Tra gli artisti in dialogo nella mostra Mario Giacomelli. Il fotografo e l’artista, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, è presente Roger Ballen. L’artista statunitense ha più volte riconosciuto l’influenza profonda che il maestro marchigiano ha esercitato sul suo sguardo e sulla sua pratica fotografica. Questa corrispondenza elettiva tra i due artisti si fonda su una concezione radicale della fotografia che va oltre la mera rappresentazione documentaria del reale. Per entrambi, la fotografia non è uno specchio passivo del mondo, ma un atto di visione che trasfigura la realtà. Non si tratta di catturare l’esistente, ma di ricrearlo attraverso un processo profondamente soggettivo e introspettivo. Nelle loro opere, la materia fotografica – che sia la pellicola, la stampa ai sali d’argento, o la superficie stessa dell’immagine – viene trattata come una sostanza viva, quasi carne, capace di lasciare segni incisivi nella psiche dei fruitori.
Questa tradizione performativa e alchemica della fotografia permette a Giacomelli e a Ballen di dare corpo al “non sempre visibile”. Le loro immagini non si limitano a descrivere il mondo esteriore, ma rivelano le zone d’ombra dell’inconscio, gli istinti primordiali e le tensioni esistenziali. Entrambi utilizzano il bianco e nero non come una semplice scelta stilistica o tecnica, ma come un linguaggio privilegiato per accedere a un destino visivo che svela l’indicibile. Le loro opere diventano così veicoli di introspezione, che permettono ai fruitori di confrontarsi con una realtà altra, spesso disturbante ma sempre autentica.

MAURO ZANCHI: La mostra ora in corso al Palazzo delle Esposizioni di Roma evidenzia una corrispondenza tra la tua opera e quella di Mario Giacomelli. Nel tuo percorso artistico, quando e dove hai trovato aderenze con la ricerca di Giacomelli?
ROGER BALLEN: Direi che il mio riconoscimento di una risonanza con il lavoro di Giacomelli è emerso gradualmente, attraverso anni di incontri con le sue fotografie e di ritorno a esse con occhi nuovi. Non si trattava di mimetismo stilistico o di influenza in senso tradizionale, ma piuttosto di un riconoscimento più profondo, quasi intuitivo, di un territorio psicologico condiviso. Ad attirarmi non era solo l’intensità emotiva delle sue immagini, ma il modo in cui usava la fotografia per andare oltre la superficie del mondo visibile. Nei suoi primi lavori documentari – che immortalano paesaggi rurali, disegni astratti nei campi arati, ritratti di anziani, scene di strada e la vita quotidiana italiana – si ha già la sensazione che non stesse tanto documentando quanto scavando. C’è sempre qualcosa di profondo, una sorta di inquietudine latente o di presenza spirituale.
MZ: Quali relazioni trovi tra alcune delle tue opere fotografiche e gli ultimi lavori di Giacomelli, in particolare la serie Questo ricordo lo vorrei raccontare (1997-2000), in cui l’autore intrattiene una strana relazione con una serie di oggetti di scena, tra cui cani e uccelli imbalsamati, un manichino e una maschera? In queste fotografie, i tagli bruschi, la leggera sovraesposizione che inverte i valori tonali e le aree dipinte o graffiate sul negativo introducono elementi di assurdo o surreale come mezzo per affrontare l’inevitabilità della morte, la perdita e il passare del tempo.
RB: Questo ricordo lo vorrei raccontare di Giacomelli va oltre la documentazione per entrare in uno spazio surreale e psicologico. Infatti, il suo uso di maschere, ritagli e negativi graffiati rompe l’illusione della realtà, creando immagini che sembrano più sogni o ricordi che fotografie: condividiamo questa qualità. In molte delle opere si nota un attento equilibrio tra forme bianche e nere – lenzuola bianche, sagome nere, cani, ombre – poste su sfondi naturali o architettonici complessi. Allo stesso tempo, le immagini sono piene di interruzioni: corpi spezzati, ombre strane, figure immobili accoppiate a segni caotici. Questo equilibrio tra struttura formale e crollo psicologico è qualcosa a cui mi sento profondamente legato come modo di accedere all’esperienza inconscia: la perdita, la mortalità, la memoria. Io e Giacomelli prendiamo simboli familiari, culturalmente o psicologicamente carichi – come animali, oggetti, gesti o motivi visivi – e li alteriamo in modi che sconvolgono o distruggono i loro significati abituali. Rompiamo anche la certezza visiva.

