Intimità, dimestichezza. Dino Ignani coi poeti

12/03/2025

Si è aperta il 21 febbraio la mostra Intimi ritratti, che espone una minima parte del lavoro straordinario, e più che quarantennale ormai, svolto coi poeti da Dino Ignani (dopo essere stato folgorato, ha raccontato nella circostanza, dalle esibizioni dei Beat al mitico Festival internazionale dei poeti, sulla spiaggia di Castelporziano, nel giugno del ’79). Diceva un poeta che della poesia è stato anche uno dei più grandi lettori, Alfredo Giuliani, che imbattersi in un’autentica poesia equivale sempre a incontrare qualcosa di inatteso, un che di irriducibilmente diverso. È così. I poeti sono alieni: sono il diverso da me, se non forse il mio simmetrico contrapposto (o contrappasso); tutto in loro mi contesta e mi invera, mi completa e mi sottrae a me stesso. Sicché è stato un frisson vedere esposte (come lo sono in quella sede sino al 19 marzo) le loro icone nel luogo dove mi sono formato: la biblioteca della Facoltà di Lettere della «Sapienza» intitolata a un grande filologo del passato, Angelo Monteverdi. Fra quei civilissimi scaffali a consultazione aperta s’è deciso il corso della mia vita, che da allora è consistita nel leggere, e dunque nel sognare incontri impossibili. In seguito, certo, dei poeti avrei incontrato le persone fisiche, a volontà (e oltre); ma resto convinto che non potrò mai essere davvero partecipe della potenza aliena, dannosissima e perfettamente salvifica, di cui sono portatori. Quella resta incarnata nella loro opera: e così per fortuna potrà essere incontrata, o invano inseguita, idealmente per sempre. Ma vederli immortalati proprio in quel luogo, dalla sapienza sottile e dall’invidiabile modestia prossemica di Dino Ignani, e ascoltare dal vivo i loro ideali successori commentare i propri padri e fratelli maggiori, ha prodotto un cortocircuito salutare, una revisione di tutti i miei presupposti. Come appunto, sempre, fa la poesia («là non c’è punto che non veda / te, la tua vita. Tu devi mutarla»: Rilke). Per la cortesia del fotografo e della poetessa, riporto qui una scelta delle fotografie di Dino Ignani e il discorso tenuto, all’inaugurazione della mostra, da Lidia Riviello.

Andrea Cortellessa

È sempre la voce, prima dello sguardo, il volto di un poeta. Ed è attraverso la voce che all’inizio, nel 1982, al primo incontro – ancora non lo sappiamo, ma è quello che resta –, Dino Ignani è diventato, diventa e continua a diventare la lente di un obiettivo. Quello di rivelare, svelare l’ambiguità del ritrarsi e dell’essere ritratti dei volti dei grandi poeti dei nostri e di altri tempi.

Accade un fatto curioso. Io da bambina ero timida (perlomeno in una certa stagione, guarda caso proprio quando sorpresi Dino Ignani con la sua macchina fotografica, mimica e mimetizzata), ed è dell’intimità dell’incontro che vorrei parlare – intimità che sappiamo declinarsi in molto modi. C’è quella tattile ma anche l’intimità visiva, ed è questo tipo di intimità che mi interessa nella ricerca di Ignani, l’intimità visiva o invasiva che instaura coi suoi soggetti. Un’intimità appunto visiva nel mio caso si produsse quando mi trovai di fronte a Dino nella grande casa di Frascati. Io me ne stavo nascosta tra colonne, intercapedini, oggettistiche sui generis, in una casa da mia madre resa volutamente difficile, seppure spalancata (piano terra, porte e finestre aperte, citofoni e telefoni come in discoteca), direi anzi impossibile, ostica all’incontro diretto. Un labirinto dove cercarsi perdersi e ritrovarsi e dove troneggiava, quotidiano e irraggiungibile, quel curioso personaggio con un volto a metà fra Rossini e uno scaltro scaricatore di porto spagnolo, che si chiamava Vito Riviello. Io continuavo a nascondermi e il giorno che arrivò Dino Ignani mi puntò da lontano l’obiettivo, mentre ero in parte nascosta e in parte allo scoperto, riparata dietro una parete dell’ingresso. Mi scovò e diede una forma viva con lo sguardo a questo nascondimento, tra una soglia e l’altra della casa del tempo e dello spazio (della poesia) – e quello è stato il nostro primo incontro. Da allora è nata un’amicizia, questo continuo “ritrarsi e ritrarsi” nella differenza fra guardare e vedere.

