L’arte di Franco Maresco consiste nello sguardo, una capacità umana universale. Per esso, egli ha una dote particolare. Il suo non è un occhio qualsiasi. Come capita a tutti, ciò verso cui dirige il suo sguardo è accidentale. La vita è un viaggio, dice una corriva immagine. Nessuno sceglie quale, con quale mezzo, attraverso quali contrade. Il viaggio di Maresco si sta facendo sopra una vettura laida e sgangherata. Il finestrino è di un sudiciume immemoriale. Per Maresco, l’accidente si è però rivelato una risorsa artistica. Bagna di saliva la punta dell’indice. Pulisce quel sudiciume per l’esatta ampiezza dell’obiettivo di una macchina da presa e da lì guarda con maestria un paesaggio che sobbalza e che gli si presenta irredimibile.
Tra oggetto e soggetto dello sguardo si crea una relazione che non resta soltanto in Maresco come impressione. In effetti, il rapporto dice qualcosa di lui a lui e agli altri e talvolta al di là dello stretto necessario: vezzo di tanto in tanto fastidioso, ma infine sopportabile. Dal rapporto nasce invece soprattutto un’espressione. Con la sua espressione, Maresco chiarisce la natura di ciò che guarda.
Il chiarimento procede per riduzione cromatica: il colore distrae e distorce, come si sa. Il valore del bianco e nero fotografico e cinematografico e il loro realismo, paradossalmente maggiore, stanno per intero lì. Il chiarimento procede per parodistica amplificazione di tratti pertinenti di ciò che Maresco osserva e racconta. Nella parodia, c’è stata talvolta qualche sbavatura e una volontà di épater le bourgeois. Si è dunque parlato in proposito di trash. Nella lunga temperie della cultura globale, il borghese ideologico per antonomasia non chiedeva altro però che d’essere épaté.
La cifra cinematografica di Maresco (condivisa con Daniele Ciprì, negli anni del loro sodalizio artistico) è per l’essenziale un espressionismo minimalista. E lo è in ovvia correlazione anche quella culturale e antropologica: ciò che espone è una sineddoche. Ma, come figura, il segno si fa emblematico del tutto. Nella distinzione tra metafora e metonimia, la sua ispirazione sta per intero nella seconda. Nel cinema di Maresco, le metafore sono rare e semplici, quando ricorrono, come presso ogni realista.
Ebbene, sintonizzando il proprio sguardo con quello di Maresco, come si è anticipato, balza agli occhi l’irredimibile. Lo conferma il suo film più recente, Un film fatto per Bene. Nella resa grafica del titolo, qui rispettata, ci sono due maiuscole. La seconda segnala un gioco di parole. Bene non è l’avverbio presente nella locuzione fare qualcosa per bene. È un nome proprio: il cognome dell’attore, regista e autore teatrale che di nome di battesimo faceva Carmelo. Un suo lontano incontro palermitano con Maresco ha dato al regista e ai suoi collaboratori l’idea di prendere Bene come pretesto ideale e narrativo. Nel corso della pellicola, Bene compare in effetti in alcuni filmati di repertorio e imitato nella celebre voce, in qualche scena, più o meno esornativa. Una ratio tematica così esibita non deve tuttavia oscurare il fatto che il titolo ha una lettura piana. Preso alla lettera nel suo rapporto di definizione del film, esso è pregnante, come antifrasi paradossale.
Un film fatto per Bene procede infatti come un film non fatto per bene. Ha passaggi da documentario autobiografico, di norma in bianco e nero e in terza persona, gettati in apparenza a casaccio nel flusso narrativo. Ne ha poi di narrativi, talvolta a colori, talaltra in bianco e nero, in funzione del rapporto tra cornice e racconto, con personaggi la cui luminosa bêtise scivola verso il disordine mentale.
Dopo qualche riflessione e per esercizio strutturale più che ermeneutico, chi assiste in sala coglie l’evidente regola compositiva. Ma l’apparenza è caotica. Il caos è d’altra parte a più riprese rivendicato come carattere compositivo del film. La pellicola non si compiace mai di dire: «Guardate come sono fatta per bene!». Proclama il contrario: un film sbagliato, a pezzi, incompiuto, mal recitato e peggio diretto. Un fallimento. Denotativamente, titolo e pellicola collidono: il titolo somiglia a quel «Bel lavoro che hai fatto!» che, nella lingua comune, si indirizza a chi si è reso protagonista di un disastro. Appunto, una antifrasi.
