Quando Roma era un paradiso (per dirla con uno slogan attribuito a Cy Twombly da Stefano Malatesta), era un paradiso abitato da diavoli (come da sempre si dice dell’Italia tutta, a torto attribuendo la formula a Benedetto Croce). E se non erano tutti diavoli, erano anime dannate (o prave, piuttosto, come dantesca si battezzò una loro musa, Nicoletta Strambelli alias Patty Pravo, appunto). Erano «i favolosi anni Sessanta», certo; ma di quella favola – tante volte narrata in toni estatici o febbricitanti – Andrea Pomella ha scelto di raccontare il dark side. Quelli che Plinio De Martiis – il manager comunista che non sapeva vendergli i quadri, ma era un mago a far parlare tutta la città di loro – chiamava «i maestri del dolore» (celiando sul titolo dell’arcinota collana divulgativa dei Fratelli Fabbri), in un modo o nell’altro, si autodistruggeranno tutti; ma in verità (ha ricordato la musa di un altro di loro, Renato Mambor, la Paola Pitagora di Fiato d’artista) «se maledizione c’era, era in quella sorta di febbre, nella ricerca di un linguaggio».
Un paio di volte lo ha ricordato, con un sospiro, Alberto Arbasino: belli, erano belli. Una volta Geoff Dyer s’è chiesto come mai risultino tutti così irresistibilmente fotogenici i grandi jazzmen dell’età classica (altra generazione perduta, se ce n’è una) ma vale pure per questi cipigli sfrontati, questi sguardi malandrini, per la loro aisance dandistica, tanto più squisita quanto più “popolare” (sì, erano «i pittori popolari», come dice Pomella: «famosi e al contempo figli del popolo»: Mambor benzinaro a Cinecittà, Mario Schifano profugo dalla Libia, l’unico romano-de-roma era Franco Angeli che resterà il più ideologizzato; per tutti gli altri varrà la battuta di Anita Pallenberg all’amante Schifano: «Tu non sei anticapitalista, Mario. Tu sei un paraculo»). La madre di Tano Festa – che pure era, diciamo, il meno avvenente; e finirà il più scassato –, che gestisce una pensione a Termini e spesso deve reggere il moccolo a tutti, a un certo punto sbotta: «Ma che gli fate voi alle donne?». La leggenda nera, che Pomella non si sogna di risparmiare, parla di ragazze prese a sganassoni, chiuse in casa, bruciacchiate con le cicche di sigaretta; a un certo punto, all’amante Marina Lante della Rovere, Angeli esasperato punta una pistola (lei per la paura cade da un balcone, senza conseguenze). Ricorderà Pitagora le lamentele di Cloti Riccardi, che dalla compagnia finì per prendere cappello: «le donne, alle cene, zitte, o in cucina a preparare insieme». Ma violenti, i belli-e-dannati, lo erano anche fra loro: Schifano, che pure adora, Festa arriva ad accoltellarlo (ma resterà l’ultimo amico ad andarlo a trovare, quando resterà in fondo al barile).
«Le sostanze» agivano, eccome. Ma secondo Pitagora gli unici che si drogassero davvero, del gruppo che si riuniva al bar Rosati a Piazza del Popolo (dal ’63 la Tartaruga, la galleria di De Martiis, dall’attigua Via del Babuino si trasferisce giusto al piano di sopra) erano Schifano (che della sua addiction farà leggenda), Angeli, e per ultimo ci casca pure Festa. Sarà un caso, ma giusto alle opere-vita di questi tre circoscrive Pomella il suo combine-novel, senza peraltro fermarsi alla soglia canonica del ’68 (quando un altro, Cesare Tacchi, si cancella dipingendo il vetro dietro il quale ha esposto sé stesso; e un altro ancora, Pino Pascali, fra tutti forse il più geniale, finisce trucidato dalla sua moto al Muro Torto), ma invece seguendole sino alla fine. Che coglie tanto Festa che Angeli nell’88, poco più che cinquantenni ma da un pezzo inattivi, mentre dieci anni ancora resiste quello che pareva il più eccessivo, Schifano, e che invece sino all’ultimo spinge il piede sull’acceleratore.
Loro tre più uno, o meglio meno uno (col principio del “quarto escluso” che così spesso si scopre funzionare): cioè il fratello di Tano, Francesco Lo Savio (che aveva preso il cognome del padre adottivo), certo il più rigoroso del gruppo, che s’era tolto la vita a Marsiglia giusto in quel ’63, a 28 anni, forse scioccato dal deserto inflitto alla mostra pochi mesi prima osata in una galleria rivale, La Salita, dove neppure suo fratello si degna di mettere piede. E forse non solo Festa resta traumatizzato da quella morte sacrificale, che secondo Pomella proietta un velo opaco sui colori squillanti di tutti loro. Succederà qualcosa del genere anche ai grandi gruppi rock come i Rolling Stones, gli amiconi di Schifano (della cui combo storica faceva parte anche Brian Jones, che nel ’69 verrà trovato morto in piscina ventisettenne, ma già allontanato dal gruppo in quanto tossico – e Keith Richards gli scippa pure la ragazza, Anita Pallenberg, qualche anno prima già «stella», fra le tante, dell’irresistibile Schifano); o gli arcirivali Beatles (i quali perdono quasi subito il bassista Stuart Sutcliffe, che studiava arte col maestro della Pop britannica, Eduardo Paolozzi, quando un tumore lo porta via ventiduenne); per non parlare dei Pink Floyd, che in Italia esordiscono giusto al Piper dove regna Patty, nella primavera del ’68, e più avanti celebreranno in Wish You Were Here il loro fondatore perso per strada, Syd Barrett (anche lui studente d’arte: fulminato dall’LSD, aveva dovuto lasciare il gruppo quell’anno).
