Tre pezzi facili (per Cherubino Gambardella)

Bellezza imperfetta

Ripensare l’architettura nel profondo, per arrivare a tener conto, già in fase di progetto, della dimensione temporale. Un ripensamento così radicale non sarà cosa di un giorno. Ci vorrà tempo. E metodo.[1]

Ripartire dal progetto dunque, cioè là dove tutto ha inizio, con l’umiltà e la freschezza del primo approccio, tornando a pensare in termini di pianta, prospetto, sezione. Insieme a un’altrettanto profonda riflessione sui materiali, ritengo che sia questo il nodo cruciale che l’architettura contemporanea – nel senso del qui e dell’ora – si trova a dover sciogliere. Ammesso che voglia tornare a essere linguaggio, e non rassegnarsi al ruolo di semplice mass-medium del tutto privo di ideologia[2]; costrizione che peraltro, almeno sino a oggi, essa è sembrata “subire” con entusiasmo a volte più che sospetto. Ideologia: parola desueta, addirittura scabrosa, ma inevitabile, dato che per linguaggio si intende qui linguaggio politico, com’è del resto proprio della sua natura. Intendo dell’architettura, che è arte eminentemente democratica. Come da chiusa in esergo, è evidente che un processo di revisione di tale portata, che implica necessariamente anche una ri-definizione del ruolo di architetto, non può essere cosa di un giorno, visto che si tratta di fare ordine nella spaventosa accumulazione di teorie prodotte negli ultimi decenni[3]. Molte, troppe le scatole vuote. Occupano spazio, chiudono la visuale, intralciano i movimenti; inoltre, sono invecchiate malissimo. È tempo di buttare via. La quantità è tale che si apre il problema dello smaltimento dei rifiuti.

Chiedo scusa. Mi è scappato scritto. Trovandosi l’architettura oggetto della nostra analisi a Scampia, è inevitabile che la parola rifiuti esca fuori quasi spontaneamente. Vero è che chiunque si rechi a Napoli – e chi scrive non fa eccezione –, non può fare a meno di portare con sé un pregiudizio che lo rende quantomeno particolarmente sensibile alla questione. E un pregiudizio, anche quando è fondato, resta comunque un pregiudizio. Come avere una pagliuzza in un occhio: per tornare a veder chiaro bisogna toglierla.

Più facile a dirsi che a farsi, penso scendendo dal treno. Mi avvio verso l’uscita con questo pensiero in testa. Davanti a me cammina un giovane uomo sui trenta, abbigliamento e aspetto molto curati. A un certo punto si ferma, si gira, prende la mira, e in bello stile getta una carta appallottolata verso un cestino. La carta rimbalza sul bordo e cade a terra. Il tipo sembra deluso. Resta un momento sul colpo, poi si gira e se ne va. Eccomi arrivato a Napoli, penso. Il tempo di uscire dalla stazione. Davanti a me un assembramento di taxi. Un tassista scende dall’auto, prende la mira, e lancia una buccia di banana verso il cestino dell’organico, che è a pochi passi da dove mi sono fermato a fumare. A Napoli, in questo periodo, va decisamente meglio con il calcio che con il basket: due errori su due tentativi: la buccia manca completamente il bersaglio e si affloscia a terra. Lui si fa avanti, si china a raccoglierla, la butta nel cestino e risale sul suo taxi. Fosse una sceneggiatura, la sequenza suonerebbe finta e sarebbe da buttare (cestino della carta). Per fortuna la realtà non è un film, et voilà: la pagliuzza è tolta. Pratica rifiuti espletata. Torniamo a parlare di architettura. Siamo qui per questo.

Avevo cominciato a sospettare qualcosa già scorrendo il materiale preventivamente inviatomi, ovvero foto, disegni, e relazione di progetto. La “leggerezza” del tutto, l’evidente ironia, nel senso di auto-ironia – qualità rara nel generale, ma ancor più rara se restringiamo il campo all’architettura cosiddetta d’autore –; l’introduzione dell’alea come cifra progettuale – varco che, necessariamente, dev’essere lasciato aperto, se si vuole accogliere la quarta dimensione, ovvero quella temporale, e lasciarsi così finalmente alle spalle l’inerzia di un secolo che ha esaurito le prime tre; e infine i materiali, soprattutto quelle piastrelle in ceramica blu, segno forte, deciso, che incide il grigio dominante dell’intorno. Eppure, leggendo il progetto, ciò che spiccava in modo così netto per apparente originalità, non mi sembrava affatto gratuito ma, al contrario, molto più nella tradizione, o meglio nello spirito del luogo, delle edificazioni preesistenti, con cui andava a confrontarsi in modo diretto, senza infingimenti. Una leggerezza dotata di solide fondamenta dunque. Nel paradosso, il sospetto si era rafforzato.

