Quando la filosofia ripone il caduceo sugli scaffali della sua storia, il compito di ‘diagnosi’ che Nietzsche le profilava per l’avvenire può sembrare, se comparato ad un passato da interprete di discorsi silenziosi al di sotto dello scintillio delle cose, ‘dolcemente inutile’. Lo ammetteva Michel Foucault, nell’estate del 1966, lavorando alla redazione di Le discours philosophique. Senza la ‘sorda pressione del senso’ (sempre Foucault), senza cioè un’istanza originaria la cui integrità è supposto restituire il discorso filosofico, il lavoro diagnostico di quest’ultimo può apparire cosa ben strana. Ma la ‘stranezza’ può insegnare molte cose: a ridere, per esempio. È quel che il metodo genealogico foucaultiano, riprendendo la lezione nietzschiana, avrebbe insegnato a fare proprio nei confronti dell’originario. Nel momento in cui le regole entro cui condurre una diagnosi non sono più la ‘presupposizione’, fin dall’inizio, di un senso o una ‘divisione’ del visibile per farvi apparire al di sotto uno ‘spessore nascosto’, fare filosofia – diagnosticare – significa ‘dire molto semplicemente ciò che c’è’ (ancora espressioni di Foucault). Significa, in altri termini, dire l’oggi, l’attuale, quel che si sta divenendo. «Non predire, ma essere attenti allo sconosciuto che bussa alla porta», chioserà Deleuze nella conferenza Che cos’è un dispositivo?
Chi bussa oggi alla porta? O, per entrare meglio nel vivo di queste righe, che volti ha la tecnica che bussa oggi alle nostre porte? Il polifonico volume Le parole della tecnica. Concetti, ideologie, prospettive, edito da Einaudi per la cura di Maurizio Guerri, fornisce una diagnosi puntuale e attenta dei volti che gli sviluppi tecnologici e la ratio tecnico-economica hanno fatto (e stanno facendo) assumere a tematiche quali, fra le tante qui affrontate, ‘lavoro’, ‘progresso’, ‘corpo’, ‘automazione’, ‘biopolitica, ‘spazio’, ‘capitalismo’, ‘immagine’, ‘globalizzazione’, ‘design’, e, immancabilmente, ‘intelligenza artificiale’. Il volume, infatti, nei suoi diciannove capitoli dedicati ognuno ad un tema, affronta le sue diagnosi avendo bene a mente il fatto che parlare di ‘tecnica’, oggi più che mai, significa parlare di una reticolarità di pratiche in cui, propriamente, si articola ciò che in maniera inesatta chiamiamo ‘la’ tecnica, al singolare. È la stessa parola ‘tecnica’, viene ricordato nell’agile introduzione a firma di Guerri, a farci sconfinare in altre parole (ad esempio, ‘progresso’). L’esigenza è quindi quella di ripartire da parole, si legge nelle pagine iniziali, «di cui si è perduto il senso, appiattito, limato fino a divenire una suppellettile del tutto inutilizzabile per la comprensione del nostro vivere in comune» (p. XII).
Uno dei tratti più interessanti del volume – che una lettura esclusivamente contenutistica potrebbe far passare inosservato – è il suo presentarsi, dichiaratamente, come un ‘abbecedario’. Non un trattato o un saggio organicamente lineare, con capo e coda, inizio e fine, ma delle occasioni, se così si può dire, offerte da ciascuno dei contributi qui raccolti di studiose e studiosi, per diagnosticare quel che ne è, di volta in volta (cioè singolarmente) di questa pluralità della – che è ‘la’ – tecnica. Una pluralità reticolare, quella della tecnica, di cui il volume non si limita a parlare, ma la mette, per così dire, in scena. I continui innesti, incroci e rimandi tra di loro dei vari contributi rispondono infatti di una coerenza epistemologica richiesta, per così dire, dall’oggetto tematico del volume. Evidentemente, una tale composizione del libro non è priva di conseguenze anche dal punto di vista della lettura, che può venir condotta in maniera intermittente, discreta, non lineare, e antigerarchica. L’indice, peraltro, si guarda bene dall’affiancare o dal preferire alla scelta di presentazione dei contributi secondo lettera alfabetica un ordine secondo numerazione, che rischierebbe di gerarchizzare queste parole della tecnica. Ciascun intervento contribuisce, di fatto, a cartografare la costellazione ‘tecnica’ da prospettive disciplinari che, sebbene ascrivibili all’alveo della filosofia, sono però eterogenee per approcci metodologici – alcuni più prossimi alla filosofia teoretica, altri all’estetica, alla teoria dell’immagine, alla storia della filosofia, o ancora alla filosofia morale. È in questo cartografare, nella sua pratica, che emergono i plurivoci volti della tecnica, di cui il volume, per questa ragione, non offre aprioristicamente una definizione, optando piuttosto per una moltiplicazione dei discorsi. ‘Tecnica’ si dice in molti modi.
