Anatomia di un’ossessione

18.03.2025

Orson Welles scrisse diresse e interpretò Moby Dick-Rehearsed a Londra, e lo pubblicò dieci anni dopo (una traduzione italiana di Marco Rossari, dal titolo Moby Dick. Prove per un dramma in due atti, è stata proposta dalle edizioni Italo Svevo nel 2018). Il romanzo di Melville è stato oggetto di numerosi adattamenti tra cinema e teatro di ogni genere, ma quello di Welles si distingue per le scelte audaci e originali. La sua idea di realizzare una versione “shakespeariana” del capolavoro dello scrittore americano rappresenta una novità assoluta e, nello stesso tempo, una sfida quasi impossibile. Welles la scrisse usando il blank verse shakespeariano, citando brani del Re Lear e facendo ricorso esclusivamente alla “magia della parola” (per una precisa scelta registica, la scena era completamente spoglia). Probabilmente voleva creare un ponte tra le due sponde dell’oceano; e infatti nel ’62 lo spettacolo approdò a Broadway (ma quella volta l’autore non fu coinvolto né come regista né come interprete).

Portare per la prima volta sulle scene italiane Moby Dick-Rehearsed rappresenta una sfida dalle proporzioni gigantesche. Il primo ostacolo è la traduzione del testo, che non può prescindere dall’impronta (e dalla magia) shakespeariana. L’idea di realizzare una versione del romanzo di Melville “contaminata” con alcune battute del Re Lear (che all’inizio metateatrale della pièce la compagnia teatrale si riunisce per provare) è legata anche a una curiosa circostanza – della tragedia Welles aveva interpretato nel ’53 una versione televisiva diretta da Peter Brook – ma serve soprattutto a introdurre lo spettatore alla magia del blank verse (più che drammaturgo in senso stretto, il regista americano fu sempre un “manipolatore” di testi teatrali già noti).

Elio De Capitani, Moby Dick alla prova, photo Marcella Foccardi

La poetessa Cristina Viti ne ha firmato una versione italiana (diversa da quella pubblicata da noi nel 2018) lavorando in stretto contatto con il regista. La lavorazione dello spettacolo è iniziata nel 2020, nel pieno della pandemia, ma paradossalmente proprio la condizione di clausura a cui gli attori sono stati costretti a causa del lockdown ha permesso alla compagnia di dedicarsi, attraverso un paziente lavoro di laboratorio, alla cura dell’allestimento e dell’interpretazione. Un lavoro dettato da necessità contingenti dunque, ma che ha dato poi i suoi frutti. La musica dal vivo di Mario Arcari e i canti diretti da Francesca Breschi (rielaborazioni degli sea shanties) sono un elemento portante dello spettacolo nel quale la parola, in un perfetto connubio con movimenti scenici e interventi musicali, è la regina della scena.

Elio De Capitani, Moby Dick alla prova, photo Marcella Foccardi

La costruzione del testo ha costretto il protagonista e regista Elio De Capitani a un lavoro ciclopico. Infatti nella versione che debuttò a Londra Welles interpretava tre ruoli (la pièce de résistance della predica di Padre Mapple, che racconta la favola biblica di Giona, la affrontò anche nel Moby Dick cinematografico di John Huston, protagonista Gregory Peck, che uscì giusto l’anno dopo la sua versione teatrale; a dispetto di sue dichiarazioni di segno contrario, come ricorda il bel saggio recente di Gabriele Gimmelli su Welles letterato, in effetti il romanzo di Melville – che aveva già adattato per la radio nel ’46, tentandone anche una versione musicale l’anno dopo con Bernard Herrmann – rappresentava per lui un’ossessione non tanto diversa da quella di Ahab per la Balena… in effetti questa storia risulta una perfetta favola d’identità per chi come lui, dice Gimmelli, era sempre scisso tra una «seduzione nei confronti dei personaggi tirannici e autodistruttivi e il proprio impegno di intellettuale democratico, fra virtuosismo illusionistico ed esigenze didattiche»).

L’apprendistato teatrale di Welles, che aveva preceduto il geniale debutto cinematografico del ’41 con Citizen Kane forse non è molto noto, ma era stato di tutto rispetto; basterebbe citare lo spettacolo Voodoo Macbeth, da lui prodotto e diretto, andato in scena al Lafayette Theatre di Harlem nel 1936 e considerato una delle pietre miliari del teatro americano del Novecento. L’anno successivo fondò e diresse Il Mercury Theatre, che debuttò con una versione del Giulio Cesare shakespeariano ambientata nell’Italia fascista, nella quale Welles interpretava il ruolo di Bruto, mentre il personaggio di Giulio Cesare era modellato sulla figura di Mussolini.

Elio De Capitani, Moby Dick alla prova, photo Marcella Foccardi

Confrontarsi con Welles evidentemente rappresenta una sfida che richiede un lavoro paziente e meticoloso e che solo un attore dotato di una formazione solida e di una presenza scenica rilevante avrebbe potuto affrontare. Elio De Capitani rappresenta forse l’unico in Italia che avrebbero potuto raccogliere questa sfida. Il risultato di questa fatica è uno spettacolo che prende quota lentamente, nel quale inizialmente lo spettatore fa fatica a entrare, ma che poi, quando la narrazione entra nel vivo, viene quasi travolto dall’ossessione-incubo del capitano Ahab, che irrompe travolgente dalla scena.

Elio De Capitani
Moby Dick alla prova
di Orson Welles, dal romanzo di Herman Melville
traduzione di Cristina Viti
scene e regia di Elio De Capitani
costumi di Ferdinando Bruni, musiche dal vivo di Mario Arcari
con Elio De Capitani e Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Enzo Curcurù, Alessandro Lussiana, Massimo Somaglino, Michele Costabile, Giulia Viana e Vincenzo Zampa
coproduzione Teatro dell’Elfo e Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale

in prima a Milano, Teatro dell’Elfo, l’11 gennaio 2022; visto a Roma, Teatro Vascello, l’11 marzo 2025

Lo spettacolo è in tour fino al 13 aprile:
dal 20 al 23 marzo al Teatro Alighieri di Ravenna
dal 26 al 30 marzo al Teatro Verdi di Padova
dall’1 al 2 aprile al Teatro Comunale di Vicenza
il 5 e il 6 aprile al LAC di Lugano
dal 10 al 13 aprile al Teatro Ivo Chiesa di Geno
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Lorenzo Pompeo

Lorenzo Pompeo

è slavista, traduttore e autore. Ha curato l’antologia dei racconti dello scrittore di fantascienza polacco Stanisław Lem “Universi” (Mondadori 2021). È autore di tre raccolte di racconti (“Auto-pseudo-bio-grafo-mania”, del 2009; “La parola magica”, del 2020; e “Gomerosol, la città che non c’era”, del 2023), di due romanzi brevi (“In arte Johnny. Vita, morte e miracoli di Giovanbattista Cianfrusaglia”, del 2011; e “Il grande libro dello scimmione”, del 2018). “Cemento armato di Santa Pazienza (Poesie 1993-2018)” è il suo debutto poetico. Al 2022 risale la sua raccolta di saggi “Le città della poesia” mentre “La fondazione della città di Gomerosol”, seconda raccolta di poesia, è uscita nel 2024, anno in cui è stato nominato cultore della materia presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Nel 2024 nella collana di drammaturgia “Scena muta” (Progetto Cultura) è uscito il suo testo teatrale “La caduta di Gomerosol”.

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