Lo scafista virtuoso

18/10/2023

Circola un’imprecisione sul paratesto del film di Matteo Garrone dalla quale è bene sgombrare subito il campo. È solo una minuzia, ma è fastidiosa e ha un risvolto grammaticale denso di contenuti. Capita infatti in questi giorni di leggere in rete uno scritto che parla della pellicola e che, in un passaggio, si esprime così: “È questo l’intento da cui muove Io, capitano…”. Non è un caso isolato. In modo simile si vede evocato il film qui e là, non solo in rete.

L’opera ha per titolo io Capitano, senza virgola. Caso mai si nutrissero dubbi, lo testimonia la locandina. Vi si fa un uso grafico oppositivo di maiuscoletto e di maiuscolo. Qui lo si rende con il contrasto, non troppo dissimile, tra minuscolo e maiuscolo. La questione è tuttavia ben lungi dall’essere meramente grafica. La presentazione grafica trasduce, per dirlo con una metafora, valori sintattici.

In io Capitano, il rapporto tra il pronome di prima persona e il nome che l’accompagna è infatti quello che passa tra soggetto e predicato nominale. In altre parole, se il costrutto fosse completo di verbo e il nome corredato da un articolo, invece di presentarsi come una secca frase nominale (e si dirà sotto come mai), il verbo sarebbe una copula e l’insieme suonerebbe come “io [sono il] Capitano”.

“Io, capitano”, con la virgola, varrebbe altro: “capitano” non sarebbe predicato, ma apposizione (per dirlo con la terminologia grammaticale tradizionale). In termini funzionali, sarebbe insomma una sorta di attributo di un Io maiuscolo non solo nella resa grafica, come lasciano intendere coloro che citano il titolo scorrettamente. Insomma, una prospettiva statica e non processuale. Del resto, si arriva pian piano, in sala, a capire perché il titolo suoni proprio io Capitano.

Pian piano e solo in conclusione si giunge a intendere l’appropriatezza del titolo come chiave di lettura della pellicola. Un titolo ben fatto serve anche a questo e io Capitano è il titolo adeguato di un bel film. Per dimostrarlo con argomenti, sfuggendo alla petizione di principio, conviene a questo punto procedere con ordine.

La pellicola mette sullo schermo le avventure per niente spassose di Seydou, come protagonista, e di suo cugino Moussa, come spalla. Sono due teen-agers wolof, per lingua e cultura, e senegalesi, per nazionalità, quindi anche francofoni per via della colonizzazione. Il film procura di conseguenza all’orecchio un ascolto polifonico, anche perché alle due lingue se ne aggiungono via via altre, non necessariamente note a chi si trova in sala e trova opportuno soccorso nei sottotitoli.

Seydou e Moussa decidono di mettersi in viaggio verso l’Europa. La madre di Seydou si oppone al loro progetto, con ragione e sentimento. La terra è madre. La madre è l’Africa e balla ancora bene ai forsennati ritmi di una festa. Il figlio la loda, mentre le svela il progetto di andare via da lei. Ne prende rimbrotti inutili e patetici: partire non è un po’ morire, è morire tout court e, nel caso specifico, spesso non per figura, gli dice la donna.

Spinge però i ragazzi a partire un sogno altrettanto sentimentale e appunto, per opposizione, irragionevole. Senza gli esiti della propria irragionevolezza, un essere umano avrebbe poco da narrare. L’Africa alberga poi tanti ragazzi. Addirittura ragazzi che coltivano sogni. Il sogno di Moussa e di Seydou è in realtà poca cosa. Come è regola nella liquidità globale, sta per intero nel regno dell’apparire. Saranno i bianchi a fermarli per strada, un giorno e in Europa, si dicono irragionevolmente i due adolescenti, per averne un autografo. Perché?

Nella povera condizione in cui vivono, compongono semplici canzonette, sui ritmi e nei modi che detta la loro cultura e prendendo lo spunto dalle parole materne. Sopra tale friabile sostegno, sognano i fasti della notorietà che giungono loro tramite uno smartphone, che parla le tante lingue del successo canterino, tra le quali non manca l’italiano.

