Energie ctonie

05/07/2024

Nell’inverno 73-74 avevo cinque anni e mezzo. Tutte le mattine del mondo, autoportato da mia madre, sfrecciavo (per quanto, allora come oggi, fosse dato sfrecciare nel traffico dell’Urbe) nel sottopassaggio di Corso d’Italia e poi lungo il Muro Torto (allora come oggi la vena più rapida a inoltrarsi nel corpo della città; di quell’inverosimile paraboloide era rimasto vittima in moto, giusto l’anno della mia nascita, Pino Pascali…). All’improvviso, una certa mattina, per lo stupore delle migliaia di auto-deportati dalle periferie le Mura Aureliane, che torreggiano brune lungo quel toboga d’asfalto, apparvero in un aspetto inedito e un po’ inquietante, “impacchettate” – avremmo scoperto in seguito – da un giovane artista bulgaro che si faceva chiamare Christo. Sigillati nell’abitacolo della vecchia 500 truccata, guardavamo quella meraviglia (all’inizio prendendolo per l’esito di qualche incomprensibile attentato: gli Anni di Piombo erano solo all’inizio, ma si vede che già mantecavano la psiche) senza sapere che quello, invece, era solo l’epifenomeno visibile della mostra rivoluzionaria che si stava svolgendo, pochi metri sotto di noi, nel parcheggio di Villa Borghese (il mio incontro col contemporaneo deve risalire a quello stesso periodo: ma nello spazio più tradizionale della vecchia GNAM, portato da mio padre, dove mi deliziarono come giocattoli gli specimina dell’arte Cinetica di un decennio prima e, più recente, la Luna in polistirolo di Fabio Mauri). Quel gigantesco sotterraneo brutalista, ultimo capolavoro di Luigi Moretti, era stato concepito come uno di 35 parcheggi di scambio per decongestionare il Centro storico, ma rimase purtroppo l’unico realizzato (il più visionario degli architetti razionalisti non fece in tempo a vederlo inaugurato: era morto nel luglio di quel ’73). Prevalse in loro luogo il progetto concentrazionario dell’asettica ZTL che la Città, per antonomasia simbolo dell’Unità dei Diversi, ha trasformato in un Museo a cielo aperto per turisti arci-solventi, più tanti alveari-dormitorio riservati a noi Calibanoidi forclusi dalle Grandi Bellezze.  

Viceversa tutta all’insegna della contaminazione dei linguaggi, e appunto dei livelli, la mostra Contemporanea, inaugurata il 30 novembre 1973, durò sino al febbraio del ’74: era allora, ed è restata sino a oggi, la più grande rassegna d’arte mai realizzata a Roma. Sebbene figurasse come responsabile della sola sezione “Arte” (mentre le altre discipline governavano personaggi, giovani quanto lui, del calibro di Fabio Sargentini, Alessandro Mendini, Giuseppe Bartolucci, Daniela Palazzoli, Paolo Bertetto, Mario Diacono e Bruno Corà), a concepirla in quegli spazi non giurisdizionali era stato Achille Bonito Oliva su incarico di Graziella Lonardi Buontempo, domina degli Incontri internazionali d’arte: la rassegna, nata nel ’70 nei locali barocchi di Palazzo Taverna, che già aveva fatto curare al poco più che trentenne vulcanico curatore una non meno mitica mostra al Palazzo delle Esposizioni (Vitalità del negativo, novembre 1970-gennaio 1971). 

Non si finisce di ammirare la densità e la profondità (è il caso di dire) di quell’intuizione: se nella mirifica Galleria Borghese – al livello del terreno – l’arte nuova, a partire dal Seicento, si era sovrapposta a quella antica, il contemporaneo, anziché ulteriormente sovrapporvisi (con quell’evoluzionismo teleologico che di lì a poco A.B.O. stigmatizzerà come «darwinismo linguistico»), sprofondava sino alle radici archetipiche dell’immaginario (fondamentale, per il pensiero del curatore, la nuova antropologia relazionale di quegli anni), e si sottendeva al presente: anziché schiacciarlo sotto la pretesa della propria attualità. A differenza che Oltreoceano non si parlava ancora da noi di Postmoderno ma, se non la parola, la cosa agiva già da un pezzo. 

