risalite, soggette poi a risignificazioni.
L’inconscio non batte il tempo cronologico, alcune cose rimangono silenti, come un animale notturno che scruta il bosco nella notte, per poi balzare dietro un rumore, un crepitio.

Il traliccio-croce è stato pescato da Pirri, ri-pescato anzi, messo nel mondo dopo essere caduto fuori, come cadute fuori sono quelle persone a cui nessuno guarda, gli scartati, gli esclusi.
Non è forse questa la forza del desiderio? Fermare tutto, il discorso vigente, la velocità delle cose, la frenesia delle notizie per alzare lo sguardo e dire: “fermi tutti. Guardate quella croce”.
“Ho visto il sacro negli oggetti di uso comune”, afferma Kounellis, luce colore oro nell’opera Tragedia civile del 1977. L’oro in questione, sia in Kounellis che in Pirri, non sarà l’oro dell’icona bizantina distante, perfetta, uguale a sé stessa, sarà l’oro del sacro inteso, meglio ancora, come pura presenza, che non rimanda a nulla. Che è, nella sua luce.
In quella croce ci sono Goya, Tiziano, Malevic, Kounellis, dunque drammaturgia, inserita in un contesto storico e narrativo poco battuto, dimenticato anch’esso. L’intervento dell’artista sarà il fermarsi, guardare dove nessuno guarda e celebrarlo: “Elevare l’oggetto alla dignità della Cosa”[6] direbbe Lacan.
Alfredo Pirri, ancora una volta, mostra come l’artista non indietreggi davanti al decentramento, anzi, lo incoraggia, lo cerca, lo scruta. Una della sue più celebri istallazioni, Passi, parla di perdita di centro, di attraversamento, dove non vi è un inizio né una fine, solo dopo, dopo aver frantumato la superficie, qualcosa si potrà dire.
La croce allo stesso modo non era visibile, è bastato saperla vedere. Una mia paziente mi racconta di essersi sentita mortificata, intorno all’età di dieci anni, dalle parole di un padre distratto e incurante e che solo il nonno l’avesse notata, quella sera, accasciarsi lungo un corridoio affranta e scartata. Egli la sollevò da terra dicendo: Cosa c’è?
L’artista vede la luce nel buio, come l’analista, agisce contro campo, contro tempo, contro tutto, questo è il lavoro dell’arte.
Pirri ci ricorda che tutti noi siamo in croce, quel traliccio è il soggetto al margine, escluso, fuori discorso, caduto fuori che però resiste e assiste, testimone di viandanti, del tempo che scorre, forse chissà, un giorno, coperto di luce oro.
[1] Freud S. (1914), Ricordare, ripetere e rielaborare, in Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi,OSF, 7.
[2] Georges Didi Hubermann, L’immagine insepolta, Bollati Boringhieri, Torino, 2002, p. 194.
[3] Pier Paolo Pasolini, Poeta delle Ceneri, (1966), A.c.d. Villalta, Garzanti, Milano, 2023, p.65.
[4] Scuola 725, Non tacere, Libreria Editrice Fiorentina, 2020.
[5] Jacques Lacan, Omaggio a Marguerite Duras, La psicoanalisi, 8, 1990.
[6] Jacques Lacan, Il Seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi (1959-60), Einaudi, Torino 1994, p. 165
In copertina: fotografia di Alfredo Pirri