L’evidente politica della scrittura che presiede quindi al volume avanza, anzi rivendica la necessità di praticare la riflessione filosofica in comune. Una rivendicazione tanto più urgente quanto più, da un lato, la capillarità e pervasività dei dispositivi tecnologici nell’odierno contesto politico-economico neoliberista, dall’altro l’apporto che i loro sviluppi offrono nel rimodellare forme di dominio e sfruttamento saturano lo spazio del comune. Intendiamoci: la polifonia del libro non intona l’ennesima manichea demonizzazione della tecnica. Tanto la tecnofobia, quanto l’apologia della tecnica sono ben lontane dal dare il ‘la’ alla riflessione. Nella consapevolezza che il mutamento tecnologico in un contesto capitalistico avanzato, digitalizzato e sensologico (per dirla con Perniola) richiede anzitutto una pratica di rimaneggiamento semantico della categorie attraverso cui porsi in presa diretta con il presente, l’obiettivo dichiarato del volume, semmai, è mostrare come «[a]nche di fronte alle attuali modalità di dominio è possibile praticare una conoscenza che sia in grado di imporsi come forma di resistenza, di redenzione o almeno di diserzione» (p. XII).
Rimaneggiare oggi, in maniera incrociata, nozioni quali, ad esempio, ‘immagine’, ‘guerra’ e ‘progresso’, permette di mostrare come, forse, valga ancora la pena di adottare il benjaminiano ‘pessimismo su tutta la linea’ come misura prudenziale per muoversi nel contemporaneo. Attenzionare, come fa Pinotti nel suo intervento, il regime di invisibilità entro cui si muove la gran parte delle immagini contemporanee – un regime fatto di bytes invisibili ad occhio umano e di cui si sostanzia la loro performatività operazionale –, consente poi di gettar luce sull’intimo legame che unisce modalità di guerra sempre più automatizzate (studiate da Guerri in un suo contributo), fatte da droni in grado di ‘riconoscere’ il proprio target avendone già ‘letto’ informazioni a riguardo, con il lavoro (vedasi García e Milani; Fadini) svolto da eserciti di clickworkers nella profilazione di dati per l’addestramento dell’IA impiegata da tali droni (emblematico è il racconto che di tutto questo fa Hito Steyerl nel recente lavoro di videoinstallazione Mechanical Kurds). Di fronte a questo scenario, il meno che si possa dire è che risulta fuori luogo o, quantomeno non del tutto appropriato – come avanzano García e Milani nel loro intervento – il mantra della fine del lavoro che si innalza da sempre più parti oggi nei confronti dell’automazione. Evidentemente, e più in generale, a dover essere ridiscussa in questo caso – lo ricorda Guerri nel suo intervento sul ‘progresso’ – è la convinzione che vaticina l’emancipazione delle classi dominate all’aumentare di strumentazioni tecnoscientifiche e di sviluppi economici.
Inoltre, riconoscere, come fa Recchia Luciani nel suo contributo attraverso il riferimento alla filosofia di Jean-Luc Nancy, che l’‘intreccio’ (oggi più che mai rivelatosi tale) di natura e tecnica rende non del tutto pertinente l’approccio biopolitico al corpo – non essendo più soltanto questione di un controllo tecnico del vivente, quanto di una sua produzione tecnica –, permette di dispiegare nuove modalità per inventare ‘corpi altri’. Spostare il baricentro da un’antropologia del corpo (Mauss, in particolare) verso un’ontologia corporea (appunto, Jean-Luc Nancy), vuol dire spostare un rapporto del soggetto con il corpo che non è più di possesso, bensì di coincidenza. Di tale coincidenza si nutrono, fra altri, i cosiddetti saperi ‘intersezionali’ e ‘minoritari’: è il caso ad esempio del cyberfemminismo, il quale proprio facendo leva sulle possibilità di reinvenzione del corpo aperte dagli sviluppi tecnologici ribalta il tradizionale assoggettamento tra corpo e tecnica, muovendo così guerra a quella ‘violenza epistemica’ (per dirla con Preciado) che molti saperi, nelle loro declinazioni tradizionali (antropologia maussiana, psicoanalisi freudiana), hanno offerto (e continuano a offrire) alle politiche più disparate nell’assoggettamento dei corpi.
Lungi dal voler apportare una parola conclusiva, Le parole della tecnica, invece, intende rilanciare, riaprire attraverso la problematizzazione, attraverso il lavoro sul concetto, nuovi orizzonti dell’indagine sulle tecniche. Le diagnosi offerte dai contributi trovano così la loro rilevanza teorica e pratica in questo gesto di rilancio, di movenza obliqua rispetto ai paradigmi consolidati dei discorsi sulla tecnica (che pur non tralasciano di considerare, talvolta, come fecondi punti di partenza: è il caso, ad esempio, dei ricorsi a Marx, Anders, Jünger, Benjamin), avendo sempre ben chiaro, però, come la posta in gioco di un tale incedere sia anzitutto la reinvenzione di forme di vita. Un contributo diagnostico, dunque, che scava nell’archivio in vista d’altro: in vista, come scriveva Deleuze proprio a proposito del lavoro diagnostico di Foucault nella conferenza già citata, di un ‘altro’ che tuttavia stiamo già diventando – di ‘un tempo a venire’.
Le parole della tecnica. Concetti, ideologie, prospettive
A cura di Maurizio Guerri
Einaudi, 2025
pp. XIV-354, € 25,00
In copertina: Trevor Paglen, LACROSSE/ONYX II Passing through Draco (Radar Imaging Reconnaissance Satellite; USA 69), C-print, 2007 (particolare) © Trevor Paglen, courtesy of the Artist, Altman Siegel San Francisco and Pace Gallery