Ora, in cantiere; scena che conosco, calcata più volte, in passato, nei ruoli più diversi: manovale, geometra, geometra comunale a tempo determinato, di nuovo manovale, e infine lattoniere – la sequenza è cronologica. I tecnici di cantiere, anche se non ne avvertiamo il bisogno, insistono per farci scortare da due vigilantes. Fidarsi è bene, dicono, ma non fidarsi è sempre meglio. A una logica così stringente, opporre resistenza significherebbe solo perdere del tempo, e il nostro non è molto. Così ci avviamo, gli architetti, l’autore e i due vigilantes, che più che scortarci ci tengono compagnia. Pochi passi, e subito una conferma: la facciata del blocco di alloggi alla nostra sinistra, in chiara rotta di collisione con il blocco “berlinese”[4] che dovrebbe rimpiazzare, restringe la prospettiva in un angolo drammatico che mette in tensione i due edifici. A breve, mi spiega l’architetto Gambardella, le pinze frantumatrici toglieranno di mezzo il vecchio edificio, dando aria e luce al nuovo. Devo dire che un po’ mi dispiace, aggiunge, perché il contrasto è interessante. Concordo. Ma c’è speranza: a Napoli, i concetti di provvisorio e di permanente non divergono mai in dicotomia, ma tendono piuttosto a sfumare uno nell’altro. Breve periplo della piazza interna. Il processo di appropriazione e ridefinizione degli spazi, da parte dei nuovi abitanti, è in atto: la piazza pedonale, come previsto, è un parcheggio; i panni stesi colorano le facciate; un balcone è già stato trasformato in veranda, riadattando alla meglio una serie di infissi in alluminio, smontati dal vecchio appartamento. L’architetto me lo indica con soddisfazione. Il progetto prevede l’abuso, mi spiega, anzi lo incoraggia. Pensare a questi prospetti nel tempo, ovvero come una cosa viva, mette tutti di buon umore. Un rapido sguardo ai giardini di proprietà – tutti molto “trendy”, più Clément di Clément, per così dire – e, costeggiando il lato interno del caseggiato berlinese, raggiungiamo il blocco di alloggi intravisto in precedenza attraverso lo scorcio dell’angolo drammatico. Qui la visita si trasforma e prende una piega dialettica. Gli abitanti, scambiandoci per funzionari del comune, ci si fanno incontro per esporci, in modo devo dire sempre estremamente professionale, tutte le loro rimostranze e lamentele. Senza inquietudine, chiariamo l’equivoco. Ah!, dice una signora, arrivata appositamente in macchina da non ricordo dove, avvertita al telefono dalla figlia, Dunque siete un  giornalista. No signora, puntualizzo, Solo scrittore. E allora quel che avete visto lo dovete scrivere! Certo, dico, lo farò. È quel che faccio sempre.

Sulla via del ritorno, breve giro attraverso Scampia, per un rapido sguardo alle Vele (arch. Franz Di Salvo e Riccardo Morandi, 1960/70), e alle “grandi case a muraglia di mattoni (arch. Nicola Pagliara, sempre anni 70), che io, come le Vele, trovo “belle e collettive”, come mi scriverà poi l’architetto Gambardella. Anch’io le trovo belle. “Bellezza imperfetta”, queste le parole usate dal mio ospite per descrivermi, nel generale, la sua idea di bellezza “qui e ora” – idea che del resto, come ho verificato visitando l’opera, è coerentemente applicata anche nell’ambito della professione. Di nuovo concordo! C’è di che preoccuparsi. Come diceva un grande così grande che non c’è nemmeno bisogno di citarlo: “Se è una bella giornata esco sempre con l’ombrello. Potrebbe piovere”.

