Silenzio e fragore. La poetica di Emilio Isgrò

27.09.2024

Mi apparve chiaro che la cancellatura, capace di affermare il testo là dove lo nega, mi consentiva di inventarmi anche una mia personale, appassionante dialettica in vitro in grado di segnare il tempo con il movimento del pendolo.

“Affermare il testo là dove lo nega”, da questa affermazione possiamo costruire una traiettoria di suggestioni intorno alla cancellatura che in qualche modo sembrano bordare il discorso psicoanalitico specie nel versante della parola, del significante e del lavoro intorno a esso.

Tre sono gli aspetti che intenderei oggi proporvi, tre piste.
La prima è la lettera.
La seconda è il velo.
La terza è il niente.

Per avvicinarci alla lettera abbiamo la necessità di accostarci agli Altri scritti di Lacan e al Seminario XX[1]. Cosa intende per lettera Lacan? La lettera sarebbe quel pezzo staccato, monolitico, frutto di una estrema riduzione prodotta da un intervento chiamato, tra altri modi, marchiatura[2].

Dall’atto della marchiatura viene prodotto, e allo stesso tempo si cancella, il marchio, un tratto, un solco, e per cosa sta il marchio?

Il testo Lituraterra[3] di Lacan parla bene di una lettera che a differenza di come veniva intesa nel Seminario XI[4] ossia come significante che mortifica il vivente, verrà qui intesa come “ciotola”, pezzo staccato, elemento sorto da un incontro, da una contingenza, da un clinamen che separa e da cui qualcosa sorge.

Perché si parla di marchiatura? La marchiatura e il marchio che ne deriverà dal ripetersi di essa, sarà come la goccia di pioggia ossia qualcosa che non cessa di scendere, di operare, di lavorare, in altre parole l’avvenire dell’evento, al di là di ogni condizione, inaggirabile.

Questo accadere, nell’ordine dell’atto, si direbbe in gergo lacaniano, è la condizione più particolare, assoluta, propria di un soggetto rispetto ad un altro.

Se facessimo l’esempio di soggetto potremmo dire che la traccia, il marchio, l’osso assoluto di X, può essere rappresentato dal significante di “prescelto”, se si tratta di un significante, o da un’esclamazione, o da un suono rapido, un tocco, uno sguardo e saranno proprio questi resti caduti, o ceduti, che verranno poi elevati alla Dignità della Cosa. La poetica di Isgrò non sembra lontano da questo: isolare per elevare.

Ma quale sarà la cifra che questo artista andrà a sostenere? Non sarà la cancellatura come censura, come rimozione, come copertura, come negazione, ma sarà la cancellatura come elevazione.

Tramite la semplice operazione della cancellatura Isgrò eleva l’oggetto lettera alla dignità della Cosa. Cosa significa elevare alla dignità della Cosa[5]?

Significa prendere un oggetto e porlo su un piedistallo, mentre Duchamp lo fece tramite un’intuizione teoretica e Christo e Jean Claude lo fecero tramite le grandi opere di Land art dove coprivano centinaia di metri di superfici e monumenti, Isgrò lo fa con i testi, con le cartine geografiche e altri elementi.

Dunque l’operazione è con la lettera ma in modo particolare sulla lettera ossia lui, se volessimo accostare la pratica simbolico immaginaria della psicoanalisi con quella della pratica artistica isola, preleva, segrega un elemento con la conseguenza di elevarlo.

Quale è l’effetto che ne viene prodotto? Un isolare di un elemento, ma cosa offre di più questa operazione oltre all’isolamento semantico diciamo?

Potremmo dire che un elemento che il soggetto/osservatore incontra è quello, e qui il secondo punto, di uno smarrimento, di uno spaesamento.

Rispetto alle opere di Isgrò non si tratterà di un incontro con qualcosa di osceno, di orrorifico, di sgradevole, tutt’altro, saremo di fronte ad una bella forma, tuttavia, qualcosa delle sue opere e dalle sue opere eccede in modo propulsivo.

Cosa eccede? L’interruzione conferita dalla discontinuità della proposizione, dall’alterazione dello spartito, dalla deviazione formale ai testi più celebri, consente al soggetto una sospensione dal sapere e il disorientamento che ne deriva.

L’opera di Isgrò pone di fronte ad una decostruzione continua di ciò che ci aspettiamo.

Emilio Isgrò, Cancellatura, 1964, china su carta di giornale montata su cartoncino in blocco di plexiglass, 25 x 25 cm

Il secondo punto che vorrei trattare è il velo. Egli quando parla degli studenti a cui si rivolge presso le Università:

Da un lato potevo insegnargli a lavorare in levare sul testo verbo-visivo, cosi come Michelangelo lavorava sul marmo: proprio per scoprire una forma emozionante e fruttuosa nella materia informe della comunicazione mediatica. Dall’altro dovevo avvertirli che quella pratica poteva aiutarli a destreggiarsi meglio nella vita di tutti i giorni, e soprattutto a captare quella libertà residua che altrimenti resterebbe offuscata dal flusso inarrestabile della chiacchera e del consumo[6].

