Carlo Benvenuto, l’enigma del reale

A un visitatore distratto L’originale di Carlo Benvenuto potrebbe mostrarsi come l’esposizione di una quieta serenità domestica. Una tazza. Un piatto. Uno specchio. Tre pere. Gli oggetti del nostro quotidiano sfilano, sala dopo sala, a rivelare un mondo intimo perfettamente ordinato, luminoso, non toccato dal disordine dell’incuria e del tempo. Un ordine e una luminosità assecondati dalla scelta curatoriale di organizzare la mostra su un ampio respiro di ritmi e di spazi, lasciando le immagini – fotografie su scala 1:1 – a dialogare da una parete all’altra, immerse nel biancore dei muri, rivelando affinità e contrasti nella distanza più che nella prossimità.

Nel suo viaggio dentro L’originale il visitatore passa in rassegna un mondo in cui riconoscersi. Il mondo rassicurante dell’infanzia, della memoria, delle vacanze al lago dei nonni (la casa di Stresa della famiglia Benvenuto dagli echi vagamente gozzaniani). Ma se da una parte la pulizia formale degli oggetti fotografati conduce lo spettatore dentro una sorta di incanto consolatorio, dall’altro la sensazione di un qualcosa di irrisolto ci fa passare da una sala all’altra senza soluzione di continuità obbligandoci ogni volta a ritornare sui nostri passi e a rifare il cammino per ritrovarci nuovamente, più e più volte, di fronte alla tazza, al piatto, allo specchio, alle pere.

Una sensazione di perdita e nello stesso tempo di spostamento costante di senso sottrae le immagini di Benvenuto al pericolo di una certa leziosità didascalica in cui potrebbe cadere ogni rappresentazione realistica del mondo per consegnarle al visitatore come straniate, “altre”, enigmatiche. Improvvisamente ci accorgiamo che gli oggetti della quieta quotidianità borghese della casa di Stresa “non servono a niente”, come se fossero stati colpiti da una progressiva perdita della propria funzione. Lo specchio non rimanda alcuna immagine riflessa, le sedie sono rovesciate a gambe all’aria o si reggono in equilibrio sui cappucci di plastica di una biro, le tazzine e i piatti si trovano spesso in bilico, impossibilitati a contenere qualsiasi contenuto a meno di non distruggersi, precipitando dal bordo aguzzo del tavolo per sfracellarsi a terra. Nell’universo di Benvenuto le leggi del mondo naturale non hanno valore. Le sue pere sul tavolo non proiettano ombra, non c’è giorno che succeda alla notte, non ci sono stagioni, non c’è forza di gravità. 

Anche il colore è un enigma. Carico, fin troppo uniforme, iperreale, a prima vista sembrerebbe ricordare le fotografie dipinte a mano della tradizione ritrattistica mediorientale (Youssef Nabil in mostra in questi giorni a Palazzo Grassi ne è un esempio eloquente). Ma anche in questo caso il primo sguardo è ingannevole. Non c’è nessuna postproduzione nella tecnica di Benvenuto, nessun intervento manuale, ma solo un uso sapiente del banco ottico. I colori sono e nello stesso tempo non sono quelli naturali. O meglio, ne sono la quintessenza, l’idea platonica. Il mondo dell’Originale è infatti un mondo originario, è il suo paradigma, il suo iperuranio disincarnato, un mondo a esatta immagine e somiglianza del nostro, ma che non risulta corruttibile dal tempo, né toccato dall’uomo.

Dov’è infatti qui l’uomo?