Però, penso lasciando la tastiera, dopo la mia visita a Napoli ha piovuto quasi tutti i giorni e oggi splende il sole. In ogni caso il problema non si pone. L’ombrello non lo porto nemmeno quando piove.

Ceci n’est pas une architecture.

Curiosa questa attenzione dell’architettura per le periferie, sia indigene che extraeuropee. Del resto, c’è stato un tempo, non lontano, in cui l’architettura si credeva quasi più scienza sociale che arte; o forse voleva trovare legittimazione di scienza fuori di sé, per così dire – in un presente in cui anche per legittimare il luogo comune si ricorre al ‘metodo scientifico’, è movimento tanto comune da essere esso stesso luogo comune. Mi scuso per eccesso di esse in sequenza (di nuovo!); cerco solo di essere barocco, senza spigoli, organico. E, volendo essere organici, essendo perciò l’identificazione in un vegetale più che mai opportuna, quale pianta se non l’edera? che, avendone la possibilità, è pianta anche prospettica. Ciò detto, procediamo con l’intarsio.

Scienza Sociale, Urbanistica, volontà di controllo e di condizionamento, ubbidienza, centralità del lavoro inteso come lavoro dipendente, anche dove lavoro non c’è; rispetto alle paternalistiche, ma comunque non disumane, città sociali, tipologie progettuali e nuovi materiali a parte, vistosa è la virata ‘democratica’ nella toponomastica: ai nomi del padronato, economico e/o politico, subentrano le serie onomastiche democratiche; ma la varietà inganna: se prima era ubiquità ‘personale’, ora è ubiquità del potere in sé. L’architettura, comunque, si riconosce ancora uno scopo, ed è infatti extraordinaria la produzione di ‘mostri’ che paradossalmente, meravigliandoci, ci rimandano al barocco – en passant: esiste dunque un ‘razionalismo barocco’?; nel senso di cui sopra, credo di sì. Infine, scendendo e/o salendo, che essendo un’edera è lo stesso, e venendo così all’architettura di oggi (cerco di evitare il più possibile il molto fuorviante termine ‘contemporaneo’, che sentirei qui del tutto fuori luogo), che altro si può dire se non che il virus della ‘comunicazione’ ha agito in essa non meno di quanto non abbia agito in tutte le altre arti? E come accade sempre più spesso in ogni ambito artistico, anche per l’architettura i contenuti vengono serviti in anticipo, e sono solitamente ipersapidi e abbondanti; così, essendo già sazi e anestetizzati gli avventori, ciò che dovrebbe venire dopo può anche non esserci. E qui c’è qualcosa: all’architettura della comunicazione, foss’anche nell’accezione del cosiddetto ‘verde verticale’, che proprio a questo dovrebbe servire, chi scrive in nessun modo riesce ad abbarbicarsi. Tutto mi scivola. Bello o brutto non è rilevante. Sensazione provata spesso alcuni anni addietro questo scivolare in un nulla privo di appigli nel corso di un paio di mesi trascorsi a Berlino tanto per dire e l’ultima volta in modo particolarmente netto non molto tempo fa in occasione di una lettura all’auditorium del Grattacielo Intesa Sanpaolo a Torino ma poi anche un’altra volta più recentemente quando per via di un’altra lettura l’autore si è ritrovato a girovagare nell’attesa di andare in scena per il ripugnante Fondaco dei Tedeschi a Venezia così tanto per fare nomi cognomi e indirizzi punto e per quanto precede punteggiatura a piacere.

Voilà!, signore e signori e tutti gli altri generi vari. L’oggetto c’è, voi tutti lo vedete. Eppure non c’è![5] Peccato che l’oggetto ci sia, e questo fa la differenza rispetto alle altre arti per così dire ‘di concetto’, specie in una pratica che ha perso per strada la scienza del disegno. Così, il mostruoso dell’architettura, nel momento in cui quest’ultima si piega alla comunicazione, svuotato di tutto il positivo, più non meraviglia. E senza meraviglia, né bellezza né bruttezza.

