Parliamo dell’Elefante

20.10.2025

Ho pre-visto Stile Alberto su un laptop dilavato e graffiato, in una notte d’insonnia a Bucarest (di certo avventurarsi a Targu Jiu non è stato il primo errore), con godimento e gratitudine: per la testardaggine innamorata di Michele Masneri che, quattro anni dopo lo scrap-book omonimo edito da Quodlibet, finalmente conduce in porto il tanto concupito documentario sul suo idolo, il suo feticcio, il suo maestro e donno (alla soirée alla Festa del Cinema non mancherà nessuno, signora mia). A sentirlo parlare delle disavventure di questo film nelle anticamere di produttori e procacciatori, prosseneti e procrastinatori, questo benedetto ragazzo che ha passato i cinquanta, non si poteva non pensare alla cornice di Fratelli d’Italia che (come dieci anni dopo quella di Gravity’s Rainbow di Pynchon) è appunto un film, tanto vagheggiato quanto ovviamente irrealizzato, dal titolo irridente L’Italia si chiama Amore: il quale sospinge senza sosta, lungo lo Stivale, l’Elefante e la sua compagnia picciola di con-gaudenti infinitamente blateranti.

Del resto Masneri, che del modello proprio non ce la fa a mutuare la snobistica aisance (manco ci prova anzi), mai ha fatto mistero del proprio culto. Il suo primo romanzo Addio, Monti (minimum fax 2014) esordiva «Siamo qui da oltre mezz’ora in questa Sma pregiatissima di via dell’Amba-Aradam» (dove il supermercato cheap surroga il favoloso «Fiumicino» dell’originale) mentre tutto il secondo, Paradiso (Adelphi 2024), remixa acrobatico le conversation pieces d’antan, con pure un pizzico della Terrazza di Ettore Scola e dei suoi troppo fortunati imitatori («Terrazze», proprio, s’intitola una sua rubrica sul «Foglio»): una volta di più sulle tracce di un fantomatico demiurgo della celluloide (sempre che sia ancora lecita, questa metonimia rétro).

Alberto Arbasino, compleanno di Lucrezia Lante della Rovere, Cabala Club Roma, 1983 © Archivio Umberto Pizzi

Niente Hollywood sul Tevere però, e niente peplum per questa volta. Stile Alberto è un prodotto ostentatamente low-budget, che l’Idolo insegue affannato e attardato, catastroficamente tardivo anzi («Arbasino scriveva sui giornali», annota all’inizio Masneri che fra i giornalisti culturali su piazza oggi è senz’altro il più brillante, «quando i giornali erano ancora importanti»), in confessata attitudine da «stalker» (sino a riprenderne di nascosto, di corsa in auto verso chissà quale kermesse, le dissertazioni sui vari gradi della Légion d’Honneur «che naturalmente lui aveva ricevuto»), in colletti sformati e mises approssimative che non possono gareggiare con quelle inappuntabili del Maestro («i suoi reportages dall’estero, i suoi pezzi di critica culturale mi facevano sognare mondi che io, ragazzo di provincia, potevo solo immaginare»), e confessioni d’inadeguatezza dalla malinconia tutt’altro che ironica («in tanti abbiamo provato a imitarlo, sempre con risultati tragici») ma tutto sommato, bisogna dire, molto ingiusta.

Alcuni lettori malevoli del libro di quattro anni fa, pubblicato a mo’ di saluto a quello che – in un certo senso, in un certo modo, in una certa misura – era diventato anche un amico (Arbasino se n’era andato un anno prima, il 22 marzo 2020), lo hanno trovato troppo aneddotico e poi troppo in prima persona, in primo piano. Ora, aneddotici, libro e film lo sono senz’altro: Masneri non fa il critico letterario e non azzarda certo un ritratto di Arbasino scrittore (un po’ s’esercita alla bisogna, fra gli intervistati, il migliore dei suoi giovani lettori, Pier Giovanni Adamo); quello che gli preme è tratteggiare la silhouette di un maestro di stile (come dice il titolo) nel senso della forma della vita, piuttosto che quella del testo. E in questo raccoglie benissimo, c’è da dire, almeno una delle sue eredità: anche per Arbasino infatti, come per il suo maestro Gadda, sulla storia come storia delle idee fa aggio la storia dei dettagli, i clic e i tic che possono rivelare un carattere, una vita. Perché se la Storia inganna e confonde, atterra e schiaccia, si può far ricorso almeno alla storia come pettegolezzo, se non proprio come storiella («da Saint-Simon e Retz a Proust, come ci spiegava; e Lytton Strachey, oltre che Macaulay e Michelet. E i prediletti Nardi e Varchi inesausti fornitori di pettegolezzi sui principi e artisti del Rinascimento, con gli stessi vizi e vezzi poi tanto chiacchierati a Versailles»: L’Ingegnere in blu).

