Carrie Mae Weems, per una critica dello sguardo

25/07/2025

La ricerca di Carrie Mae Weems, radicata nella fotografia ma estesa a video, installazioni, scrittura e performance, si configura come una profonda e incessante indagine sulle complesse intersezioni di razza, genere, classe, potere e rappresentazione. Attraverso un approccio metodologico rigoroso e una sensibilità estetica distintiva, l’artista afroamericana ha sistematicamente decostruito narrazioni dominanti, per riaffermare la soggettività e la resilienza delle comunità marginalizzate e analizzare più nel dettaglio la costruzione della storia e della memoria visiva. La ricerca si colloca in un dialogo critico con la tradizione del post-modernismo, interrogando la natura del regime scopico e la costruzione sociale dello sguardo.

La sua opera è intrinsecamente legata a una critica radicale dello sguardo e dei suoi meccanismi di potere. Esamina l’atto stesso del vedere, per rivelare come le immagini non siano mai neutre, ma prevalentemente cariche di ideologie e di implicazioni politiche. Si concentra sulla costruzione e decostruzione degli stereotipi razziali e di genere, spesso attraverso la riappropriazione di immagini storiche o la messa in scena di narrazioni che sfidano le aspettative. In questo senso, mette in atto una contro-visualizzazione, che mira a smascherare le logiche di potere insite nella rappresentazione e a proporre nuove modalità di visione e di soggettivazione. Partendo da questi presupposti, la mostra The Heart of the Matter (a cura di Sarah Meister, alle Gallerie d’Italia di Torino, fino al 7 settembre 2025) invita a sviluppare una filosofia del sospetto nei confronti di tutte le immagini, a decodificarne i messaggi impliciti e a riconoscere il potere che esse esercitano sulla nostra comprensione del mondo.

Carrie Mae Weems, Untitled, 1988; from the series Four Women. Credit: © Carrie Mae Weems and reproduced courtesy of the artist and Gladstone Gallery, New York, Fraenkel Gallery, San Francisco, and Galerie Barbara Thumm, Berlin

Concepita come tesi di master presso la University of California, San Diego, la serie Family Pictures and Stories (1978-1984) si presenta come un’opera di auto-etnografia visiva, in cui Weems utilizza foto istantanee della sua famiglia allargata a Portland, Oregon, come punto di partenza per una narrazione stratificata. Il progetto si distingue per un approccio che allinea la fotografia documentaristica con gli studi sul folklore e sulla letteratura, per creare un album composito, che trascende la mera cronaca e si addentra negli episodi della storia familiare dell’artista. Weems non si limita a registrare volti e luoghi, ma li contestualizza attraverso didascalie che descrivono le personalità, le vicende amorose, i sistemi di valori e le credenze dei suoi parenti, trasformando le immagini in vettori di memoria e di significato culturale.

Il lavoro sfida apertamente la presunta oggettività della fotografia documentaria, un genere spesso percepito come concreto e imparziale. Weems, al contrario, pone al centro la sua soggettività e la sua prospettiva storica come creatrice di immagini, riconoscendo che ogni atto di rappresentazione è intrinsecamente mediato e interpretato. Questa scelta è un atto consapevole di auto-definizione e di riappropriazione narrativa: «Prima o poi tutti noi sentiamo un profondo bisogno di conoscere e/o creare la nostra storia, di definire le nostre famiglie, i nostri amici, noi stessi in relazione a tutte le altre cose, persone, luoghi ed eventi. E senza dubbio c’è qualcosa di grandioso nel conoscere e creare noi stessi… Nel mio lavoro… quel ‘qualcosa di grandioso’ deriva dal fare una serie di collegamenti nella mia storia personale su questioni relative all’essere povera, nera, della classe operaia e, per giunta, donna.»