Tornando perciò all’inizio, e lasciando l’arte del cucito ai sarti, cui di diritto appartiene, possibile che sia proprio la bellezza ciò che l’architettura va cercando in periferia? E se, come credo, è così, perché questo? Ricerca di ‘forma nell’informe’, per citare Tafuri[6]. Ma è possibile progettare l’informe? Manipolazione di segni puri, complessità pseudo-costruttivista ottenuta per incrocio di prospettive e organicità di superficie sono mera apparenza, e, di nuovo, comunicazione e non architettura. Perché per questa via, l’unica possibilità di arrivare a quel minimo di autenticità richiesta perché non si tratti di semplice fumo negli occhi, sta nel rinunciare al controllo già in fase di progetto: solo così l’architettura potrebbe oggi riappropriarsi del bello mostruoso che, per natura, gli appartiene.

Il materiale inviatomi dall’architetto Gambardella in vista di questo piccolo saggio, che riguarda un progetto che titola Mostro dentro una sala del settecento, ha certo focalizzato la mia attenzione sul concetto di ‘mostruoso’. Ma in tutto il suo lavoro, che seguo con attenzione ormai da anni, è principalmente la rinuncia, già in fase di progetto, al controllo assoluto, su sé stesso e sull’opera, ciò che sempre e più di tutto mi ha colpito. Rinunciare alla pretesa di un controllo assoluto non significa affatto perdita di controllo, ma indica semmai la presa di coscienza che l’architettura è scienza prima di tutto umana. Da qui, forse, anche il rifiuto, o perlomeno la critica a un internazionalismo oggi trasformatosi, anche in architettura, in globalismo, che nei progetti di Gambardella si esplicita, oltre che nella scelta dei materiali, nella tavolozza dei colori, e al richiamo, anche in opere di più ampio respiro, più all’artigianato che all’industria, anche attraverso il disegno, che, nel caso del nostro, è appunto disegno e non rendering. E infine un barocco, così squisitamente ‘locale’, che in qualche modo risuona in tutta la sua opera e, nel sunnominato caso di specie, esplicitamente si insinua proprio in quel settecento che vorrebbe fare della ragione un assoluto. Del resto, i rapporti più profondi nascono solo dai contrasti.

Per finire, senza lasciare indietro il fatto che chi scrive, anche in questo campo, scrive senza autorità, è proprio in questo contrasto, che caratterizza, a nostro avviso, il percorso di ricerca di Gambardella, che la sua ‘bellezza’ va ritrovata.

Non-violent architecture

  1. There is no architecture without action, no architecture without events, no architecture without program.
  2. By extension, there is no architecture without violence.
    (Bernard Tschumi, Violence of Architecture, september 1981, Artforum International.)

l’obbiettività non esiste, e per questo siamo faziosi – così la Comunicazione.

l’Architettura non è comunicazione.

x alcuni lo è – sarti, rammendatori, giardinieri (verticali, orizzontali, paesaggisti del terzo mondo etc.).[7]

non x Cherubino Gambardella, architetto in Napoli (quando è a Napoli), il cui animo gentile prende sì atto della natura inevitabilmente violenta dell’arte sua, ma si guarda bene dall’assecondarla. da qui il suo viscerale rifiuto della Prospettiva.

perspectiva: questo il nome corretto, ovvero un bisturi (glaciale) che taglia lo spazio come burro il coltello rovente – l’Alberti stesso, uomo onesto, ben cosciente della distanza tra la perspectiva artificialis delle fonti medievali dell’ottica e la loro applicazione in campo artistico e figurativo, preferirebbe intersegazione[8].

Cherubino, anch’egli uomo onesto, ben cosciente della delicatezza dell’intervento (ogni intervento) usa di bisturi e sega (chirurgica), solo se costretto: è vero: è inevitabile: capita, di dover tagliare e segare, ogni tanto; ma solo là dove altro, anziché guarire, guasterebbe.

uomo e architetto euclideo, e perciò “superficiale”: piante prospetti sezioni assonometrie scorci – i punti catastrofici vanno rispettati.[9]

eppure egli è uomo profondo – qualcosa che i fotografi patinati, convinti come sono che la prospettiva sia “natura”, e incapaci perciò di (basso)rilevare prospetticamente, evidentemente non comprendono.

e poi, più che la forometria è la cromografia, ovvero gli inserti (intarsi) di colore – in questo caso una particolare frequenza di blu mediterraneo (partenopeo) – ad approfondire ciò che comunque è piatto solo sulla carta.

in sintesi estrema, ecco un’architettura gentile, irenica e barocca.

se 3 parole sembrassero poche, ricordo che, in questioni che riguardano lo spirito, ovvero l’essenza dell’umano, la quantità non ha mai fatto l’arte.

