Orson Welles (Talismano 2)

«L’altra sera ho visto uno dei film più brutti che mi siano mai capitati; come si chiama quello con Jimmy Stewart che guarda alla finestra?»

È il 1984 e a parlare è Orson Welles, seduto a un tavolo del Ma Maison, il suo ristorante francese preferito di Los Angeles, durante una conversazione con l’amico Henry Jaglom, che prontamente gli ricorda il titolo del film in questione: La finestra sul cortile (1954) di Alfred Hitchcock.

Uno dei classici per antonomasia: presente al 42esimo posto nella lista del 1998 dei 100 migliori film statunitensi di tutti i tempi; considerato da Rohmer e Chabrol una delle opere più profonde di Hitchcock; 4 stelle sul Mereghetti. Insomma, un film intoccabile.

Ma Welles lo tocca eccome. «È un film completamente idiota» a dir suo, che sembra riuscire in un’unica impresa: fa recitare male James Stewart, addirittura peggio di Grace Kelly, alla stregua di un cagnaccio che non fa altro, per tutto il tempo, che guardare di sbieco a sinistra. Senza dubbio la sua interpretazione più scadente. Per non parlare della fotografia: i film a colori di Hitchcock sono illuminati come programmi tv, osserva Welles, arrivando a sospettare che, una volta trasferitosi in America, quel pigrone di Hitch abbia persino smesso di guardare in camera.

James Stewart in La finestra sul cortile (1954) e
Orson Welles nel suo L’infernale Quinlan (1958)

Oggi Hitchcock è quasi unanimamente considerato uno dei massimi pittori del cinema. Jean-Luc Godard non esita a paragonare le bottiglie di Bordeaux in Notorius (1946) alle mele di Cézanne e scomoda nientemeno che Tintoretto. In generale, la posizione dei “Cahiers du cinéma” su Hitchcock, come riassume Godard, è perentoria: «Questo è cinema, il resto è merda».

Welles, pur senza negare la sua ammirazione per film come Il club dei 39 (1935) e L’ombra del dubbio (1943), ribalta la prospettiva: Hitchcock è merda. La congiura degli innocenti (1955) è merda. La finestra sul cortile è merda. Di peggio, per lui, c’è solo La donna che visse due volte (1958), il film che – ironia della sorte – nel 2012 è stato consacrato miglior film di tutti i tempi da un sondaggio tenuto dalla rivista “Sight and Sound” per conto del British Film Institute, scalzando dal primato proprio Quarto potere (1941), dopo cinquant’anni tondi di leadership incontrastata.

Per inciso e par condicio: sempre sui “Cahiers”, Godard tributa a Welles il massimo onore, indicando in lui il cineasta cui tutti, sempre, «dovremo tutto», in quanto pioniere, insieme a Griffith, del cinema inteso «come trenino elettrico delle meraviglie», quel trenino «al quale Lumière non credeva».

Come prendere le sciabolate di Welles? Senza attribuire loro valore assoluto. Poiché esprimono un contrasto tra le inconciliabili idee di cinema di due pesi massimi della settima arte, vanno messe a frutto come spunti di relativismo e anticonformismo. Relativismo estetico. Anticonformismo linguistico. Mi spiego.

Negli anni in cui Hitchcock sforna La finestra sul cortile e La donna che visse due volte, Welles realizza Rapporto confidenziale (1955) e L’infernale Quinlan (1958), ed è difficile pensare a coppie di film più agli antipodi. Hitchcock è in tutto e per tutto la nemesi di Welles.

Orson Welles e Alfred Hitchcock

Lo è per quel che concerne la modulazione della luce, la scelta delle lenti e delle angolazioni, il lavoro sulla profondità di campo, il dinamismo interno alle inquadrature, la concezione del montaggio, ritmo raccordi ellissi, per non parlare della direzione degli attori: se per Orson la recitazione viene prima della regia, per Alfred gli attori sono elementi di una costruzione mentale in technicolor e non esita a considerarli, sbottonandosi con Truffaut, «bestiame». Guardando e confrontando i rispettivi film, non è un mistero perché, dal punto di vista di Welles, i gioielli hitchcockiani appaiano così mal ripresi e mal diretti: privi di vita.

Ricorda: quel che per te è un lago per qualcun altro è una pozzanghera e viceversa. Non farti fregare. Non ignorare il pulpito da cui viene la predica. Chiediti sempre cosa mette sul piatto chi spara la sentenza, soprattutto se la spara grossa. Decidi tu cos’è bello per te. Non esistono maniere giuste e maniere sbagliate. Esistono mezzi proporzionali a visioni più o meno ispirate. Non farti schiacciare da nessuna vox populiipse dixit, mai. Anche se oggi puoi soltanto dire cosa non sei e cosa non vuoi, cerca il te stesso che sarai tramutando il tuo rifiuto in rilancio.

Cercati criticamente, trovati formalmente. Forse spetta proprio a te coniare una forma di bellezza che ancora non c’è.

Immagine di copertina: Orson Welles a pranzo

(1976) cineasta e scrittore. Ha da poco ultimato la post-produzione di "Sbundo", lungometraggio girato in un quartiere rom off limits. Con Fabio Badolato ha fondato nel 2005 la BaCo Productions e insieme realizzano opere che cortocircuitano i confini tra cinema narrativo, documentario e sperimentale, tra cui "La lucina" (2018), "Il firmamento" (2012), "Beira Mar" (2010), "Le Corbusier in Calabria" (2009), "Jazz Confusion" (2006). Scrive su “Il primo amore”, di cui è redattore, e “Rifrazioni. Dal cinema all’oltre”, che dirige. È docente presso la Scuola d'Arte Cinematografica Florestano Vancini di Ferrara dove tiene il corso “La regia: poetiche e pratiche del cinema”. Nel 2016, con Effigie, è uscito il suo primo romanzo, "Mal di fuoco".