Carrie Mae Weems, Untitled (Man and mirror), 1990; from the series Kitchen Table.
Credit: © Carrie Mae Weems and reproduced courtesy of the artist and Gladstone Gallery, New York, Fraenkel Gallery, San Francisco, and Galerie Barbara Thumm, Berlin

Nella serie Kitchen Table Series (1990) il quotidiano viene trasformato in un palcoscenico per l’indagine esistenziale e sociale, dove il privato diventa politico. Attraverso una sequenza di 20 fotografie in bianco e nero e 14 pannelli di testo, l’artista si autoritrae in una varietà di pose e scenari attorno a un tavolo da cucina, inteso come una sorta di archetipo dello spazio domestico, luogo dove si negoziano relazioni, si affrontano dilemmi, si esprimono desideri e frustrazioni. Weems (nelle vesti della sua musa, o alter-ego) interagisce con il proprio amante, con amici e parenti, disegnando la coreografia di una vita sociale intensa, benché instabile. Esplora l’identità femminile, la maternità, l’amore, la solitudine e le dinamiche di potere all’interno della coppia e della famiglia, una narrazione intima della vita di una donna che ha subìto minacce razziali. L’uso del testo, che accompagna ogni immagine, non è didascalico, ma poetico e allusivo. Guida l’interpretazione dei fruitori e aggiunge strati di significato, che trascendono la mera rappresentazione visiva. I testi, che si concentrano sul corteggiamento e la dissoluzione della storia d’amore, raramente si sovrappongono direttamente alle immagini. Questa disgiunzione tra visivo e verbale è una scelta deliberata che amplifica le incongruenze e le reinterpretazioni intrinseche alla narrazione, per suggerire il divario tra interiorità e apparenza esteriore. Il commento poetico aggiunge strati di significato. Induce a una lettura attiva e a una negoziazione continua tra ciò che si vede e legge. Questa strategia mette in discussione la presunta trasparenza dell’immagine e la sua capacità di rivelare una verità univoca, sottolineando invece la complessità e l’ambiguità dell’esperienza umana.

L’illuminazione gioca un ruolo simbolico fondamentale: un lampadario sempre acceso, che allude alla luce invadente delle sale di osservazione, fa luce sulla scena con una crudezza quasi clinica. Questa luce diviene anche metaforica. Disvela dinamiche e cambiamenti psicologici, che raramente vengono espressi in pubblico.

Le prime immagini della serie tracciano il percorso della coppia, dall’intimità all’estraniamento, entro le fasi complesse di una relazione amorosa. Poi l’ambientazione diviene testimone delle fasi successive nella vita della protagonista: dalla sofferenza per amore mediata dalle donne della sua comunità (un richiamo alla solidarietà femminile), alla maternità e alla trasmissione di segreti e conoscenze alla figlia, fino alla autorealizzazione indipendente. In quest’ultima fase, Carrie Mae è sola al tavolo, rafforzata dagli eventi della vita. Questo percorso narrativo, pur essendo intimo, risuona con le traiettorie di emancipazione femminile e di ricerca di autonomia in un contesto sociale che spesso limita la soggettività delle donne nere. La serie può essere letta come una decostruzione del “gaze” patriarcale e razzializzato, riaffermando la soggettività incarnata della donna nera in uno spazio tradizionalmente associato alla sua subordinazione.

Carrie Mae Weems, Untitled; from the series Preach. Credit: © Carrie Mae Weems and reproduced courtesy of the artist and Gladstone Gallery, New York, Fraenkel Gallery, San Francisco, and Galerie Barbara Thumm, Berlin

La serie Roaming (2006), concepita durante una residenza presso l’American Academy di Roma, rappresenta un’acuta indagine sulla semiotica del potere inscritta nell’architettura urbana. Weems, utilizzando l’autoscatto della sua Rolleiflex, si ritrae costantemente di spalle, avvolta in un lungo abito nero, mentre osserva e inquadra ampie vedute e monumenti storici. Questa scelta di autorappresentazione, come da lei stessa dichiarato – «Potevo usare il mio corpo come un mezzo per guidare lo spettatore in quegli spazi, con grande consapevolezza, e metterli in discussione» – posiziona l’artista non come soggetto narcisistico, ma come musa e catalizzatore visivo, un corpo-sismografo che registra e problematizza le stratificazioni ideologiche degli spazi. Il percorso visivo attraverso Roma è un’esplorazione fenomenologica di architetture che incarnano ideologie imperialiste, religiose e autoritarie: dalle antiche rovine, reliquie della conquista imperiale, al ghetto ebraico, dalle basiliche cattoliche ai palazzi neoclassici, fino alle imponenti architetture fasciste erette sotto Benito Mussolini. La figura solitaria di Weems, spesso collocata in strade vuote o in prospettive che enfatizzano la monumentalità degli edifici, incoraggia una contemplazione rallentata, in netto contrasto con la fruizione distratta del pendolare o del turista. La sua presenza, discreta ma insistente, trasforma lo spazio da sfondo a protagonista dove i fruitori sono indotti a confrontarsi con la complicità dell’ambiente costruito nell’imposizione di soggezione, dominio e conformità. L’atto di voltare le spalle al monumento è una forma di contro-gaze, un rifiuto di assorbire passivamente la retorica del potere, e al contempo un invito a guardare con l’artista, attraverso la sua prospettiva critica.