Il sogno non è tuttavia privo di suggestioni: i modi e i ritmi delle composizioni di Seydou e Moussa, insieme con quelli di altre culture africane hanno infatti profondamente intriso, come si sa, la musica commerciale prima occidentale, poi globale. E, sia detto a margine, chissà se, quando canticchiano sotto la doccia o si agitano in discoteca, i tanti e le tante che oggi temono invasioni e spregiano gli ibridi sono consapevoli di essere già, loro medesimi e medesime, in un avanzato stato di ibridazione. Tale che si potrebbe persino adattare al caso curioso odierno, a mo’ di rivelatore paradosso, l’un dì famosa sentenza di Orazio. Perlomeno quanto all’espressione musicale (e non è poco), Africa capta, ferum victorem cepit (e mai attributo fu più appropriato, se per ferum si intende, come si può, ‘brutale’. ‘feroce’).

I due ragazzi partono, dunque, e si avviano verso una realtà che, intervenendo spietata, ha i caratteri di un autentico inferno. Il cinema ha però la diabolica capacità di riscattare l’inferno con la bellezza delle immagini. E c’è appunto chi, preso dalla mera indignazione morale che la vicenda narrata suscita nei e nelle superficiali, ha visto in ciò un tratto di condannabile estetismo cinematografico. Di bellezza tuttavia non ce ne sarà mai troppa e nella condanna della bellezza si cela sempre un’attitudine fondamentalmente bigotta.

La pellicola non indugia mai d’altra parte sulla violenza, come realisticamente avrebbe potuto. Soprattutto non toglie ai cattivi, che nel film non mancano, l’impronta di una piena appartenenza al genere umano: spregevoli, si badi bene, ma esseri umani, al pari delle vittime. Tutti terrestri. E tutti sporchi, impastati di quella polvere, di quel fango, di quella sabbia, di quell’ocra e di quel giallo che, a partire dalle prime scene, sono il tratto formale del film, quanto a colore.

Non del film per intero, tuttavia. Ocra e giallo scompaiono appunto nell’ultimo quarto d’ora, per lasciare lo schermo al blu del mare. È la lampante marca formale di una letterale catastrofe narrativa, del capovolgimento che porta il dramma verso il suo scioglimento, consumato sull’acqua e verso il cielo, con la terra a fare da semplice sfondo, ma come un’ombra: l’ombra di un sogno, la costa montuosa della Sicilia.

La pellicola ha un paio di parentesi fantastiche. Rimarchevoli. Potrebbero parere esornative o concessioni all’inclinazione fiabesca dell’ispirazione del regista. In altri suoi film, questa ha preso il sopravvento. Qui sono invece finestre aperte sul sistema soggiacente del tessuto narrativo. Con le loro aperture, è la prospettiva interiore di Seydou a venire in primo piano. La fantasia gli consente di risolvere un conflitto lacerante. Si trova costretto ad abbandonare, destinata a morte certa, un’anziana donna implorante che la marcia nel deserto ha fiaccato (la madre? Certo, per figura: da portare con sé come uno spirito privo di peso e volante). Ed è il sogno a permettergli di riemergere dall’esperienza delle torture subite per avere rifiutato di sottoporre sua madre e la sua famiglia al ricatto dei carcerieri. Non una telefonata con la richiesta di un riscatto per la liberazione del figlio, ma un angelo delizioso che vola a rassicurare nel reciproco sogno la donna, sorridente nel sonno. L’angelo porta oniricamente con sé Seydou, dietro sua richiesta, ma il privilegio non giunge fino a concedergli di essere visto dalla madre o di parlarle, nell’occasione.

Ecco appunto. Ci si siede in sala e, sulle prime ma per lunga pezza, ci si figura di essere esposti a una narrazione in terza persona: Garrone che narra di Seydou e Moussa. Pian piano, ci si accorge però che la ratio del film è diversa. In realtà, regista e sceneggiatori si sono fatti mediatori artistici di un racconto in prima persona: Garrone ha fatto un film non solo e non tanto delle esperienze di Seydou, ma in modo specifico delle sue parole, del suo racconto.

Ciò cui si assiste, in rielaborazione cinematografica, non è il resoconto del viaggio di Seydou procurato da un osservatore esterno, ma la narrazione che Seydou fa della sua avventura, materiale e morale. Come funzione narrativa, c’è appunto io a fondamento di io Capitano.

Quando si giunge a questa conclusione, diventa immediatamente chiaro che il film ha l’impianto del romanzo picaresco: Seydou è il picaro nella temperie della modernità putrefatta. E, una volta che lo si è inteso, non si vuole dire tutto, ma molti pezzi del composto narrativo e cinematografico vanno al loro posto. Fanno sistema.