Ho pensato a questo incontro come a una festa, ma come posso tradurre in diretta con le parole queste immagini immediate? La facilitazione che ho avuto, il privilegio che ho anche pagato, è stato quello di averli conosciuti tutti, i poeti; di averli conosciuti nel mio punto di partenza, da bambina. L’invasione dei poeti nel mio giardino ancora incontaminato: arrivavano questi alieni che entravano senza suonare, occupavano tutti gli spazi, si sdraiavano sui divani con libri, sigari, borse e sacchi misteriosi, dormivano di pomeriggio, tra un posso mangiare qui e non so dove stare stanotte, gli autostoppisti e le band di cinque sei persone stipate nelle auto con cui si arrampicavano da nord a sud… Ecco, questi personaggi poi persone e viceversa, li ritrovo nell’intimità di questi ritratti.

Forse più che di intimità si deve parlare di dimestichezza, Dino ha questa proprietà molto particolare. Il termine «dimestichezza», anche all’udito, riconduce alla selvatichezza e insieme alla domesticità, allo scoprire e condividere una casa selvatica. Questi incontri, che Dino fa con selvatica e domestica confidenza, uniscono l’inaspettato alla consegna di un’estrema confidenza, estrema come la confidenza degli estremi; come si fa a non mettere in posa (o in prosa) i poeti, questi poeti, visti da bambina in pose scomode, imprevedibili? I poeti per molto tempo, in quei tempi, non erano abituati a mettersi in posa, li si metteva in scena e non in posa come la intendiamo oggi. Sicché per ritrarre gli ospiti ospitati, i poeti, per decenni Dino si è dovuto disporre a ricerche, appostamenti. Diceva Joyce Lussu che non avrebbe mai potuto tradurre Hikmet se prima non avesse saputo se preferiva l’aragosta o un pesce bollito, se non avesse camminato con lui il tempo che bastava a passare il tempo con lui, per capire se la notte dormiva o stava sveglio… solo a quel punto se ne sarebbe staccata e avrebbe cominciato a tradurlo.

Valentino Zeichen (foto di Dino Ignani)

Ci si chiede allora come abbia fatto Dino ad arrivare a questo tipo di intimità. Che non è intimità di routine, farsi trovare pronto, ben vestito e stanza in ordine. Prendo l’esempio che ho qui a tre quarti del mio sguardo, Valentino Zeichen: come fare a entrare in quel suo luogo con le mele in fila sul tavolo, come rendere la sua ossessione per la meticolosità, il calcolo? Zeichen si stirava la camicia da solo, con un gesto insieme scenico e quotidiano. Scenico per sopravvivenza? Gesti e parole insieme, altre separate, private ma non private d’alcuna esibizione. Arrivare a questo incontro con la camicia di Zeichen, per Dino, significava sapere che i poeti sono altro anche quando si autorappresentano; appassionati di tutto tranne che, a volte, della poesia stessa.

E in quale luogo? La casa? No, queste non sono semplici case; sono luoghi ideali, estremi; sì, certo, sono case, vediamo poltrone e letti dislocati in modo non ordinario; vediamo la postura di Amelia Rosselli, una postura che conosciamo tutti, ma quella espansa da Dino non è una posa naturale né del tutto innaturale, una postura sorpresa fra l’innaturale e il naturale, là dove c’è ‘troppa’ poesia o nell’interstizio in cui manca – nel gioco non così rassicurante dell’esserci adesso, non esserci mai ed esserci stati sempre.