Lo sa bene Pomella, che all’attivo ha saggi su personaggi non meno tormentati quali Caravaggio e Van Gogh, ma quella del melancholicus è (come descritto nel celebre saggio Nati sotto Saturno, di Rudolf e Margot Wittkower) icona prediletta da quella che un altro classico, La leggenda dell’artista di Ernst Kris e Otto Kurz, chiama la «biografia prescritta» dell’artista occidentale: e in questo schema ricorrente i suoi quattro cavalieri dell’autodistruzione rientrano a perfezione (con la lucidità che li accomunava non di rado annoiandosi di omaggiare, col proprio comportamento, quello stereotipo). Ma l’ostinazione che contraddistingue lui (e che gli ha fatto già scrivere un libro credibile, Il dio disarmato, sulla vicenda più abusata del nostro tempo, quella del delitto Moro) lo ha spinto a non arrendersi. Lo diceva Manganelli, scrivendo del saggio di Kris e Kurz: «l’artista non è “vero” […]; è una sorta di sogno ricorrente, o di incubo, dell’umanità intera; non di rado sprezzato, spesso demente, sempre assurdo». Il genio melancholicus è ovvia icona proiettiva di chi nel libro che gli ha dato il successo, L’uomo che trema, ha disegnato sui tratti di «A.P.» una vera e propria anatomia della depressione; e le sue pagine più belle sono quelle che ardiscono la hybris di penetrare nelle teste, belle ma disordinate, di personaggi tanto luminosi quanto rannuvolati quali furono, ciascuno a suo modo, Angeli o Schifano («perché la consapevolezza sta alla psiche», recita una sua degnità, «come il dolore sta al corpo»).
E così il suo libro, per dirla sempre col Manga, è «tutto arbitrario, tutto documentato». Le ricerche biografiche e critiche (come la bella monografia su Lo Savio di Riccardo Venturi) sono messe a frutto con puntualità, ma non è un saggio di critica quello di Pomella (si può dire che in trecentocinquanta e passa pagine non venga descritta, dei quattro, neppure un’opera) bensì, come scrive al momento del congedo, «un romanzo biografico»: che non si perita di «inventare […] anche quando», se non soprattutto quando, ciò di cui parla è «realmente accaduto». Niente di nuovo, si dirà: da Tucidide a Manzoni, è così che ha sempre funzionato la narrazione storica. Eppure il contributo che dà Pomella alla ormai vasta e variegata galassia della non-fiction è ragguardevole: in virtù del ritrovato che ho definito, a mia volta celiando sul repertorio di un comprimario del libro come l’immenso Robert Rauschenberg, combine-novel. Non solo in quanto componimento misto di realtà e d’invenzione, ma per la scelta originale di seguire le ambagi, intrecciate fra loro come quelle di paladini in un poema cavalleresco, di quattro personaggi in realtà molto diversi fra loro. Così non viene seguito pedissequo l’ordine cronologico, ma ripresi e rilanciati in avanti gli incontri, o gli scontri, che quelle opere-vite hanno segnato.
C’è poi ad affascinare, in questo libro, una stimmung mai presa di petto ma che in emulsione alita un po’ dappertutto. Ed è lo scenario di tutta la storia, la Città Eterna, eterna ammaliatrice ed eterna traditrice, che tanto innamora quanto intossica. Questi suoi meteci la ameranno e insieme la odieranno; tenteranno di fuggirle il più lontano possibile e ogni volta saranno risucchiati indietro, sino a finirne vittime – come sapevano benissimo fin dall’inizio. Hic sunt leones: i «leoni», a Piazza del Popolo, sono le statue che «fanno la guardia all’obelisco egizio», e ovviamente tali sono pure i «quattro demòni dostoevskiani», impareggiabili a giocare con le fiere che si portavano dentro. Ma su quell’arena crudele finiranno tutti sbranati.
Andrea Pomella
Vite nell’oro e nel blu
Einaudi, 2025
384 pp., € 21
Una versione più breve di questo articolo è uscita su «La Lettura» del «Corriere della Sera»
In copertina: Mario Schifano, Senza titolo, 1960, smalto e matita su carta, 70 x 99.8 cm, Collezione privata, Courtesy Gió Marconi, Milano. Photo: Fabio Mantegna