Energie contemporanee, installation view, foto di Omar Golli

Mezzo secolo dopo, in un tempo tanto meno geniale di quello, chi abbia voglia di raccogliere il testimone di questo anacronismo creativo (questo, certo, il senso del «con-temporaneo» nel titolo) non può che ispirarsi a quel palinsesto rivoluzionario. Ha preso il nome di «Spazio Taverna», infatti, un gruppo curatoriale composto da un critico esperto come Ludovico Pratesi e da uno giovane come Marco Bassan: che nei locali del Palazzo, sede storica dei mitici Incontri, dal 2020 presenta una serie di «esperienze» liberamente proposte al pubblico da artisti, scrittori, critici ecc. E che ora – non solo a cinquant’anni da Contemporanea ma alla stessa distanza di allora, fra l’inizio degli Incontri e l’appuntamento espositivo – passa a testare “su strada” i propri concept in forma di una vera e propria mostra: collettiva come quella di mezzo secolo fa, ancorché su scala ovviamente ridotta. Oggi come allora si sprofonda in un parcheggio sotterraneo, quello da poco costruito sotto l’iconicissimo Gazometro dell’Ostiense e gestito dall’ENI (anche sponsor dell’iniziativa): e la citazione è sottolineata dai filtri azzurrini frapposti ai lucernari, che ricordano l’illuminazione al neon, dello stesso colore, adottata dall’architetto (scomparso l’anno scorso) Piero Sartogo nell’allestire gli spazi di Contemporanea

Matilde Sambo, La materia non è mai al suo posto, 2023, foto di Omar Golli

Eppure non è ripresa pedissequa, quella di Pratesi & Bassan, bensì quella che giusto A.B.O. teorizzava allora come «citazione deviata»: perché mentre Contemporanea presentava il meglio del passato recente (in mostra figuravano un po’ tutti i protagonisti degli ultimi vent’anni: da Twombly, Rauschenberg, Johns e Warhol a Beuys, Nauman, Serra e Kaprow, da Boetti, Pistoletto e Paolini a Schifano e Kounellis, non senza gli ultimi gridi di De Dominicis, Agnetti e Prini, o i recuperi dei prematuramente eclissati Klein, Manzoni, Lo Savio e appunto Pascali), la scommessa di Spazio Taverna è quella di indicare 17 personalità di artisti giovani (davvero tali, cioè sotto i 35 anni) che possano dunque «progettare il passato», per dirla sempre con l’inesauribile copywriting di A.B.O. I loro nomi sono Camilla Alberti, Giulio Bensasson, Benni Bosetto, Ambra Castagnetti, Giovanni Chiamenti, Numero Cromatico, Binta Diaw, Federica Di Pietrantonio, Clarissa Falco, Andrea Mauti, Lucas Memmola, Lulù Nuti, Katya Ohii, Iacopo Pinelli, Matilde Sambo, Alberto Scodro e Agnes Questionmark. Alcuni di loro si sono già incontrati, e presentano fisionomie piuttosto definite (è il caso per esempio di Nuti e Questionmark), altri sono davvero absolute beginners. Cifra tematica comune a quasi tutti, comunque, è quella oggi fra le più gettonate – il corpo che cambia come cambiano il paesaggio e l’ambiente: del resto lo sponsor è tutto versato in un business dal brand preterintenzionalmente allusivo come la «transizione energetica» –; ma la maggior parte di loro, per fortuna, non la presenta con quella piattezza documentaria e argomentativa che aduggia la koinè ormai prevedibile delle ultime Biennali e Documenta. 

Lulù Nuti, Egli Danza, 2023, foto di Omar Golli

Le sculture biomeccaniche di Bosetto, Castagnetti, Falco, Questionmark, Scodro e dell’ucraina Ohii Katya, per esempio, arieggiano un’imagery cinematografica in tal senso ormai “classica”, fra Videodrome e Tetsuo, mentre le macchine celibi di Pinelli e Di Pietrantonio, come la glass menagerie suggestiva di Matilde Sambo, forse non sono ignare di artiste “nuove”, ma ormai affermate, come Elisabetta Benassi e Chiara Bettazzi. Meno direttamente interpellano l’immaginario comune, in ogni caso, e più colpiscono. È il caso della spirale serpentina sinuosamente minacciosa di Lulù Nuti (classe 1988), degli alabastri elegantemente marezzati di Giulio Bensasson (1990), delle radici a rovescio della senegalese Binta Diaw (1995): bellezze cangianti nelle quali a metamorfosarsi è la materia, oltre che la forma. E allora rinnovati ci illudiamo di uscire pure noi, dal sotterraneo: a riveder non le stelle, ahinoi, ma l’inferno suburbano di sempre. 

Energie Contemporanee
a cura di Spazio Taverna
Roma, parcheggio del Gazometro 3,
fino al 30 ottobre 2024
(visitabile nel festival Videocittà, 5-7 luglio, e nelle giornate del FAI)

per prenotazioni:  https://enigazometroaperto.it/

Una versione più breve di questo articolo è uscita sul «Giornale dell’Arte»

Andrea Cortellessa

(Roma, 1968) critico e saggista. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre; nel 2018 ha tenuto la «cattedra De Sanctis» al Politecnico di Zurigo. Ha pubblicato saggi, curato testi e realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. È nella redazione del «verri» e collabora ad «Alias», «Il Sole 24 ore», «Tuttolibri», «doppiozero», «Le parole e le cose2» e altre testate.

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