Il silenzio e quei gesti sottilissimi

“Orchestra. Studio #3”: una performance di Valentina Vetturi con sette direttori d’orchestra

Domenica 26 gennaio 2020 nel foyer del Teatro Comunale di Bologna, su invito di Valentina Vetturi (Reggio Calabria, 1979), sette direttori di orchestra disposti in cerchio hanno eseguito per tre ore ininterrotte, senza musicisti né strumenti, l’Introduzione e allegro di Maurice Ravel, una partitura della durata di undici minuti circa, scritta nel 1905 e pensata per arpa, flauto, clarinetto e quartetto d’archi. La terza di una serie di performance in cui l’artista riflette sulla figura del direttore d’orchestra e sul senso del suo ruolo. “L’idea nasce da un’esperienza personale – racconta Vetturi –, mi trovavo in uno studio di registrazione con un gruppo di performer per registrare l’audio dell’installazione sonora, Marcetta per un coro (2012), una marcia per sette voci, e abbiamo sperimentato come cambiasse tutto – respiro, tempi, ritmo, tonalità – a seconda che a dirigere il ‘coro’ fossi io o uno di loro.” In questa occasione Orchestra. Studio #3, a cura di Lorenzo Balbi, era inserita all’interno del programma di Art City Bologna, ma l’idea dell’artista è di continuare ad approfondire la ricerca con il maestro Marco Angius, punto di riferimento sin dalla prima performance, Orchestra. Studio #1 (2012, a cura di Ilaria Gianni e Maria Alicata al MACRO Pelanda di Roma), con la realizzazione di un progetto più complesso che riguarderà anche i brani del compositore tedesco Dieter Schnebel e avrà come titolo Orchestra. Studio #4.

A comporre la scena di Orchestra. Studio #3 c’erano pochi elementi visivi e uditivi: i direttori in piedi ciascuno davanti al proprio leggìo a colonna in legno, i loro respiri e gesti sottilissimi, un rumore o un soffio appena percepito ogni volta che sfogliavano gli spartiti con una mano, i movimenti del pubblico dentro e fuori il teatro. All’interno, si potevano vedere le reazioni di stupore, divertimento e curiosità delle numerose persone presenti, tra gli addetti al settore e i turisti e passanti, molti dei quali diretti, in quella bella giornata di sole, al seggio elettorale che si trovava qualche metro più avanti e là esprimere il proprio voto alle elezioni regionali. All’esterno, i passanti attratti dai gesti dei direttori e dall’attenzione religiosa che il pubblico dentro mostrava verso la scena si fermavano a guardare attraverso i vetri della porta di ingresso; dopo qualche minuto, i più entravano pensando di ascoltare la musica, gli altri preferivano assistere all’evento restando fuori, commentando e ridendo tra loro. “Quando mi hanno proposto di partecipare alla performance ho pensato subito che fosse una bellissima idea per far capire, soprattutto alle persone che sono lontane dall’ambito musicale, cosa è la figura di un ‘direttore d’orchestra’, cosa fa e perché le orchestre hanno bisogno di una guida sul podio” afferma Alissia, che si è formata a Minsk e ora studia direzione a Bologna.

Orchestra. Studio#1 #2 #3 sono performance su delega, così come le definirebbe Claire Bishop, poiché a realizzare l’azione sono veri direttori d’orchestra, coreografie mute composte di sette gestualità diverse che coordinano la stessa composizione musicale. Nel caso di Orchestra. Studio #3 il direttore dai movimenti scenografici, quasi barocchi, era affiancato da quello che guidava in modo aggraziato, direi romantico, muovendo lentamente la testa a destra e a sinistra, e che a sua volta aveva di fronte la direttrice con lo stile che ricordava i gesti essenziali, netti, come di un’arte marziale o una danza. “Il tempo che avevamo di 3 ore consecutive, mi ha permesso di interiorizzare quella musica e di scoprirne il suo valore nascosto: le parole della nostra anima” confessa Simone, che ha all’attivo più di ottocento concerti in giro per il mondo. Nel corso delle tre ore più il tempo passava, più l’impegno dei sette direttori sembrava aumentare, invece del contrario, come se la sfida lanciata dall’artista non li consumasse ma li rendesse più determinati nel superare i propri limiti.

“È stato impegnativo eseguire molte volte (12) un breve brano e infondere l’impulso che attribuisce l’unicità e l’attimo irripetibile che fa dell’esecuzione ‘l’esecuzione’ e che normalmente in concerto accade una sola volta – in ogni ripresa, facendo sì che ciascuna diventi quella autentica” specifica Caterina, che a Stoccarda ha co-fondato “cross.art”, ensemble che combina la musica strumentale contemporanea con altri linguaggi artistici e media.

