Con la mostra dedicata al lavoro di Valerio Abate, accompagnata da una performance teatrale di Elisabeth Sassi e Cecilia Francesca Croce, si è inaugurato un pregevole programma di residenze d’artista presso il Museo Hermann Hesse Montagnola , incantevole realtà sulle montagne (la Collina d’Oro) sopra Lugano. Lo spirito dell’intenso ciclo dei prossimi mesi e anni, curato da Marcel Henry, direttore del museo, e da Giacomo Agosti, affonda le proprie radici nella pratica di attenzione e aiuto dello stesso Hesse verso i giovani artisti (tra gli altri, Peter Weiss e Gunter Böhmer). Per gentile concessione dell’autore, proponiamo il testo della mostra che dà avvio al programma Hesse Artist in Residence.
La colonna che Valerio Abate ha realizzato con 99 pezzi di legno modulari scuriti dalla fiamma è composta da 33 scalini (se così si può dire). Avvicinando lo sguardo si scopre che un terzo dei travetti è stato decorato con un principio figurale che procede per frammenti. Per questa ragione l’artista considera la sua una colonna coclide, cioè una replica – alta pochi metri – delle colonne dedicate alle imprese degli imperatori romani, di Gesù e di Napoleone, nelle quali – qualora lo spazio lo avesse permesso – era presente una scala a chiocciola interna. Le colonne antiche, alte nel cielo, erano sormontate da una statua. Questa non ha niente in cima ed è stata disposta, intenzionalmente, sotto a un soffitto non troppo alto di un luogo incongruo, quasi di un deposito.

Valerio Abate non ci mette nella condizione di guardare al meglio il contenuto figurativo del suo lavoro, ci suggerisce – piuttosto – che si tratti della storia di Friedrich Baroh, il protagonista di uno degli ultimi romanzi di Ernst Jünger (Il problema di Aladino, del 1983). Ma dove Jünger racconta in prima persona e fa vivere al suo personaggio una vicenda complessa, tra l’esercito della Polonia post comunista e l’industria dei funerali nei paesi occidentali, Abate si limita a rappresentare una serie di situazioni elementari che vengono indicate in didascalie dattiloscritte in tedesco.
Baroh offre un’urna a sé stesso, Baroh riposa, Baroh sale le scale, Baroh danza, Baroh nello studio, Baroh si masturba, e via dicendo.
Il giovane artista ha le idee chiare, come il narratore di una storia. Mette noi nelle condizioni del protagonista di Germinal di Zola : scendi sottoterra, entra nel cunicolo, sdraiati, abitua gli occhi all’oscurità e solo allora comincia a parlare, a mettere le mani sugli attrezzi e a mangiare quando hai fame. Ci passa le responsabilità di guardare, di leggere e di capire.

Da quando, pochi anni fa, è uscito dall’Accademia di Brera, ha cominciato a tenere un sistema di insegnamento nel liceo di Mendrisio che stupisce per il rigore e la naturalezza delle proposte. Affronta Rothko e Guy Debord, spiega Holbein partendo dal legno dell’incisione e la pittura cinese dall’inchiostro del tratto. Io e altri, che l’abbiamo avuto per allievo, rivediamo nelle sue parole i valori comuni portati a una vetrina tersa con i singoli colori ben rilevati. Perchè, allora, ci propone di abbassarci? E di rendere lo sguardo distratto per lo sforzo?
Come qualcuno che si sente in piedi o che misura il suo stare a galla, Valerio Abate prende coscienza di sé attraverso la riflessione e fa intravedere lo studio di San Gerolamo dove passa le giornate. Ma accanto a questo spazio pulito, c’è anche per lui un nucleo terroso sottostante ed è lo studio da artista dove si sporca le mani alla ricerca di un linguaggio per pittogrammi. Non sarebbe arrivato a una cosa complessa come la colonna se non avesse sperimentato una serie di momenti intuitivi, molti sulla carta e tutti in bianco e nero, che gli hanno fatto vincere un premio al m.a.x. museo di Chiasso e hanno stimolato una forma di euristica tutta particolare. Un sistema di comunicazione articolato per segni astratti, che traducono una conoscenza di sé come corpo. Fiducia nel proprio piacere e centratura sul proprio piacere.

È Valerio, a ben vedere, il Baroh graffito nella colonna. La storia dell’omino muto, che sembra sempre uguale ed è sempre schiacciato, è la vulgata di una condizione giovanile affascinante per tensione intellettuale alla quale vengono tolti i colori per una forma di ritegno emozionale.
Jünger non ha dato a Valerio Abate le immagini bensì la condizione per parlare di sé attraverso le immagini. I travetti possono ricordare i paragrafi numerati, di difficile lettura – perché monotoni, del libro e il colore uniforme della colonna in legno può assomigliare a quella storia della terra che secondo Hermann Hesse sostituiva, nei libri di Jünger, la storia dell’uomo. Valerio accetta di smarrirsi, almeno temporaneamente, e di far sentire il riso doloroso della propria sparizione.

In copertina: Valerio Abate, Colonna di Friedrich Baroh, 2022-24 (dettaglio) ph. Gabriele Spalluto