Carrie Mae Weems, Road Sign, 1991–92; from the series Preach. Credit: © Carrie Mae Weems and reproduced courtesy of the artist and Gladstone Gallery, New York, Fraenkel Gallery, San Francisco, and Galerie Barbara Thumm, Berlin

North Star (2022) è una serie che affonda le radici nella storia familiare di Weems, intrecciandola con la memoria collettiva della migrazione forzata e della resilienza afroamericana. L’opera è ispirata alla vicenda del nonno dell’artista, Frank Weems, mezzadro e organizzatore del Southern Tenant Farmers’ Union, che nel 1936, dopo essere stato attaccato da una folla di bianchi, riuscì a fuggire seguendo la Stella Polare (Polaris) nel cielo notturno fino a Chicago.

L’immagine di Polaris che brilla in un cielo nero come la pece si ripete in una linea orizzontale di cornici ovali nere, creando una sequenza spaziale e temporale che evoca le migrazioni intraprese dagli schiavi e dai loro discendenti in fuga dalla persecuzione verso il rifugio del Nord. La scelta delle cornici ovali, tradizionalmente associate ai ritratti di famiglia o alle miniature, conferisce un senso di intimità, di memoria storica, trasforma la stella in un simbolo ancestrale di speranza e orientamento, evocando al contempo i pericoli e le incertezze della navigazione notturna, il senso di smarrimento e la vastità del viaggio, ma anche la ricerca e il sogno della libertà, dentro un’oscurità oppressiva. Weems, attraverso questa narrazione visiva, non solo onora la memoria del nonno, ma estende il suo racconto a una memoria transgenerazionale di lotta e resistenza, riaffermando il ruolo della stella come guida metaforica e fisica verso l’emancipazione. L’opera si configura come un memoriale visivo che connette il personale al politico, il micro-racconto al macro-racconto della storia afroamericana.

Carrie Mae Weems, Untitled (Great Expectations), 2016; from the series Scenes and Takes. Credit: © Carrie Mae Weems and reproduced courtesy of the artist and Gladstone Gallery, New York, Fraenkel Gallery, San Francisco, and Galerie Barbara Thumm, Berlin

In Scenes and Takes (2016), l’artista intende decostruire la rappresentazione della donna nera nell’industria mediale. La “musa” riemerge con una sottile evoluzione, spostando il suo sguardo critico sullo status delle donne afrodiscendenti nell’industria cinematografica e televisiva. Le fotografie, scattate sui set di acclamate serie TV come Empire e Scandal, attestano la crescente ma problematica rappresentazione televisiva delle persone nere in un panorama culturale in mutamento. Weems esplora i set e si introduce intenzionalmente in spazi nevralgici come la stanza degli sceneggiatori, il luogo influente dove le rappresentazioni e le identità razziali vengono create e, talvolta, stereotipate. Le inquadrature fotografiche alludono esplicitamente alle finzioni e illusioni intrinseche alla macchina di Hollywood, e lasciano vedere intenzionalmente gli apparati invisibili dei set: teatri di posa, telecamere, cavi penzolanti e sipari. Questa strategia meta-critica disvela la natura costruita dell’immagine mediale, dietro le quinte della produzione di identità e narrazioni. I pannelli di testo che accompagnano le serie sono vere e proprie sceneggiature di fantasia, che intensificano questa contro-narrazione. Attraverso l’intreccio verbo-visuale, Weems riafferma il rifiuto e la semplificazione misogina delle donne nere da parte di un’industria maschilista storicamente dominata da bianchi. Offre una critica stratificata alla produzione di immagini e alla loro influenza sulla percezione collettiva. L’opera diventa un atto di riappropriazione discorsiva, dove la messa in scena del processo produttivo mediale serve a smascherare le logiche di potere sottostanti. Un’altra volta viene sottolineato il ruolo della fotografia come strumento di manipolazione, medium opaco, un costrutto che plasma la percezione della realtà, e serve a sviluppare una filosofia del sospetto nei confronti di tutte le immagini, a decodificarne i messaggi impliciti e a riconoscere il potere che esse esercitano sulla nostra comprensione del mondo.

