Prometeo, frammenti

Nasceva cent’anni fa, il 5 gennaio 1921 a Stalden in Emmemntal (frazione di Konolfingen, nel cantone di Berna) Friedrich Dürrenmatt: protagonista, insieme a Max Frisch, del rinnovamento della letteratura e del teatro svizzeri di lingua tedesca nel secondo Novecento. Dürrenmatt deve la sua fama internazionale alle opere teatrali La visita della vecchia signora (1956)e I fisici (1962) e agli adattamenti cinematografici dei suoi romanzi che hanno sconvolto le regole del poliziesco classico: Il giudice e il suo boia (1952), Il sospetto (1953)o La panne (1956), La promessa (1958). Meno conosciuti sono i saggi filosofici, le opere autobiografiche dell’ultimo periodo di vita nonché l’opera pittorica, realizzata parallelamente all’attività letteraria, cui è dedicato un ampio spazio espositivo presso il Centro Dürrenmatt di Neuchâtel.

Qui si propone una serie di testi da Prometeo, da me tradotto per l’editore Comma 22 di Bologna nel 2012. L’intento del libro era quello di dare al lettore italiano uno spaccato dell’aspetto più magmatico dell’opera di Dürrenmatt, l’attività di ricerca che portò avanti soprattutto dai primi anni Sessanta e che comprende progetti iniziati e abbandonati, scritti trasversali tra narrativa, saggistica e autobiografia, riflessioni, «esperimenti letterari» insomma che Dürrenmatt stesso ha pubblicato in gran parte ancora in vita con il titolo Stoffen («materiali»). Lo studio su Prometeo, scritto nel 1981, nasce nell’ambito di questi esperimenti narrativi ma è stato pubblicato postumo. Il racconto ripercorre la Teogonia reinterpretando Esiodo con toni sarcastici e grotteschi per approdare a un ritratto quasi malinconico del ragionevole e troppo umano Prometeo. Altrettanto rappresentativo dal punto di vista di quell’intersecarsi di temi che dal testo strabordano nella pittura per poi ridiventare testo è il secondo studio presente nel libro, Fuga di pensieri, pubblicato sempre postumo e proveniente dall’ambito di Stoffen. La fuga in questo caso è intesa in senso musicale come elaborazione contrappuntistica di temi soprattutto di ambito mitologico.

Dall’intervista del 1984 pubblicata in appendice, realizzata dalla regista e seconda moglie di Dürrenmatt Charlotte Kerr – estratto dal film DVD Ritratto di un pianeta (Portrait eines Planeten-Friedrich Dürrenmatt, Zürich, Diogenes, 2008) –, emerge come la pittura, prima vocazione di Dürrenmatt, abbia ceduto il posto alla scrittura per poi tornare a occupare un ruolo centrale quando la sua scrittura ha dismesso la forma chiusa del romanzo.

Anna Ruchat

F. Dürrenmatt, Prometeo forma gli uomini, 1988, gouache, cm 99×70
© Centre Dürrenmatt Neuchâtel/Confederazione Svizzera

Prometeo

Prometeo era un Dio e quindi devo partire dagli dei. Ma chi li ha creati? Gaia, la dea della terra, è forse uscita già gravida dal caos? È forse cominciata con le sue doglie potenti la storia degli dei – ammesso che abbia un senso, nel caso degli immortali, utilizzare il concetto di storia – con la nascita di Urano, il quale non appena fu partorito si gettò sulla madre? E cosa ne sappiamo noi delle epoche in cui l’incesto ebbe luogo? Urano era troppo insaziabile e Gaia troppo arrendevole. Partorì fiumi, mari, foreste vergini e steppe, pesci e animali di terra ferma, uccelli, fu madre dei Ciclopi che fissavano l’orizzonte con quel loro unico occhio in mezzo alla fronte, e degli Ecatonchiri, che erano giganti dalle cento braccia e cinquanta teste, raggrumati come ratti, i re dei ratti degli dei, e dei sei Titani con le loro sei sorelle. A un certo punto Urano non ne poté più di quella baraonda di figli. Mentre ancora giaceva sopra sua madre, scaraventò nel Tartaro i Ciclopi e gli Ecatonchiri che non sopportava, proprio come le Grazie e le Gorgoni e i giganti mortali che Gaia gli aveva partorito – una famiglia di fantasmi, la famiglia Addams. Ma le madri sono imprevedibili, così lei convinse Crono, il più giovane dei Titani, a evirare suo padre Urano. Lui glielo tagliò e poi si unì alla sorella Rea. Temendo però di dover subire lo stesso destino del padre, trangugiò l’esito di questo nuovo incesto. Rea riuscì a salvare dall’appetito paterno soltanto l’ultimo dei suoi figli e lo fece mettendo davanti al Titano mai sazio una pietra avvolta nelle fasce. L’ingordo avrebbe così pagato a caro prezzo la sua voracità. Il figlio che non aveva mangiato, appena maggiorenne, costrinse il padre a vomitare tutto quello che aveva trangugiato: Estia, Demetra, Ade e Poseidone. Dopo di che Zeus riportò alla luce la dinastia olimpica e la lotta tra le due stirpi degli dei divenne inevitabile: una vera e propria crisi familiare. I Titani contro gli Olimpi. Soltanto due Titani non vollero intromettersi, Prometeo e Epimeteo; Atlante e Menezio erano loro fratelli, Giapeto ne era il padre, Crono lo zio, Zeus il cugino.