Penso a quanto scritto da Harold Bloom su un libro che tanto mi fa pensare allo sguardo di Dino, Autoritratto in uno specchio convesso di John Ashbery: «come lo fece Parmigianino, la mano destra più grande della testa, protesa verso lo spettatore mentre con naturalezza sfugge, come a proteggere ciò che sfoggia. Qualche vetro piombato, travi antiche, pelliccia, mussola pieghettata, un anello di corallo confluiscono in un movimento che sostiene il volto, che fluttua avvicinandosi e allontanandosi come la mano tranne che è a riposo. È quel che è sequestrato».

La velocità e il movimento a distanza, l’elusività e la familiarità, il modo in cui Dino entra e va via nel momento in cui il poeta interagisce e non è oggetto né soggetto, non è mai predominante, è interazione. Il poeta è appoggiato disteso piegato, sfugge dalla cornice, è finalmente nel luogo dove neanche le scene di rito della poesia di quegli anni hanno voluto che fosse in scena; qui non sono in scena i poeti, sono fuori dalla scena o in quella che si muove dalla porta accanto.

Giorgio Caproni (foto di Dino Ignani)

Amelia è distesa, prolungata, si percepisce la contrazione del corpo, dei muscoli; quell’immagine distesa, la sua circolazione fiammante, la sua armatura in questo ritratto si scioglie, si disarma, l’armatura si fa veste. E Caproni che stende il braccio va oltre la compostezza della sua formazione musicale, la partitura è il suo braccio: un altrove visto da Dino che guarda e solo poi vede perché c’è una veduta oltre lo sguardo, un abisso un precipizio del poeta che viene lasciato libero. Il poeta libero si scompone ma non è in soggezione, è in una zona che conosce, la zona dell’immortalità che sa essere mortale. Serve vivere? Serve sempre; ma mentre il poeta sta andando a fare la spesa, a fare la fila in banca, a sostare in un giardino, ecco che arriva Dino e non è una interferenza: Dino è lì, aspetta, sosta e appena capisce che è il momento in cui il poeta può non ‘fare’ il poeta, ma è richiamato al segreto seppellito in giardino, il segreto a cui ha detto «aspetta torno resta lì», ecco che disseppellisce un gesto uno sguardo una parola. Ecco un incontro. Quello con Dino Ignani, ad esempio.

Era solo un’introduzione questa.

Lidia Riviello (foto di Dino Ignani)

Intimi ritratti. Fotografie di Dino Ignani
Biblioteca Angelo Monteverdi
Roma, Università la Sapienza, Edificio di Lettere
fino al 19 marzo 2025

Lidia Riviello

Lidia Riviello

nasce a Roma. Collabora dal 1994 con quotidiani, riviste e blog. Idea, cura e organizza eventi e festival di poesia in Italia e all’estero. Nel 1998 pubblica il suo primo libro, “Aule di passaggio”, seguono “L’infinito del verbo andare” (Arlem 2002, prefazione di Edith Bruck), “Rum e acqua frizzante” (Perrone 2003, nota di Carla Vasio), “Neon 80” (Zona 2008, nota di Edoardo Sanguineti, Premio Delfini 2007), “Ritorno al video” (2009), “Sonnologie” (Zona 2016, nota di Emanuele Zinato) e “All you can eat” (Aragno 2021, nota di Laura Pugno). Suoi testi sono tradotti in numerose lingue su diverse riviste e antologie. Entro il 2025 è prevista l’uscita di “Sonnologie” in francese, presso L’Usage (traduzione di Francois Lespiau e Laura Giuliberti) e della nuova raccolta, “Stati di salute”, presso Aragno. Autrice, consulente e organizzatrice di produzione per Rai Radiotre, Rai Uno, Rai Due, Rai Storia e Rai Play, attualmente collabora con il programma Blob e scrive podcast e programmi di poesia per Radiotre.

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