Se gli oggetti dell’Originale sembrano essere privi di ogni dato emozionale, quasi non ci fosse nessuno a ritrarli dietro l’obiettivo, possiamo comunque indovinare l’artista nella sua ossessiva e maniacale osservazione dei frammenti che compongono il reale. Onnipresente e nello stesso tempo celato, apparentemente obiettivo e sprovvisto di emozione (se dovessimo paragonare Benevuto a uno scrittore sarebbe certamente Robbe-Grillet), la sua assenza è fantasmaticamente presente nella matematica e granitica coerenza con cui è costruito il suo mondo. È possibile interpretare L’originale come una sorta di fenomenologia dello sguardo. Gli oggetti defunzionalizzati, sottratti al precipitare degli eventi, ci costringono a interrogare il nostro stesso sguardo su di loro e di conseguenza la nostra presenza nella sala.

Carlo Benvenuto. L’originale, vista dell’installazione
(courtesy Mart Rovereto, archivio fotografico e mediateca)

Nell’Arte come procedimento, Viktor Šklovskij racconta di come la realtà quotidiana passi accanto a noi come imballata, sappiamo che cosa è, per il posto che occupa, ma ne vediamo solo la superficie. È ormai classica la sua citazione di Tolstoj che spolvera il divano di casa per poi dimenticarsi subito dopo di aver compiuto il gesto. Come fare allora per restituire a Tolstoj la percezione del suo divano? “Scopo dell’arte è di trasmettere l’impressione dell’oggetto, come visione e non come riconoscimento”, scrive Šklovskij, una visione in cui gli oggetti, allontanandosi da noi e costringendoci a osservarli come se fosse la prima volta, arrivano a svelare il loro volto e contemporaneamente il nostro nell’atto di guardarli.

Benvenuto, di fatto, opera una rottura del processo di automatizzazione dell’oggetto mostrandocelo nella sovrabbondanza di senso della sua immagine straniata. Costringe lo sguardo a incespicare, a rallentare, a tornare più e più volte indietro. Di fronte al mancato riconoscimento della tazza, del piatto, dello specchio, delle pere, possiamo così vederli, recuperando, come farà alla fine Tolstoj con il suo divano, una realtà dimenticata, persa nell’automazione percettiva del quotidiano.

Carlo Benvenuto, Senza titolo, 2007, c-print, 2007, cm 181 x 30 (coll. privata)

Se si potessero rendere visibili le tracce del continuo andare e riandare dei visitatori tra le sale, del loro continuo perdersi tra un oggetto e il suo doppio (spesso gli oggetti si ripetono, ossessivamente, da una parete all’altra) si potrebbe indovinare la struttura labirintica dell’Originale. Come ogni labirinto, anche L’originale contiene al suo interno un centro a cui tendere. Tra tutte le sale dell’esposizione ce n’è una strutturalmente diversa. Sulla parete di fronte all’entrata, la fotografia di uno specchio ancora una volta senza riflesso. Accanto allo specchio, un ritratto. Un disegno. Un’immagine, quindi, non più realizzata con la precisione tecnologica della macchina, ma portatrice di una caducità materica strutturale, radicata nella carne e nei tendini della mano che ha tracciato il segno sulla carta. Il ritratto è un autoritratto. Il mostro al centro del labirinto è il creatore del labirinto stesso. Carlo Benvenuto si offre agli occhi del visitatore in una posizione di assoluta fragilità, non più protetto dal carapace della sua presenza-assenza lungo la superficie polita degli scatti, ma improvvisamente visibile, esposto a una temporalità lineare così diversa dall’eternità immobile e circolare del suo mondo di oggetti. “Lo crederesti Arianna?” – potremmo dire come il Teseo di Borges ad avventura conclusa – “Il Minotauro non s’è quasi difeso”.

Carlo Benvenuto. L’originale
a cura di Gianfranco Maraniello con Daniela Ferrari e Chiara Ianeselli
MART di Rovereto
fino al 18 ottobre 2020

In copertina: Carlo Benvenuto, Senza titolo, 2020 c-print, 45 x 75 cm (courtesy l’artista)

insegna Letteratura francese presso l’Università di Ferrara. È curatrice e traduttrice editoriale dal francese e collabora come critico letterario per "Il Manifesto" e per diverse riviste di settore.