Carrie Mae Weems, Wilfredo, Laura and Me, I, 2002; from the series Dreaming in Cuba. Credit: © Carrie Mae Weems and reproduced courtesy of the artist and Gladstone Gallery, New York, Fraenkel Gallery, San Francisco, and Galerie Barbara Thumm, Berlin

Detto ciò, lascio che siano le parole efficaci di Weems a evocare le sottili sfumature di atmosfere contenute nelle sue immagini, aperte ulteriormente col linguaggio verbale, per estendere qualcosa che non si sente nelle scene riprese dal medium fotografico, in particolare in una fotografia della serie Kitchen Table Series:

“Lei sentiva che la monogamia aveva un suo perché, ma le attribuiva scarso valore. Era un sistema basato sulla proprietà privata, un ordine che sfugge alla natura umana. Personalmente non era dell’umore giusto per esplorare nuovi territori impervi. Ma, nonostante ciò, gli assicuro di essere abbastanza sicura di sé e del loro amore da lasciargli lo spazio per assaggiare i frutti esotici elargiti in tale abbondanza da madre natura. Lui era grato per tanta generosità. Conosceva i limiti della propria natura, e riteneva che la natura umana avesse spesso bisogno di un controllo sociale. Per il momento scelse di sacrificare sé stesso in nome dei benefici a lungo termine del suo amore e della loro relazione. Mettere alla prova in quel modo la forza della relazione era un gioco pericoloso; rischiare ora poteva essere più di quanto entrambi avessero pattuito”.

Carrie Mae Weems: The Heart of the Matter
a cura di Sarah Meister
Torino, Gallerie d’Italia
fino al 7 settembre 2025

catalogo Allemandi

Mauro Zanchi

Mauro Zanchi

è critico d’arte, curatore e saggista. Dirige il museo temporaneo BACO (Base Arte Contemporanea Odierna), a Bergamo, dal 2011. Attualmente insegna storia dell’Arte e della Fotografia nel Centro Bauer a Milano e nella Libera Accademia di Belle Arti (LABA) a Brescia, Semiotica dell’Arte nell’Istituto Europeo del Design (IED) a Torino. È coordinatore dei corsi di Fotografia alla LABA di Brescia.

Ha curato mostre personali di David Adamo, Francesco Arena, Mario Cresci, Mario Giacomelli, Luigi Ghirri, Annika Kahrs, William Kentridge, Daniel Knorr, Israel Lund, Navid Nuur, Adrian Paci, Dan Rees, Guido van der Werve. Inoltre ha organizzato mostre tematiche collettive con opere di importanti artiste internazionali: Marina Abramović, Yael Bartana, Vanessa Beecroft, Elisabetta Benassi, Vanessa Billy, Barbara Bloom, Angela Bulloch, Sophie Calle, Shannon Ebner, Tracey Emin, Haris Epaminonda, Nan Goldin, Barbara Hammer, Emily Jacir, Joan Jonas, Kimsooja, Barbara Kruger, Ketty La Rocca, Zoe Leonard, Sarah Lucas, Anna Maria Maiolino, Zanele Muholi, Shirin Neshat, Rä di Martino, Catherine Opie, Marinella Pirelli, Cindy Sherman, Kiki Smith, Georgina Starr, Jemima Stehli, Rosemarie Trockel, Francesca Woodman.

Suoi saggi e testi critici sono apparsi in varie pubblicazioni edite da Giunti, Silvana Editoriale, Electa, Mousse, Postmedia Books, CURA, Skinnerboox, Mimesis, Humboldt Books, Officina Libraria, Moretti & Vitali e Corriere della Sera.

Alcune pubblicazioni recenti: “Metafotografia 1+2+3” (Skinnerboox, 2019-2021), “Arte ed eros” (Giunti, 2020), “Arte e alchimia. Dall’antico al contemporaneo” (Giunti, 2021), “Arte e gioco” (Giunti, 2022), “La fotografia come medium estendibile” (Postmedia books, 2022), “Le insidie delle immagini” (Postmedia books, 2022), “Arte e bruttezza” (Giunti, 2023), “I sette Palazzi Celesti di Kiefer” (Postmedia books, 2024), “Arte e ironia” (Giunti, 2025). Scrive per Art e Dossier, Il Giornale dell’Arte, Antinomie, Doppiozero e ATPdiary.

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