Prende anzitutto un valore l’età del protagonista, un adolescente orfano del padre (è tale Lazarillo de Tormes, per andare proprio all’origine del genere). Prende valore la presenza del cugino e compagno, perso nelle peripezie e finalmente ritrovato: un topos. Perso, si osservi, per via di una grulla credulità e di un conseguente comico espediente che ovviamente gli si ritorce contro: ancora un topos.

Trova ragione l’insistenza nell’incipit e nel séguito sulla sprovveduta ingenuità dei due ragazzi e di Seydou, in particolare, nel quale essa si sana via via con il percorso di una crescita di consapevolezza silenziosa e tutta interiore. La produce nel picaro viaggiatore il contatto con un mondo feroce, violento e beffardo: c’è infatti chi ha parlato, in proposito, del modello del romanzo di formazione.

Non va trascurata poi la presenza salvifica, quando la pellicola volge verso la conclusione, di una figura che, per il protagonista, surroga la paterna. Essa svanisce nel momento in cui Seydou si prepara ad affrontare la sua prova decisiva.

Mettendo tutto insieme, si intende il grande rilievo compositivo della leggerezza narrativa con cui il viaggio viene presentato, anche nei suoi momenti più crudi e violenti. Ne fa racconto infatti chi sa di avercela fatta. E leggera, proprio in questo senso, fu appunto la letteratura picaresca fin dalle sue origini. Le peripezie non sono a banale lieto fine. Ma sono appunto narrabili in prima persona e riscattate dei loro certi errori e dei loro altrettanto certi orrori proprio dal fatto di divenire oggetto di una narrazione in cui io dell’enunciazione e io dell’enunciato combaciano.

Si venga a questo punto alla prova che chiude la pellicola e fa trascorrere il film dal giallo al blu. Si badi bene, è prova che Seydou non vorrebbe affrontare: vi si trova costretto. Gliela impone infatti un’ennesima e interessata angheria, cui deve piegarsi per salvare Moussa: gli toccherà farsi pilota della barca con la quale proverà a raggiungere la Sicilia, conducendo un mucchio, letteralmente un mucchio di disperati e disperate.

E dunque non dal bene né dal male il protagonista esce infine forte e consapevole, ma da un inestricabile miscuglio di bene e di male. È precisamente ciò che porta Seydou alla rivendicazione finale di un’espressione in prima persona. È il suggello della pellicola che, facendo anche da titolo, ne sanziona circolarmente la natura narrativa. Un titolo sul quale non si può essere imprecisi.

In faccia all’elicottero della Guardia costiera italiana finalmente giunto a intercettare clandestini e clandestine, “Io Capitano, io Capitano…” urla il picaro Seydou dalla torretta di uno sgangherato natante: altro non gli consente la sua competenza elementare dell’italiano. Sedicenne che non sa nemmeno nuotare, quindi per mera fortuna, ha condotto attraverso il Canale di Sicilia più di un centinaio di esseri umani: una ciurma dolente, irrequieta e, soprattutto, fertile (una donna ha partorito durante il viaggio).

Insieme con la salvezza di tutta questa gente, con la forza, l’orgoglio e, soprattutto, con la santa ingenuità della verità, il picaro Seydou rivendica così d’essere lui lo ‘scafista’. O lo confessa. Lo ammette.

Così oggi usa dire appunto gente che, beata lei, ha sempre chiaro davanti a sé il confine tra buoni e cattivi e non immagina che un picaro, fatto ‘scafista’ dalla vita, possa non solo dichiararsi Capitano, fiero di avere a casaccio compiuto un’impresa e di non avere nessun morto sulla coscienza, ma possa anche essere timorato, come del resto “respectueuse”, per dirla finalmente con Jean-Paul Sartre, può essere una “putain”.

In copertina: una scena del film io Capitano, di Matteo Garrone, 2023

Nunzio La Fauci

Siciliano, venuto al mondo intorno alla metà del Secolo breve, tra studio, ricerca e insegnamento ha fatto esperienza di più di una mezza dozzina di università, in Italia e all’estero. Si è occupato di qualche aspetto, di qualche fenomeno, di qualche vicenda dell’espressione umana, secondo l’estro. Ne sono fin qui scaturite un paio di centinaia di pubblicazioni.

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