Un invito alla sottrazione creatrice si potrebbe affermare. Al silenzio. Quindi se da un lato si ha una sottrazione da cui il silenzio sorge, dall’altro si ha un fragore che la lettera produce.

Rispetto alla decostruzione non è dissimile ciò che si opera nell’analisi: ossia tramite l’interpretazione, la sottolineatura, si va disarticolare il discorso del paziente, si va a disturbare la convinzione costruita dall’io per dare spazio a ciò che è difforme, discontinuo, pulsatile, in altre parole inconscio.

Quale è il fine di questa operazione nell’analisi? Il fine sarà quello di incoraggiare l’emersione dell’essenziale, dello scricchiolio della superficie, della piega, della crepa che il soggetto dell’io tiene cautamente a bada. Non significa forse questo produrre inconscio? L’ultimo libro di Massimo Recalcati[7], oltre ad altri di questo autore, invoca chiaramente la centralità dell’inconscio e il rischio odierno della sua estinzione.

Se pensiamo al Finnegans wake[8], wake in inglese significa svegliarsi come osserva Miller, un atto a cui richiama Isgrò ossia svegliatevi, occhi aperti, non dormite.

Alla lettera, e dunque all’arte quale incarico viene dato? In questo caso quello di stare desti, dietro la lettera non rubata, ma velata, c’è scritto guardami. Come scritto di nuovo da Miller in Pezzi staccati[9] a proposito della lettera, dove si fa riferimento al diritto al segreto[10].

L’arte contemporanea e la società in genere urla la trasparenza, il controllo, l’esibizione, l’abbondanza, la saturazione dell’oggetto, una società definita dell’un-shaming, l’operazione di Isgrò si colloca al contrario ossia alla sottrazione, al nascondimento, al velo, al pudore, alla sospensione.

Quindi rispetto alla sua opera potremmo dire che siamo al cospetto di due livelli:

Un primo livello da cui individuare la cancellatura come fenomeno sociale, che potremmo dire conseguenza, resto, effetto, precipitato di un movimento di statuto soggettivo proprio dell’artista, quindi, come sovente accade, un movimento particolare, un marchio, una cifra, in questo caso di Emilio Isgrò, che per mezzo del riconoscimento sociale diviene linguaggio condiviso, per Isgrò, addirittura iconico.

Per questo artista, come per altri artisti celebri, la poetica sorta dalla creazione, dal lavoro dell’Uno, si aggancia ed entra in circolo un discorso. Da una contingenza dunque sorge la necessità insistente di praticare la cancellatura in moltissimi ambiti, abbeverandosi di una molteplicità di riferimenti che in questa sede dobbiamo limitarci ad accennare come Zanzotto, Mallarmé, Ungaretti, Manzoni, Lacan, Duchamp, alcuni dei quali conosciuti personalmente in veste di giornalista.

Perché il velo? Poc’anzi si è fatto riferimento alle grandi opere di Land art di Christo e Jean Claude, ma si potrebbe anche parlare di Hidden art nell’ambito della street art, ossia l’arte nascosta, anche se più effimera delle tele di Isgrò. Quale poetica a guidarle?

Partirei da un’affermazione di Lacan il quale dice: “quel che è amato, nell’oggetto d’amore è qualcosa che sta al di là. È indubbio, questo qualcosa non è niente, ma ha la proprietà di esserci simbolicamente” […] Sul velo si dipinge l’assenza. […] Il sipario è l’idolo dell’assenza”. In altre parole è l’elemento del sipario, del velo, del limite velato che consente un movimento, un’istanza di desiderio.

Credo che la cattura dello sguardo prodotta dalle opere di Isgrò consista in questo, in questa offerta di mancanza, in questo dono della mancanza, come se la linea nera fosse una palpebra fosse una possibilità di attesa.

Roland Barthes quando si riferisce all’amante parla dell’amante come figura dell’attesa, di colui che attende l’amato: “Sono innamorato? – Si, poiché sto aspettando. […] La fatale identità dell’innamorato non è altro che, quello che aspetta”[11].

Emilio Isgrò, 2016, photo © Valentina Tamborra, courtesy Archivio Emilio Isgrò

Al cospetto delle opere di Isgrò si scruta, si attende, ci si pone davanti a sipario come in un teatro: dietro cosa mi aspetta? Cosa è nascosto?