Se Prometeo ed Epimeteo rimasero neutrali, Atlante e Menezio presero invece parte a quel parapiglia che imperversò per dieci anni sui monti Othry e Olimpo. I Titani furono sconfitti, Atlante condannato a portare sulle spalle la volta celeste, Menezio fu scaraventato negli inferi da un fulmine di Zeus, Crono fu mandato in esilio in Gran Bretagna. Cosa accadde esattamente a Giapeto, non si sa. Gli dei sembrano, è vero, più crudeli degli uomini, ma i loro combattimenti e le torture reciproche in realtà erano finti. Catch-as-catch-can. Se lo potevano permettere. Gli dei erano immortali. Potevano distruggersi, evirarsi e trangugiarsi a piacere, quelli distrutti si ricostituivano da soli, quelli trangugiati tornavano fuori senza mai essere stati digeriti – e non dirò come –, e immagino che il potente organo riproduttivo di Urano sia ricresciuto dopo che, tagliato con la falce da Crono, fu precipitato in mare vicino all’isola di Citera. Dalle gocce di sangue che caddero allora sull’isola nacquero le Erinni e dallo sperma che spumeggiava in mare nacque Afrodite. Gli immortali si godevano la vita con disinvoltura, senza per questo doversi subito mettere a sedere come noi sul divano dello psicanalista, e senza finire in galera o peggio in manicomio. Noi non impariamo a conoscere la nostra mente e se ci mettiamo a studiare gli dei, il nostro subconscio ci sghignazza in faccia.

[…] Prometeo era un intellettuale. Nauseato dalle faccende degli dèi tentava, nel suo essere Dio, di dare un senso alle cose creando degli dèi ragionevoli. Ecco il suo errore. Non pensava al fatto che, ragionevole o no, un Dio è una cosa insensata. Ciò che è immortale è eterno e per questo privo di senso; perché il senso appartiene alla finitezza, solo alle cose del passato si può trovare un senso. Prometeo commise l’errore di ogni intellettuale: si affidò troppo all’intelletto. Così inumidì l’argilla con un po’ d’acqua e impastandola ne trasse una figura. Ma non può essere stato un ritratto naturalistico degli dèi quello a cui Prometeo dava forma, gli dei gli stavano troppo antipatici. Odiava in loro ciò che secondo lui gli impediva di essere perfetti: la sfrenatezza, soprattutto. Lui amava l’intelletto e la bellezza, nient’altro. Potrebbe essere che le sue creature somigliassero un po’ a quelle di Henry Moore, ma Moore mi sembra troppo vitale per Prometeo, troppo sensuale, placentare, e non potevano essere nemmeno come gli uomini di Giacometti; forse somigliavano invece agli dei così come se li figuravano i greci, o meglio, come Winckelmann si figurava che i Greci immaginassero gli dei: terribilmente classici, insopportabilmente sani, bianchi e noiosi. Le creature di Prometeo erano così belle da suscitare lo sbadiglio. A esse mancava tutto ciò che fa degli dèi degli dèi. Erano intelligenti e immortali, ma privi della forza propulsiva degli istinti e dell’inconscio. Erano dèi e dee ideali, dèi disegnati col tecnigrafo, un mondo estetico contrapposto all’insensato mondo degli dèi, ma insensato come quello, tutte teste d’uovo e bacchettoni, che Prometeo moltiplicava, è vero, impastandoli instancabilmente, ma che, da parte loro, rimanevano sterili come ogni cosa esteticamente perfetta. – E nemmeno gli dèi lo prendevano sul serio: Prometeo per loro era un pazzo. Loro erano esseri primitivi, fasci di energie cosmiche rinchiusi nelle gabbie della loro infinitezza, assoggettati con noncuranza ai loro istinti, insaziabili quando si scatenavano e smisuratamente irresponsabili nei confronti dei loro simili. La perfezione gli era indifferente. Perché tanta fatica?

F. Dürrenmatt, Prometeo, 1988, gouache, cm 99×70
© Centre Dürrenmatt Neuchâtel/Confederazione Svizzera

Ritratto di un pianeta

La lingua, per me, è, in un primo tempo, un materiale, un materiale grezzo.
Per esempio, in questo momento parlo con te, e questo è materiale grezzo.
Non ha niente a che fare con la scrittura.

Lo humor

Lo humor è ciò che rimane alla fine, rispetto alla vita. Non ti rimane nient’altro che quello sguardo. Credo che lo humor sia l’ultima possibilità che abbiamo di essere oggettivi. Quando si scrive, inconsapevolmente (sembrerà un po’ sfrontato) in un certo senso si assume il ruolo di Dio. Ma se davvero esiste un Dio, allora deve avere un infinito senso dell’umorismo. Deve divertirsi come un matto a buttare all’aria i mondi, è come un bimbo che gioca con i soldatini. E attribuire a questo Dio una morale…, no… io credo semplicemente che lo diverta tutto questo spettacolo. E la stessa cosa accade all’uomo creativo.