MZ: Per voi due la fotografia non è rappresentazione, ma visione, un atto che “trasfigura la realtà”. Come si manifesta questa visione trasformativa nel tuo processo creativo?
RB: La fotografia consiste nel costruire uno spazio visivo in cui convergono forma, istinto e inconscio. Inizio creando un ambiente strutturato in cui ogni elemento – linee, toni, forme e relazioni spaziali – è accuratamente composto secondo una logica interna. In questo spazio, invito forze imprevedibili che non possono essere controllate, ma che, quando vengono assorbite nella composizione, le danno vita. Anche il disegno gioca un ruolo cruciale in questa trasformazione… interrompe l’illusione del realismo e trasforma l’immagine in uno spazio psicologico, quasi allucinatorio. In questo modo, la fotografia diventa un luogo di trasfigurazione: non più un semplice riflesso del mondo, ma un’incarnazione dell’esperienza enigmatica che gli esseri umani hanno di esso.
MZ: La materia fotografica nelle vostre opere è descritta come sostanza viva, quasi carne, capace di incidere la psiche dello spettatore. Come utilizzi la fisicità del medium – sia essa la pellicola, la stampa o la superficie dell’immagine – per evocare e rendere tangibili le dimensioni psicologiche e inconsce nel tuo lavoro?
RB: Per gran parte della mia carriera, mi sono interessato a come la fotografia stessa possa avere una sua presenza materiale. Le texture delle mie immagini – muri screpolati, fili, tessuti ruvidi, segni sulle superfici – rispecchiano stati interni e cerco di fotografarle in modo da conferire all’immagine una sorta di tensione tattile. Più recentemente, ho iniziato a lavorare direttamente sulla superficie delle mie Polaroid, applicando vernice o inchiostro, non per abbellire l’immagine, ma per avvicinare lo spettatore all’immagine, non come qualcosa da osservare da lontano, ma come qualcosa di quasi simile alla pelle, in modo da farla sentire “viva”.

MZ: Proviamo a tornare dentro una “tradizione performativa e alchemica” della fotografia. Come concepisci il tuo ruolo di artista in questo processo di trasmutazioni continue? E quali rituali o metodologie adotti per rivelare le zone d’ombra dell’inconscio nelle immagini?
RB: Il mio processo è altamente disciplinato: radicato in anni di lavoro con il mio linguaggio visivo e nell’imparare a comprendere gli elementi più “imprevedibili”, come gli animali e le ombre. Creo spazi strutturati e chiusi in cui il caos possa entrare senza far collassare l’immagine. La trasformazione avviene quando queste forze interagiscono in modo da rivelare qualcosa di primordiale, una verità non detta e inquietante proveniente dai recessi più oscuri della mente.
MZ: Utilizzi il bianco e nero come linguaggio privilegiato per accedere a dimensioni profonde, quasi per cercare di comprendere un destino visivo. A parte le ragioni estetiche, quali sono le motivazioni concettuali o filosofiche che ti legano all’uso prevalente del bianco e nero per rivelare l’indicibile?
RB: Il bianco e nero elimina le distrazioni del mondo quotidiano, toglie la patina del realismo e avvicina l’immagine al regno del simbolico e dello psicologico. Mi permette di concentrarmi interamente sulla forma, sul contrasto e sulle relazioni spaziali, che sono le basi del linguaggio visivo che uso per accedere a dimensioni più profonde, spesso inconsce.

MZ: Le tue opere sono veicoli di introspezione, che mettono i fruitori di fronte a una realtà interiore, spesso inquietante ma sempre autentica. Qual è il tuo obiettivo nel provocare una risposta emotiva o psicologica nel pubblico attraverso le immagini e come riesci a bilanciare l’impatto visivo con un significato più profondo?
RB: Voglio che lo spettatore si confronti con aspetti di sé che normalmente potrebbe evitare: la paura, l’assurdità, il caos, la vulnerabilità. Forse posso dire che vedo l’impatto visivo – attraverso la forma spoglia, la tensione e le giustapposizioni surreali – come una sorta di punto di ingresso per l’obiettivo finale, che è questo scavo psicologico.
MZ: Considerando che Giacomelli ha spesso ritratto personaggi e ambienti ai margini, e che tu hai esplorato sottoculture e territori enigmatici, come si traduce la ricerca della “realtà interiore” nella scelta dei soggetti e degli scenari che fotografa?
RB: Le persone e gli ambienti che fotografo non sono soggetti in senso documentaristico, ma estensioni di uno spazio psicologico a cui cerco di accedere. Questi mondi (pieni di oggetti scartati, strani disegni, animali e figure umane) rispecchiano l’inconscio: frammentato, grezzo e irrisolto. Le mie immagini non riguardano gli individui in sé, ma ciò che essi simboleggiano all’interno di un “teatro” interno più ampio.