Analizziamo un’opera per non incorrere a generalismi. Prenderemo in considerazione l’opera “La costituzione cancellata”[12]. Lo stesso artista confessa di avere avvertito non poche remore prima di intervenire su un testo cosi fondativo per il paese, tuttavia superate queste, procede nella cancellazione con un effetto devastante. L’effetto è di movimento, un urto, un colpo, un richiamo alla veglia per un paese che Isgrò in quel momento veniva sopito.

Tuttavia credo non sia tanto l’aspetto del tempo convenzionalmente inteso, tempo di cui gli artisti poco si interessano, ma dell’opera in sé da intendersi come fragore, urlo, terremoto.

Un gesto apparentemente iconoclasta che manifesta al contrario un richiamo all’essenziale, alle radici, alla tradizione più di molti altri artisti contemporanei. Isgrò difatti non interviene su testi scelti casualmente, propri del divertissement, legati ad eventi effimeri, bensì su testi fondativi, permeati di storia, di memoria, dove la parola acquisiva un peso decisivo.

La stessa operazione avviene con l’Enciclopedia Treccani[13], con i testi di Manzoni[14], con noti spartiti musicali, la storia lo chiama e da lui viene attraversata nell’atto di leggere questa e nasconderla.

Dietro la cancellatura cosa c’è?

Niente. Direbbe Lacan. Dietro il velo c’è niente. Come dietro l’amato. Tuttavia qualcosa di inafferrabile, indicibile e misterioso brilla e muove il soggetto in modo “metonimico”, ossia tramite metafora, tramite simbolo, spingendo questi verso un “ancora”  mai completamente risolto, mai completamente saturo.

Difatti se immaginassimo di fare un’operazione al rovescio, ossia di rimuovere tutte le cancellature, avremmo di nuovo a disposizione la quantità di oggetti di libero consumo, al contrario, il velo che gli è stato sopra posto consente l’immaginazione, il moto, la curiosità, la gioia dell’esplorazione.

Il niente che c’è al di là come scrive Isgrò “può avere tanti nomi: speranza, progetto, fiducia, futuro. […] Quel niente che, per me, è l’antidoto al nulla in cui rischia di naufragare la mente dell’uomo”[15].

I sintomi contemporanei e la loro larga incidenza, consentitomi una brevissima parentesi clinica, risultano sorti proprio perché in assenza del velo, in assenza di mancanza, di vergogna, di limite, di bordatura di fronte ad un aumento spasmodico delle proposte. In questa epoca il niente è un dono. Solo da lì il desiderio può prendere vita.


[1] Jacques Lacan, Ancora, Il Seminario, Libro XX, Einaudi, Torino, 2011.

[2] Per un approfondimento intorno al concetto di marchio e alla marchiatura si rimanda ad Alex Pagliardini, Lacan al presente, Galaad edizioni, 2020.

[3] Jacques Lacan, Lituraterra, Altri scritti, Einaudi, Torino, 2013.

[4] Jacques Lacan, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Il Seminario, Libro XI, Einaudi, Torino, 2013.

[5] J. Lacan, L’etica della psicoanalisi, Il Seminario, Libro VII, Einaudi, Torino,

Si potrebbe affermare che l’estrema riduzione di questo artista sia la cancellatura? Come lui ha fatto, da cosa è sorta questa manovra? Cosa ha egli cancellato? Di cosa ha fatto un “saperci fare”?[6] Emilio Isgrò, Come difendersi dall’arte e dalla pioggia, Maretti Editore, 2013, pag. 84.

[7] Massimo Recalcati, L’elogio dell’inconscio, Casa Editrice Castelvecchi, Roma, 2024.

[8] James Joyce, Finnegans Wake, Mondadori, Milano, 2017.

[9] Jacques Alain Miller, Pezzi staccati, Bollati Boringhieri, Torino, 2006.

[10] Ibidem pag. 98.

[11] Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, Torino, 2014, pag. 42.

[12] Emilio Isgrò, La costituzione cancellata. Rappresentazione di un crimine, 1968.

[13] Gli interventi di cancellatura sull’Enciclopedia Treccani sono stati eseguiti da Emilio Isgrò nel 1970.

[14] Emilio Isgrò, I Promessi sposi cancellati per venticinque lettori e dieci appestati, 2016.

[15] Emilio Isgrò, Come difendersi dall’arte e dalla pioggia, Maretti Editore, 2013, pag. 59.

Valentina Galeotti

Valentina Galeotti

è psicologa e psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico lacaniano, responsabile del Centro Jonas Roma e presidente della Società Romana di Psicoanalisi. Svolge attività clinica, co-direttrice della Collana 'Cromie. Collana di Psicoanalisi e arte' edita da Castelvecchi ed autrice di numerosi articoli. Ha pubblicato 'La verità della bellezza' (Quodlibet, 2021) e 'Dal taglio, la luce. Passi di Alfredo Pirri' (Castelvecchi, 2023).

English
Go toTop