Alberto Arbasino con Inge Feltrinelli © Archivio Umberto Pizzi

Più fa problema la seconda pecca presunta. Nel libro in effetti l’io in scena c’è, e molto: ma in quanto magnetofono ben temperato della cornucopia di bons mots del mattatore sotto i riflettori, quasi un Boswell o un Eckermann dei giorni nostri. Nel film le parole di Arbasino (a parte quelle rubate dallo stalker) sono tutte di repertorio, campionate dalle sue memorabili comparsate in video (su tutti il mitico Match, appena dieci puntate su RAI Due dalla fine del ’77 all’inizio del ’78, che però ricordano tutti: dove Arbasino, ha scritto Chiara Portesine, «aizzava gli intervistati con un garbo ai limiti dell’istigazione a (retoricamente) delinquere»); mentre Masneri affida il ricordo del Totem a tanti piccoli Elefantini, non tutti necessariamente il massimo della simpatia (secondo uno di loro «dalle principesse, diciamolo, si mangia meglio» e allora il provinciale, mostrando di saperla più lunga di quel venerabile, a mezza bocca replica «dipende…»), ma tutti «sagome» umorose e straripanti di mosse e mossette. Certune proprio irresistibili, come le dame rivali Adriana Sartogo, che alla fine elegantissima ci saluta in motoretta, e la «smandrappata» Marisela Federici alla cui corte, una sera, il cardinale esorcista Milingo finì per imporre le mani pure al laicissimo Alberto.

Non mancano neppure le pointes su certe esagerazioni, certe saturazioni dello stile-alberto che – posso testimoniare in prima persona – mettevano a dura prova anche gli aficionados più accaniti (Masolino d’Amico ha uno sbotto d’insofferenza sacrosanto, per certe interminabili causeries a tema mondano-principesco), o su certe pieghe oscure che anche ai critici, prima o poi, toccherà esplorare. Racconta per esempio Giovanni Agosti della visita a una mostra dove Arbasino, al cospetto di una certa Madonna impareggiabile, si mette a snocciolare fatuità che gli fanno cascare le braccia, finché si accorge che quel suo spettacolino è ad usum di Carlo Ginzburg alle loro spalle («perché, vedi, questo è quello che vogliono che io faccia»): così rivelandosi «fissato e sclerotizzato all’interno di una maschera dolorosa». E la visita al cimitero di Voghera, in compagnia della nipote Silvia, è un a parte malinconicissimo.

Marisela Federici, festa a Villa Furibonda, Roma, 2013 © Archivio Umberto Pizzi

Si conclude però, com’è giusto, in tonalità maggiore. Alla «Furibonda», dalla Federici, è tutto un bocciare di brindisi. E poi, a incorniciare tutti gli entretiens, ciascun intervistato dà lettura della sua pagina preferita di Fratelli d’Italia. La più eloquente è di Giorgio Montefoschi: che dalle risate non riesce ad andare avanti nella lettura («mamma mia», commenta chiudendo il libro quasi spaventato). Arbasino la attribuiva a un altro dei suoi phares, Roberto Longhi, ma era invece davvero e solo sua: «una cognizione non del dolore ma del buonumore».

Stile Alberto
di Michele Masneri e Antongiulio Panizzi
dal libro omonimo di Masneri edito da Quodlibet
prodotto da Mad Entertainment in collaborazione con Rai Documentari e Luca Guadagnino, 64’

Il 19 ottobre alla Festa del Cinema di Roma, il 15 novembre su RAI Tre

Questo articolo è uscito su «Alias» del «manifesto»

In copertina: Alberto Arbasino con Isabella Rossellini, Palazzo Farnese © Archivio Umberto Pizzi

Andrea Cortellessa

Andrea Cortellessa

è nato a Roma nel 1968. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre. Ha curato mostre e testi (tra gli altri di de Chirico, Manganelli, Pagliarani, Raboni, Rosselli, Zanzotto, Di Ruscio, Paolini, Parmiggiani e Serafini), realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. Fra i suoi ultimi libri “Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia di poeti italiani nella Prima guerra mondiale” (Bompiani 2018), “Andrea Zanzotto. Il canto nella terra” (Laterza 2021), “Filologia fantastica. Ipotizzare, Manganelli” (Argolibri 2022), “Amelia Rosselli. Con l’ascia dietro le nostre spalle” (Electa 2024), “Forse che sì. Joyce fra Pascoli e Gadda”; (Quodlibet 2025) e “Una ragione di più per andare all’inferno. Vedere, Pasolini” (Treccani 2025). È nella redazione delle riviste “il verri”, “Strumenti critici” e “Moderna”, e tra i fondatori di “Antinomie. Scritture e immagini”; collabora al “manifesto”, al “Corriere della Sera”, alla “Domenica”del “Sole 24 ore”, al “Giornale dell’Arte” e ad altre testate.

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