Il candore dell’immagine

Nel silenzio di questa lunga giornata, nel silenzio dello casa di Giorgio Morandi, a Grizzana. Oggi, nella luce primaverile di un funesto marzo 2020; oggi, in un giorno di sole, del 1990, sull’Appennino bolognese. Io, qui, con lo sguardo che si perde e Ghirri, là, che rintraccia e ritraccia le linee di una visione. E’ solo dentro questa geometria dello sguardo, dentro questa sorta di metafisica del quotidiano, di cui Ghirri come Morandi sono maestri, che qualcosa appare.

Ghirri mostra, in quasi tutti i suoi scatti, il limite estremo della pratica fotografica. Non vi è necessità di alcun filtro, di alcun saturazione sofisticatrice per ottenere una grande immagine. Ma non c’è alcuna immagine, alcuna immagine che dia davvero accesso a una visione, senza una geometria dello sguardo, senza una padronanza eccelsa della tecnica.

Guardando le miriadi di immagini di questi giorni sulla minuzia quotidiana, sugli interni delle nostre case, e confrontando quegli scatti con questo di Ghirri si comprende la totale inutilità dei primi, rispetto alla potenza di quest’ultimo. Si comprende la completa e ormai metabolizzata confusione tra una fotografia, la banalità della riproduzione del reale attraverso un mezzo tecnologico, e un’immagine. La prima è tautologicamente vuota, non aggiunge nulla al reale (anzi, spesso lo impoverisce, privandolo di tutti gli altri sensi che lo compongono). La seconda amplifica la realtà, esponendola al mistero della sua esistenza, della sua creazione.

L’immagine – quando è davvero un’immagine – non è fatta per comunicare, non è un documento e non va letta. L’immagine non è un sostituto del linguaggio. Ed è per questo che, spesso – l’Ottocento, prima, il Novecento, poi e con sempre maggior chiarezza, lo hanno compreso – le immagini più potenti sono le più vuote, le più linguisticamente povere di significato.

Occorre un quadrato bianco affinché qualcosa si dia a vedere. Occorrono linee che appena solchino la chiarezza del reale. Occorre una tecnica sottile affinché la natura sveli il suo segreto. Occorre arte affinché il senso della natura sia infine svelato come il nostro senso.

L’arte è esattamente questo gesto che non imita nulla se non il mistero di una creazione che ci precede e si rinnova in ogni esistenza, nel più minuscolo degli esseri come nelle distese dei cieli. L’arte è lo sguardo umano che si proietta oltre la consolatoria finzione divina. O, meglio, è lo sguardo umano che si inoltra verso quel punto spaziotemporale incomprensibile che il nome di dio cela: il momento della creazione.

L’arte, quando realmente giunge alla creazione, non imita questo momento, lo mostra, ne dà un’immagine, ne scandisce il ritmo, diviene il luogo del suo manifestarsi: il suo avvolgente candore.

Immagine di copertina: Luigi Ghirri, Grizzana, Bologna, 1989-90 ©Eredi Luigi Ghirri

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).

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