MZ: La tua ricerca è spesso permeata da elementi di assurdo e grottesco. Come questi aspetti contribuiscono a svelare gli istinti primordiali e le “tensioni esistenziali”?
RB: L’assurdo e il grottesco non sono semplicemente scelte stilistiche: sono strumenti essenziali per accedere agli strati più profondi della psiche umana. Mi permettono di squarciare la superficie del quotidiano e di esporre ciò che c’è sotto. Questi elementi turbano lo spettatore, dando spazio agli istinti primordiali e alle paure inconsce. Il grottesco riflette la natura fratturata del sé, le sue paure, la sua follia, il suo senso di isolamento. L’assurdo resiste alla logica e crea una sensazione di disorientamento, costringendo lo spettatore a confrontarsi con l’incertezza e la contraddizione. Sia nel mio lavoro che in quello di Giacomelli, queste qualità sono modi di parlare dell’indicibile. Aprono una porta alle verità crude e irrisolte che esistono al di là della ragione.
MZ: Data l’enfasi sulla natura organica e l’integrazione di ogni elemento nelle tue fotografie, potresti entrare più nel dettaglio rispetto a come l’approccio formalista si traduce nel processo di selezione e composizione dei soggetti e degli ambienti, che ritrai per evocare altre presenze, come per esempio nella mostra Animalism (al Mattatoio di Roma)?
RB: Nonostante l’apparente caos in molte delle mie immagini, ogni fotografia è fondata su un forte senso di composizione formale. Do grande importanza all’armonia visiva, all’attenta integrazione di forme, linee, toni e relazioni spaziali. Il principio della gestalt è fondamentale nel mio lavoro: l’idea che il tutto è maggiore della somma delle sue parti. Quando si guarda una delle mie fotografie, gli elementi non devono sembrare “isolati”. Ad esempio, un disegno, un animale, una figura dovrebbero interagire come un campo visivo e psicologico unificato. Nel mio processo di impostazione di una fotografia, cerco di coltivare un ritmo visivo che tenga insieme l’immagine. In altre parole, ci sono relazioni tra le forme che hanno una logica interna che governa la scena, anche se il suo contenuto resiste all’interpretazione.
In questo senso, ciascuno di questi “ambienti” funziona come un contenitore o un palcoscenico nel Theatre of the Ballenesque. Tuttavia, all’interno di quello spazio strutturato, inevitabilmente entrano elementi imprevedibili. Gli animali si muovono. Le persone sbattono le palpebre. Le ombre cadono e la luce cambia. A volte, la fotografia rivela texture o colori che non erano percepibili in quel particolare momento. Questi elementi del “momento decisivo” fanno parte della magia della fotografia stessa.

MZ: Il tuo approccio è simile a quello di un “giocoliere” che gestisce molte variabili. Qual è il ruolo specifico dell’intuizione e dell’esperienza nel permetterti di riconoscere e catturare il momento in cui questi elementi disparati si allineano per creare un’immagine potente?
RB: L’intuizione, per me, è un’esperienza che è stata assorbita così profondamente da diventare inconscia, forse persino corporea o viscerale. Dopo aver scattato migliaia di fotografie e studiato altrettanti negativi, ho interiorizzato il senso di ciò che funziona e ciò che non funziona. Il mio occhio, la mia mano, tutto il mio corpo percepiscono quando una fotografia sta prendendo forma. Non ho bisogno di pensare, razionalizzare o analizzare. Questo è il valore della pratica. Vedo i fotografi come degli atleti: non c’è nulla che possa sostituire l’atto ripetitivo di uscire e scattare fotografie.

MZ: In che modo la visione e il tuo intervento guidano l’integrazione degli elementi organici e apparentemente casuali che catturi, trasformando la spontaneità in una fotografia coerente, che ha effettivamente un significato “altro”?
RB: Il mio approccio consiste nel creare un campo visivo strutturato, un ambiente in cui ogni elemento è formalmente considerato, pur rimanendo aperto alle forze imprevedibili che sorgono durante il processo fotografico. Non cerco di controllare ogni variabile, ma piuttosto di costruire una cornice in cui l’imprevisto possa verificarsi senza disturbare l’integrità visiva dell’immagine. La mia responsabilità è riconoscere quando questi elementi imprevisti, che si tratti di un’ombra in movimento, del gesto improvviso di un animale o dell’emergere di una texture inaspettata, possono essere assorbiti nella struttura in modo da aumentarne la tensione psicologica. Per me la spontaneità ha senso solo quando è integrata in una forma in grado di contenerla.
Mario Giacomelli. Il fotografo e l’artista
a cura di Bartolomeo Pietromarchi e Katiuscia Biondi Giacomelli
Roma, Palazzo delle Esposizioni
dal 20 maggio al 3 agosto 2025
In copertina: Roger Ballen, School room, 2003 (detail)