Ma, più che nel riferimento al nome proprio e al soggetto del film, il gioco linguistico del titolo sta proprio nella connotazione enunciativa. Titolo e pellicola vi coincidono e, ironicamente, il titolo dice il vero. Un film fatto per Bene è un film fatto per bene. Lo è in quanto film che appare come fatto tutt’altro che per bene. E testimonia il lavoro di buoni professionisti per diletto e non di dilettanti per cattiva professione. È un film preciso e privo di ogni approssimazione. Lo mostra, per figura, la scena che fa da premessa alla conclusione del film.
In modo palese, il protagonista, Maresco in persona, è un nevrotico perfezionista. Si ferma a mettere impeccabilmente a piombo un crocifisso piazzato accanto al confessionale, dove tenterà inutilmente di accedere al relativo sacramento, respinto come ne viene da un monaco che, presa la voce di Carmelo Bene, rivela infine anche lui la sua demenza.
Un film fatto per Bene è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno, come ultimo in concorso, con scarso impatto. Un esempio: il portale «Doppiozero» ha pubblicato resoconti da Venezia di norma piuttosto dettagliati; in uno di essi, a Un film fatto per Bene sono state consacrate tre parole: «impenetrabile ma originalissimo». Due aggettivi messi insieme da una coordinazione correttiva, più che avversativa. Fretta di mandare il pezzo? Computo del numero di caratteri? Forse. Ma anche onesta e imbarazzata ammissione di chi non ha proprio saputo che pesci pigliare in proposito. Ed è comprensibile. Il cinema di Maresco non è fatto per le belle astrazioni né per le parafrasi appassionate.
In Un film fatto per Bene, tutto l’enunciato è privo di rimedio. Per mise en abyme, lo è anche e in effetti l’enunciazione. Più che impenetrabile, il film medesimo è irredimibile. Mentre lo si gira e quando lo si è girato, lo si dichiara abortito, perché Maresco ha deciso di scomparire e lo ha abbandonato. È vanamente inseguito da un amico sceneggiatore (Cantone) che prova a tenere i contatti con il produttore (Occhipinti), stanco di gettare dietro le stravaganze inconcludenti del regista i suoi soldi. Pochi, in verità: in totale, «meno di quelli di cui dispongono Ficarra e Picone solo per il trailer di un loro film». Dei due, si osservi, è la seconda menzione: la prima si verifica quasi in apertura, emblematica.
La pellicola conta diversi riferimenti ad altre opere cinematografiche, non solo a quelle fatte in casa Maresco, come un «citarsi addosso», secondo l’acuto titolo che, curandola, Umberto Eco diede alla prima antologia italiana di Woody Allen. Ed è goliardica, a sua volta, e perciò fin troppo scoperta l’evocazione bergmaniana. Va certamente oltre la goliardia però il riferimento a Der Stand der Dinge di Wim Wenders, che vinse a Venezia nel lontano 1982: dicono quello sia stato un periodo di un apprendistato proficuo per Maresco appassionato del cinema.
In bianco e nero, Der Stand der Dinge è un film che mette in scena, qui e là con vena comica, una troupe cinematografica sciamannata, colta in uno scenario sbrecciato e fatiscente, impegnata nelle riprese di un film che non si farà. Ad avere tagliato la corda nel pieno delle riprese, in quel caso, è il produttore, per via di legami finanziari pericolosi e compromettenti, e alla sua ricerca si dà il regista: l’esito è tragico e la vicenda del film da girare si rivela appunto uno sfacelo. Sono elementi costitutivi di un plot intrecciati, mutatis mutandis, in Un film fatto per Bene, anch’esso come film rovinoso sopra un film rovinoso e testimonianza di uno stato delle cose, materiali e morali, senza rimedio.