L’aspetto più interessante di Orchestra. Studio #1 #2 #3 non sta tanto nella messa in scena del silenzio in modo che il pubblico possa sentirlo, che è sicuramente importante per il tono poetico conferito dalla mancanza dell’orchestra e dei suoni che a quel punto sia i direttori performer sia gli spettatori possono solo immaginare, rispettivamente leggendo la partitura o ciascuno a suo piacimento. Quanto piuttosto è nel messaggio continuo del passar del tempo nell’esercitarsi – come dice il titolo stesso è uno “studio” –, e quindi la ripetizione e le sue variazioni, la concentrazione, l’autodisciplina, la fatica, la tenacia richieste; è nella misura dell’equilibrio espressa nella capacità di dosare le energie, la frequenza dei respiri, l’alternarsi tra note e pause in modo da arrivare alla fine; è nel tema della traduzione e dell’interpretazione libera e personale dei tempi dell’opera di Ravel disponendo i direttori in cerchio come se non fossero un impedimento visivo l’uno per l’altro ma fossero impegnati in una sorta di conversazione e confronto sulle possibili e diverse forme della direzione. Nessuno è, o vuole essere, il migliore, non c’è competizione ma messa-in-relazione. “La performance è riuscita a porci di fronte all’idea della soggettività dell’esecuzione, cosa che come direttore conosco in via teorica ma che lì, grazie ai colleghi, ho potuto sperimentare realmente” afferma Bernardo, che è impegnato in attività di ricerca e divulgazione musicale. E così, il pubblico assorto nel silenzio e attento nella contemplazione sposta lo sguardo da un performer all’altro all’interno di quella che si presenta come una gioiosa opera aperta corale.

Piuttosto che un omaggio a 4’33” di Cage dove il silenzio diventa materia, suono, esperienza estetica, Orchestra. Studio #3 è una performance espansa nel tempo che prosegue la ricerca sui cambiamenti che avvengono nell’ambiente e nelle persone, e sull’apparente noia della ripetizione, iniziata dall’artista nel 2010 con La Pendolare, quando a Roma sul trenino della Casilina per una settimana, otto ore al giorno, aveva sperimentato la condizione del pendolarismo scrivendo i suoi pensieri e appunti con una macchina da scrivere.

“Una volta entrato nel pieno della performance, la mia mente è diventata un caleidoscopio di immagini, in questa atmosfera quasi mistica, accompagnato dal mantra silente che era la musica che mi immaginavo, i pensieri hanno cominciato a intrecciarsi spaziando dai ricordi alle sensazioni estemporanee che le persone intorno a me ispiravano” dichiara Fabio, attivatore di progetti di integrazione attraverso la musica in India. In Orchestra. Studio #3 Vetturi, attraverso il coinvolgimento dei direttori d’orchestra, vuole creare un effetto di realtà, una situazione pura dotata di una forza simbolica e immaginifica. Come spettatori, abbiamo assistito a una prima o a un durante? Ogni direttore si trova nel suo studio o sul palcoscenico? Prove ed esibizione coincidono. La performance non è propriamente né l’una né l’altra ma le contiene entrambe. “Mi sono preparata alla performance esattamente allo stesso modo in cui mi preparo per un concerto! Studiando la partitura con attenzione e stabilendo come dirigere le varie sezioni” esclama Alicia, che oltre a dirigere scrive colonne sonore per il cinema italiano.

Tutto si ripete ma nulla è statico in Orchestra. Studio #3. È un susseguirsi di ritmi, è flusso di gesti, è spazio di relazione. È il gesto della creazione di cui (anche) il pubblico è parte. L’immagine che la performance crea è una storia, uno stralcio di cui potremmo vedere lo sviluppo nel presente e nel futuro.

Orchestra. Studio #3 mi ha dato la possibilità di dialogare e lavorare assieme a più direttori ed è stata un’esperienza unica nel suo genere proprio per questo. Ecco cosa ricorderò.” ammette Alessandro, il direttore più giovane del gruppo. Vetturi si serve della musica e dell’amore che verso essa hanno i direttori per parlare del potere dell’arte, dell’impegno, della relazione e, perché no, anche della sua libertà, con il desiderio che non si tratti di utopia né di nostalgia ma di un messaggio che doni speranza.

I direttori di orchestra che hanno partecipano alla performance sono Alessandro Carrer, Caterina Centofante, Alicia Galli, Bernardo Lo Sterzo, Fabio Sperandio, Simone Valeri, Alissia Venier.

Valentina Vetturi, Orchestra.Studio #3, Teatro Comunale Bologna, 26 gennaio 2020, Main project di ART CITY Bologna 2020, ph. Armando Perna

In copertina: Maurice Ravel al piano, 1912

Dottore di Ricerca in Comunicazione e Nuove Tecnologie dell’Arte, si occupa delle relazioni tra pratiche artistiche partecipative, pedagogie radicali e spazio pubblico contemporaneo. Insegna Storia dell'Arte Contemporanea all'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino.
È autrice di “Spatial Practices. Funzione pubblica e politica dell’arte nella società delle reti” (Franco Angeli, 2012); curatrice e traduttrice dell’edizione italiana del saggio di Claire Bishop, “Inferni Artificiali. La politica della spettatorialità nell’arte partecipativa” (lucasossella editore, 2015); co-curatrice, insieme a Laura Salas Redondo e a Erick González León, di “(d)estructura. Viajes por Cuba/ Cartografía Social” (Viaindustriae publishing, 2018). Ha curato, insieme a Lorenzo Balbi e ad Arturo fito Rodríguez, la mostra e il libro “Muntadas. Interconnections, interconnessioni, interconexiones” (ARTIUM, Vitoria, 2019, Villa delle Rose, Bologna, 2020 | ed. Corraini, 2019).
Dal 2018 è responsabile del public program del progetto di arte pubblica “ArtLine Milano”.

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