La pittura

Mio padre mi raccontava sempre tutte quelle storie. Le conosceva molto bene, così, invece delle fiabe, mi raccontava queste leggende. Poi, da bambino, la prima figura ad avermi influenzato è stato il pittore del villaggio che mi ha fatto un ritratto. Andavo da lui, e lui mi dava dei pezzi di cartone molto grandi e stavo lì a disegnare le battaglie svizzere. A un certo punto ho disegnato anche il diluvio universale e i miei genitori trovavano che quel diluvio fosse molto bello e vollero incorniciarlo. Mi ricordo ancora che l’hanno fatto incorniciare ma la cornice costava molto e loro erano molto arrabbiati con il falegname che aveva costruito una cornice gigantesca per quel diluvio.

F. Dürrenmatt, Nell’Ade, 1987, gouache, cm 99×70
© Centre Dürrenmatt Neuchâtel/Confederazione Svizzera

Il mondo per me è qualcosa di mostruoso, di spaventoso, di paradossale. La prima cosa che mi ha colpito, sono le stelle. Da piccolo ero davvero ossessionato dalle stelle. La prima cosa che ho disegnato sono state in effetti delle mappe stellari. Naturalmente ne ho disegnate moltissime. Ero molto orgoglioso, perché riuscivo a disegnarle tutte a memoria.

Ma poi sono cresciuto e non riuscivo più a dipingere, non riuscivo più a disegnare, in un certo senso ero arrivato al capolinea.

Il labirinto

In ogni situazione della mia vita, ritrovo tratti distintivi diversi all’interno delle mie opere, in quello che ho scritto o in quello che ho disegnato, che di fatto è la stessa cosa. Si procede per associazioni. Io credo che l’inventiva, la creatività consistano nel procedere per associazioni che poi ti fanno sempre arrivare, in modi magari del tutto diversi, agli stessi risultati. Di fatto non si fa altro che formare e trasformare e poi variare uno stesso tema. Si dice che io abbia un’infinità di idee, ma non è così: io ho soltanto delle idee molto precise che poi posso riallacciare a questo o quest’altro tema, ed è così che funziona questo mondo di specchi in cui ci troviamo.

Per esempio, il manicomio: il manicomio non è nient’altro che un modo diverso per indicare il labirinto. Anche il manicomio è un labirinto. […] Il mondo come labirinto, il manicomio come labirinto. E naturalmente questo è un concetto che ho ripreso, per esempio nei Fisici[1]: il manicomio, il mondo che si rivela come manicomio. Lì i personaggi si rifugiano nel manicomio, o meglio, si rifugiano nel labirinto, la fuga all’indietro. Oserei quasi dire che il minotauro si rifugia nel labirinto perché sa di essere pericoloso.

F. Dürrenmatt, La sfinge (fiume del lamento) trascina giù la testa di Orfeo che canta, 1987, gouache, cm 99×70
© Centre Dürrenmatt Neuchâtel/Confederazione Svizzera

Il cinema

Per me è stata una grande rivoluzione vedere l’ultimo film di Fellini[2]. Mi ha mostrato come sia effettivamente possibile giocare con il cinema.[3] Lui butta lì un’idea, tutto il resto è la sua fantasia, ma io non potrei mai trasmettere a un regista la mia fantasia. In una sceneggiatura dovrei inserire un’infinità di cose, ma allora preferisco scrivere un racconto.

La cosa più importante in un film sono il regista, il cameraman, punto. Quando scrivo creo io stesso le immagini ed è proprio questo che non riesco a trasmettere… Non riesco a trasmettere la mia creatività agli altri. Devo poter creare io stesso le immagini, come quando dipingo ed è per questo che non credo proprio di essere un uomo da film, perché c’è troppa tecnica dietro a un film.

F. Dürrenmatt, Il mondo degli Atlanti, 1975-78, gouache, cm 71×200
© Centre Dürrenmatt Neuchâtel/Confederazione Svizzera

[1] F. Dürrenmatt, Die Physiker (1962), traduzione di Aloisio Rendi, I fisici, Torino, Einaudi, 1972.

[2] Si tratta verosimilmente di E la nave va.

[3] All’epoca dell’intervista, Dürrenmatt stava lavorando a una sceneggiatura dal titolo Midas oder die schwarze Leinwand («Mida o lo schermo nero»).

Traduzione dei testi: Anna Ruchat (Prometeo), Valeria Sanna (Ritratto di un pianeta)

In copertina: Friedrich Dürrenmatt, Angelo della morte, 1988, gouache, cm 99×70 (particolare) © Centre Dürrenmatt Neuchâtel / Confederazione Svizzera

(1921-1990) è tra i grandi protagonisti della narrativa e della drammaturgia del Novecento. Il suo esordio a teatro, nel 1947, è con “Es steht geschrieben” (“Sta scritto”); nella narrativa, nel 1950, con “Il giudice e il suo boia”.