D’altra parte, Franco Marenco fa un cinema di mero sguardo e di graffiante svelamento e per un cinema siffatto, allo stato delle cose, non c’è più spazio ideale e materiale a Palermo e in funzione di Palermo, cioè nell’universo reale e immaginario che lo aveva innescato e saturato. Anacronisticamente e per flash, Un film fatto per Bene testimonia ancora come era e come appariva Palermo negli anni Ottanta e Novanta. Testimonia come, alla Maresco e secondo il suo sguardo artistico, la si viveva: un agglomerato urbano irragionevole, sudicio e violento. Di esso, periferie in permanente degrado, rovine, come monumenti, e umanamente, come documenti, dementi idiozie e (residuo) Lumpenproletariat davano una rappresentazione artistica di realistico espressionismo. Tale rappresentazione ebbe un’eco, come si sa.
Sono passati alcuni decenni da allora. Palermo è l’agglomerato urbano italiano (e mediterraneo) che ha forse avuto il maggiore mutamento di immagine. Un mutamento inspiegabile, in termini di realtà, per lo sguardo di Maresco. Ma, sotto il segno di una irragionevolezza, l’assenza di spiegazione è la norma. Accade il mutamento e bisogna prenderne atto. Né Maresco si ferma a descriverlo. Vi allude, reagendo.
Del mutamento ha da anni cominciato invece a trarre profitto l’ambiente palermitano dell’arte, con le sue varie manifestazioni: letterarie, teatrali, musicali, cinematografiche. Sull’onda di una tendenza globale (in aree più progredite in atto non da ieri), tali manifestazioni artistiche sono complessivamente passate a temi esemplari di un’ideologia e di una visione post-moderna e piccolo-borghese, con elezione di adeguate figure di primo piano.
Ne è sortito un occhio parassitario, quando non bottegaio e mistificatore. Tale sguardo è tessuto di giuste cause e buoni, ottimi sentimenti, accompagnati da canoniche e vibranti indignazioni; produce satira innocua e sorrisi compiacenti e compiaciuti; si nutre di falso cibo e si bea di falso folklore; proclama improprie nostalgie nobiliari e si dedica, per tradizione, al culto di un immaginario passato di grandezza. E, talvolta, con simili ingredienti, ne ottiene successi artistici o, se non proprio successi, facili gradimenti di pubblico, consensi e approvazioni.
È il modo prevalente di guardare e rappresentare Palermo, oggi. Filisteo, si sarebbe detto un dì, con una parola che Goethe tirò fuori dal gergo studentesco tedesco del suo tempo e che finì nel lessico, che si direbbe evangelico, della sinistra politica d’antan.
Così si presenta oggi l’ideologia con cui si confronta Maresco, nel luogo cui guarda il suo occhio artistico. In proposito, con Un film fatto per Bene, egli proclama allora la sua disperata ed esiziale sconfitta e la sua definitiva rinuncia. Vola in cielo (vivo? morto?) e smette di guardare o guarda da lontano, come si fa con quei droni che, oltre che alla guerra, hanno dato una svolta alla cinematografia turistico-pubblicitaria, popolarizzandola.
Per lui e per chi prova a condividerne lo sguardo con partecipazione, la Palermo di oggi, con i suoi campioni esemplari, come sineddoche, è in effetti irrefutabile conferma che tutto vi cambia perché, irredimibile, tutto vi rimane com’è. E chi ha letto fin qui queste righe forse ha già individuato la fonte da cui discendono alcuni tropi adoperati in esordio e da cui si è tratto il suo motivo principale.
Se non l’ha fatto, eccola resa esplicita: «Era appena giorno: quel tanto di luce che riusciva a trapassare il coltrone di nuvole era di nuovo impedito dal sudiciume immemoriale del finestrino. [FM] era solo; fra urti e scossoni si bagnò di saliva la punta dell’indice, ripulì il vetro per l’ampiezza di un occhio. Guardò; dinanzi a lui sotto la luce di cenere, il paesaggio sobbalzava, irredimibile».
Un film fatto per Bene
di Franco Maresco
Italia, 2025, 105’
In copertina: una scena di Un film fatto per Bene, di Franco Maresco (2025)
