Marta Roberti. L’avventura dei corpi

20.03.2025

Le due creature ci osservano imperscrutabili e composte (ma la coda che esce dal riquadro di carta non ci lascia tranquille), come tutte le creature (è il modo in cui viene chiamata la ‘creazione’ di Victor Frankenstein nel romanzo di Mary Shelley, è il nome di chi non ha nome) peraltro, perché il loro sguardo viene appunto da un altro mondo, come dice il verso di Cristina Campo (dal Diario bizantino, contenuto nella raccolta Passo d’addio, del 1956) che dà il titolo alla mostra di Marta Roberti (Roma, galleria z2o Sara Zanin, fino al 30 aprile).

Installation View, Marta Roberti, Due mondi – e io vengo dall’altro, curated by Cecilia Canziani, z2o Sara Zanin, 2025, photo Roberto Apa

In effetti, come scrive più avanti la stessa Campo, si tratta di un “mondo celato al mondo, compenetrato nel mondo, / inenarrabilmente ignoto al mondo, / dal soffio divino un attimo suscitato, / dal soffio divino / subito cancellato”. Come il passaggio che si apre fra le due creature, il “mondo celato al mondo” è tuttavia “compenetrato al mondo”: in effetti non si tratta tanto di varcare quella soglia come se si dovesse andare in chissà quale altro mondo, perché quel mondo “inenarrabilmente ignoto” in realtà, lo scrive sempre Cristina Campo, non smette di essere “dietro e dentro” il mondo: quel mondo è qui, è sempre stato qui, perché il “dietro” è appunto il “dentro”. È in questo senso che va compresa la presenza in molti dei lavori esposti del viso e del corpo della stessa pittrice (l’intera mostra può essere intesa anche come una sorta di autoritratto distribuito): il suo è infatti “il corpo del rito” – come scrive Cecilia Canziani, la curatrice della mostra – perché di fatto è proprio un rito quello che ci propone la pittrice, un rito che si amministra attraverso il ‘suo’ corpo. Come tutti i riti si tratta di una esperienza allo stesso tempo lineare, come i contorni riconoscibili delle creature che vediamo nella mostra (uccelli, serpenti, pesci, umani e ibridi non umani-umani, piante), ma proprio per questo del tutto enigmatica. Perché il rito non serve a capire, e rendere il mondo più comprensibile, al contrario, il rito serve a sopportare di abitare l’ambiguità del mondo, la sua fondamentale impensabilità. E che cosa c’è di più impensabile di un uccello in volo, oppure dello sguardo verde di una foglia?

Ma che cosa sono, propriamente, le due eleganti creature ai lati della soglia che unisce e divide i due mondi? Non si tratta di un ibrido fra una donna e un leopardo, come una meccanica addizione di un corpo ad un altro corpo; si tratta piuttosto di un corpo che non è né di donna né di leopardo; si tratta di mettere in mostra – è sempre la poesia di Cristina Campo a guidarci – una “soglia”, ma una soglia che “non è tra mondo e mondo / né tra anima e corpo”, è piuttosto un “taglio vivente ed efficace”. Quello che vediamo è proprio un “taglio”, e non quello che quel taglio ha tagliato; vediamo la ripetizione dell’operazione che contemporaneamente ci allontana dal mondo umano e ci espone al mondo non umano, ma senza che il primo sia abbandonato del tutto né che il secondo prenda il sopravvento. Perché il rito tiene insieme ciò che non può (non deve) stare insieme, l’umano e il non umano, il sacro e il profano, questo mondo e l’altro mondo. Come se con le sue figure enigmatiche ma allo stesso tempo esplicite e nitide (per questo i suoi disegni turbano, perché non nascondono nulla, eppure è proprio questa chiarezza a confondere lo sguardo), Marta Roberti ci esortasse  a sopportare la potenza di quel “taglio vivente” e per questo “efficace” (per questo la sua arte è sempre più affine a quella di una sacerdotessa di un culto misterico).

Non è in questione scegliere uno dei due mondi, ché l’altro mondo non sarà poi così diverso da questo, semmai di riuscire a cogliere l’altro mondo in questo mondo, come peraltro esorta la stessa Cristina Campo: “uno a uno vengono accesi i volti / alle radici millenarie / della selva d’icone, / per fare di giorno notte, / neve e stelle, / per far della tenebra rose ─ Più che rugiada trasparenti rose”. Riuscire a vedere nella donna l’animale, ma anche nell’animale la donna, e quindi non vedere più né l’animale né la donna. Non si tratta nemmeno di provare a vedere ciò che la donna e l’animale condividono, la loro supposta comune origine animale. Si tratta piuttosto di rendere misterioso il comune e il familiare (“per far della tenebra rose”, appunto), e così l’umano potrà perdere la sua umanità, e l’animale la sua animalità. Ma – ancora una volta – non si tratta, per la donna, di diventare un animale, tantomeno per l’animale di diventare umano. Si tratta piuttosto di abitare la zona di indistinzione fra questi due mondi, ché in questo consiste il mistero della vita.