A5 < otto rovesciato[10]

Nota dell’autore:

3 foto x whatsapp – la qualità non ha grande importanza – da considerarsi cronologicamente rispetto ai 3 pezzi brevi, l’ultimo una sorta di aforisma “catastrofico” (nel senso di Thom) – l’ultima immagine può essere anche emblema della “Trilogia Gambardella”, che ben rappresenta, a mio avviso, il barocco, in questo caso squisitamente partenopeo, “movimento di faglia”  (stavolta nel senso di Florenskji, e sempre matematica è), che reagisce, più o meno consciamente, all’architettura “proiettiva” dei cosiddetti maestri del contemporaneo.


[1] Tempo e metodo, saggio commissionato dalla Fondazione Francesco Fabbri, in occasione delle giornate di studio Impatto paesaggio / Capannone senza padrone, nell’ambito del Festival città impresa 2011.

[2] Vedi: L’architecture dans le boudoir, in Manfredo Tafuri, La sfera e il labirinto, Einaudi, Torino 1980.

[3] Vedi: Marco Biraghi, Parole contro il vuoto, introduzione a Le parole dell’architettura, Einaudi, Torino 2009.

[4] NdA: L’autore identifica come “berlinesi”, i blocchi di alloggi in prefabbricazione pesante – di produzione tedesca –, assemblati e posizionati in loco, pochi anni dopo il terremoto del 1980, dall’architetto napoletano Ninni Gorini. L’effetto, è di un frammento di Berlino-est conficcatosi per caso a Scampia. Con la sostanziale differenza che gli alloggi, pur costruiti con materiali pensati per un clima ben più rigido e piovoso, qui si sono rivelati, fin da subito, umidi, malsani e facile preda di infiltrazioni di ogni tipo. Un problema di montaggio e di manutenzione, io credo. La regola d’arte, a Berlino, non è la stessa che a Napoli.       

[5] Nda: Non si ripeterà mai abbastanza che, volendo scoprire il trucco di un prestidigitatore, sarà bene aggirarlo alle spalle e nascondersi dietro le quinte, piuttosto che continuare ad aguzzare gli occhi dalla propria poltrona di platea. Manfredo Tafuri, L’architecture dans le boudoir, cit.

[6] Nda: Manfredo Tafuri, op. cit.

[7] Nda.: sento già un comunicatore dire: “Fuori i nomi”! sorry man: “se (s)campo, lo uccido. se muoio, lo xdono” (vecchio detto siciliano).

[8] Leon Battista Alberti, De pictura (redazione volgare). Edizione critica a cura di Lucia Bertolini, Polistampa, Firenze 2011.

[9] Nda.: René Thom, Parabole e Catastrofi, intervista su matematica scienza e filosofia, a cura di Giulio Giorello e Simona Morini, il Saggiatore, Milano 1980.

[10] Nda.: espressione di spazio affine finito.

In copertina:Isolato di centoventisei alloggi popolari tra Scampia e Chiaiano a Napoli (2002-2012), gambardella architetti

(1960) Consegue il diploma di geometra nel 1979. Libri: "Un mondo meraviglioso, uno standard" (Theoria 1996; Einaudi stile libero 2003), "Trio senza pianoforte, Oscillazioni" (Theoria 1998), "I quindicimila passi, un resoconto" (Einaudi stile libero 2002), "Standards vol. 1°" (Sironi 2002), "Shorts" (Einaudi stile libero 2004), "Wordstar(s)" (Sironi 2004), "Il ponte, un crollo" (Einaudi stile libero 2007), "Grotteschi e arabeschi" (Einaudi stile libero 2009), "Due monologhi" (Einaudi 2009), "Tristissimi giardini" (Laterza 2010), "Una notte in Tunisia" (Einaudi 2011), "Works" (Einaudi stile libero 2016). Ha recitato come attore al cinema (a partire da "Primo amore" di Matteo Garrone, 2003), a teatro e in televisione.