Crescendo

But if you try sometimes you just might find
You get what you need

Pensando alla morte di Paolo Fabbri – notizia giunta, oggi, purtroppo non inattesa – mi è venuto in mente che gli esseri umani si possono dividere, forse, in due categorie. La maggior parte di noi, pensando al proprio funerale, lo immagina accompagnato da una musica che la cifra del dolore rechi impressa come una stimmate inconsolabile. Quelle che si sentivano, implacabili, alle esequie più raggelate sulla Piazza Rossa: le più topiche marce di Beethoven o Chopin. I più iperciliosi ripiegando, che so, sul Miserere di Allegri o su un qualche Arvo Pärt. Poi ci saranno gli enfatici, cui non parrà vero di dar fiato alle trombe del Dies Iræ di Verdi. Solo una sparuta minoranza, temo, si ricorderà della più bella scena di funerale mai vista al cinema, quella all’inizio del Grande freddo: quando al caro estinto, Alex, si fa ascoltare per l’ultima volta la sua canzone preferita degli Stones. E a quel punto i vecchi amici, convenuti in chiesa tutti compunti, non possono reprimere il sorriso che accompagna il risalire del ricordo. Sursum corda.

Nel libro bellissimo e prezioso da poco uscito presso Mimesis, che l’anno scorso ha raccolto Tiziana Migliore per gli ottant’anni di Paolo e raccoglie i suoi scritti sull’arte e sugli artisti, sorprende la frequenza delle citazioni musicali. Sarà perché, muovendo in un campo che non è quello della parola (Fabbri ricordava volentieri uno dei suoi maestri, Barthes, con la sua definizione del «maestro» come «uomo di parola»; qualcuno cioè che quella parola consegni a qualcun altro, in ciò contrapposto allo «scrittore che opera nel corpo scritto della lingua», entro il quale spesso si rinchiude; il che può forse spiegare la lunga renitenza alla scrittura, appunto, di questo grande maestro, dello straordinario uomo di parola che è stato Paolo) ci si doveva porre il problema, preliminare, della transcodifica: nel primo dei saggi monografici qui raccolti Fabbri ricorda le pagine mirabili, al riguardo, di un musicista filosofo come Pierre Boulez su un artista che scriveva poesie e suonava musica – ma più in generale pensava – come Paul Klee. Sarà anche perché è nella musica, soprattutto, che meglio si capisce come il senso – di cui si occupa l’arte, e dopo di lei la semiotica – non sia il contenuto – col quale ci aduggia la doxa.

Fatto sta che la sigla più ricorrente, in Vedere ad arte, è quella di Gioacchino Rossini. Sarà stato magari per un certo genius loci, del riminese Fabbri, che per esempio in arte lo riconduce spesso a Valerio Adami, e al cinema gli fa assai pregiare Fellini (il libro precedente gliel’aveva confezionato l’amico e complice Luca Sossella: ed è stato appunto alla presentazione di Sotto il segno di Federico Fellini, lo scorso 22 ottobre al Teatro Argentina, che ho avuto per l’ultima volta il piacere fuori del comune che era conversare con Paolo); ma in effetti non riesco a pensare a niente meglio che a Rossini, volendo rendere il brillio iridescente dell’intelligenza che risplende – senza secondi fini, si direbbe: in virtù della sua stessa jouissance, o gratia sui – in ogni atto di parola di Fabbri. In esergo a uno scritto su Enrico Castellani, per esempio, scoppiettano le parole della Cenerentola: «Questo è un nodo avviluppato / Questo è un gruppo rintrecciato / Chi sviluppa più inviluppa / Chi più sgruppa, più raggruppa» (che parrebbe pure, fra l’altro, programma di lavoro preciso quanto autoironico, per lo spiegatore sopraffino che era Fabbri). Mentre in una pagina su Piero Ruffo la parodia ineffabile delle retoriche della Restaurazione, nel Viaggio a Reims, rivela la valenza imprevedibilmente anche politica (ma il suo amato Savinio avrebbe preferito dire «surcivica») di questo suo Rossini.

Si potrebbe proseguire la filiera delle analogie, paragonando certe movenze retoriche di Paolo – figura a lui cara, l’epanalessi – al canto sillabato, come nella Cenerentola appunto; o il suo issarsi sempre più in alto, sul gradus ad Parnassum dell’analisi, a un crescendo concettuale. Ma è il caso, davvero, di chiudere in levare. Questa predilezione musicale di Fabbri fa il paio, mi pare, con quella per gli scrittori della leggerezza, della levità dell’intelletto; quelli sempre alieni dal cruccio e dalla querimonia. Stendhal certo, e il citato Savinio, fra tutti. Niente marce funebri, please. Gli Stones di You can’t always get what you want, invece: nella stessa playlist del pezzo che vorrei io, alla mia morte. Non il Lacrymosa, di Mozart, ma quel congedo che cantano Fiordiligi e Dorabella, insieme al pacioso trickster Don Alfonso, tutti allacciati nel medesimo sorriso in Così fan tutte: «Soave sia il vento / Tranquilla sia l’onda / Ed ogni elemento / Benigno risponda / Ai nostri desir».

Lieve ti sia la terra, Paolo.

In copertina: una scena de Il grande freddo, di Lawrence Kasdan, 1983

Leggi anche: Paolo Fabbri, I morti non stanno sotto terra

(Roma, 1968) critico e saggista. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre; nel 2018 ha tenuto la «cattedra De Sanctis» al Politecnico di Zurigo. Ha pubblicato saggi, curato testi e realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. È nella redazione del «verri» e collabora ad «Alias», «Il Sole 24 ore», «Tuttolibri», «doppiozero», «Le parole e le cose2» e altre testate.

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