Marta Roberti, Autoritratto In Posa Di Fenicottero, 2023, drawing and collage with graphite and oil pastel from handmade carbon paper on Taiwanese mulberry paper, cm 140 x 214, ph. Roberto Apa

Nella danza da fermo fra la donna che alza gli occhi al cielo e il fenicottero che li abbassa verso la terra – il rito è senza tempo, o meglio, il rito fluidifica lo spazio, e rende vischioso il tempo – vediamo allora, siamo sempre in ascolto di Cristina Campo, un “panico centrifugo” ma anche – tutta la mostra è un insistito e liberatorio ma anche – un “centripeto rapimento”. La creatura terrena trasforma le gambe in quasi ali, mentre la creatura del cielo diventa terrestre, ma per non essere troppo invadente si appoggia su una sola zampa, ché non dimentica mai di essere fatta per il volo e l’aria. Marta Roberti – e noi con lei – non resiste né al movimento “centrifugo” che la porta verso il cielo, ma nemmeno a quello contrario, quello “centripeto”, che non smette di riportarla verso la terra. È questo movimento che popola le sue immagini, che tanto più risuonano a modelli arcaici tanto più si mostrano attuali (è il sacro il tema del domani); è sempre Cristina Campo a guidarci fra queste immagini, “lungo l’intero giorno, / lungo l’intera via che porta a questo mondo / e cancella ogni via che porti a questo mondo”.

Marta Roberti, Due Sorelle a Confronto Con il Caos, 2025, drawing and collage with graphite and oil pastel from handmade carbon paper on Taiwanese mulberry paper, cm 150 x 365.5, ph. Roberto Apa

Perché, ed è il punto decisivo, non è in questione lasciare un mondo – il mondo umano – per abbandonarsi all’altro mondo, quello degli animali; in realtà “la via che porta a questo mondo” si “cancella” nel suo stesso tracciarsi. È questa la posta in gioco, sostare in questa via che in realtà non porta in nessun luogo, al contrario, è una via che è una danza, come quella infinita e perturbante in cui – in una delle immagini più potenti e inquietanti della mostra – vediamo le figure umane all’inizio e alla fine di una sorta di uroboro aggrovigliato. Si tratta del mitico serpente della mitologia egizia che inghiotte la propria coda, realizzando così la figura di un cerchio. Nella reinterpretazione di Marta Roberti a capo e coda del serpente c’è la stessa pittrice, mentre il corpo del rettile si avvoltola su sé stesso a formare più volte il simbolo dell’infinito. Un’umana che diventa animale che diventa umana, e che diventa serpente, e così via. È ancora Cristina Campo che ci aiuta a capire il senso di questo movimento centrifugo e centripeto allo stesso tempo nella sua invocazione: “o chiave che apri e non chiudi, / chiudi e non apri”. Questo fanno le immagini di Marta Roberti, aprono verso mondi inumani, ma non per allontanarci da quello umano, bensì per riportarci animalizzati nel nostro mondo altrimenti così tristemente umano (come in un “vortice immoto” – è sempre Campo che parla – che “rapisce alla vita del mondo”).

Marta Roberti, Autoritratto come Serpente (Da Pompei), 2023, drawing with oil pastel from handmade carbon paper on Taiwanese double mulberry paper, cm 61,5 x 90, ph. Roberto Apa

Per questa ragione “Due mondi – e io vengo dall’altro” è la storia di una avventura; l’avventura di un corpo che non smette di sperimentare la sua pericolosa (e per questo vitale) confusione con altri corpi, un corpo che non sa che farsene della sua ‘identità’ (stupisce sempre come tanti siano così attratti da una nozione così evidentemente poliziesca), ma non per rinunciare ad essere un corpo, al contrario, perché un corpo non sono altro che tutti gli esperimenti, tutte le avventure, a cui prende parte. In questo senso il corpo è un esperimento, è propriamente l’avventura della libertà. Come scrive la suora benedettina suor Teresa Forcades: “non sono libera, lo divento. Anelo la libertà, ma la libertà non è una condizione presente e definita una volta per tutte. Sento un’attrazione per qualcosa cui do questo nome e percepisco che la mia liberazione, l’esperienza della mia libertà, è intimamente unita a quel che sperimento come amore, il rischio che si corre quando ti abbandoni, quando esponi la tua vulnerabilità e permetti che prenda corpo nella tua vita uno spazio che non è sotto il tuo controllo”[1].

Marta Roberti. “Due mondi – e io vengo dall’altro“
Galleria z2o Sara Zanin, Roma
a cura di Cecilia Canziani
fino al 30 aprile 2025


[1] Teresa Forcades, Siamo tutti diversi! Per una teologia queer, Castelvecchi, Roma 2019, p. 30.

Felice Cimatti

Felice Cimatti

insegna Filosofia del Linguaggio all’Università della Calabria.

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