Vicinanza estranea. Contrappunto Mandel’štam

20/04/2023

Dario Borso negli ultimi anni è passato attraverso una lunga esperienza di traduzione di testi Paul Celan, sempre animato da una volontà di ricostruire segmenti della sua traiettoria, orientando i lettori nei contesti di genesi e ricezione[1]. La pubblicazione del volume delle Poesie di Mandel’štam tradotte da Paul Celan si inserisce in questa linea di lavoro di edizione e ‘transfer’ non solo di un’opera poetica ma anche del valore poetologico di testi poetici, critici, traduzioni e paratesti celaniani nelle condizioni del “campo letterario” nel quale essi si collocano.

Per riprendere letteralmente la parola russa “Sobesednik”, osserva Michael Eskin[2], bisognerebbe dire “der Mitredende”, “co-parlante”, ovvero l’interlocutore insieme oggetto e soggetto, non necessariamente da personalizzare in senso biografistico. Celan ha bisogno, da un certo momento in poi del suo percorso di scrittura, di qualcuno che parli con e per lui. Ha bisogno di un Sobesednik, per motivi personali e poetologici. È in una situazione del genere che “il nome Ossip ti viene incontro”[3]: non è un caso che la lettura di Osip Mandel’štam lo accompagni e sostenga nei momenti in cui più acuta si fa la crisi provocata dalle accuse di plagio rivoltegli da Claire Goll, che rivendica in modo mendace al suo defunto marito, il poeta Yvan Goll, la ‘paternità’ di alcuni versi celaniani – esattamente dalla metà degli anni cinquanta fino a primissimi anni sessanta. Alla traduzione delle poesie di Mandel’štam, apparse in volume presso l’editore Fischer nel 1959, Celan lavora tra il 1957 e il 1959, parallelamente quindi alla scrittura di Sprachgitter[4]. Scrittura e traduzione si sostengono a vicenda, con-parlano. L’esperienza di scrittura e traduzione emerge ad evidenza ancora nel 1960, nel discorso pronunciato da Celan a Darmstadt in occasione del premio Büchner, Il Meridiano[5], che mostra numerosi richiami, anche letterali, sia alla prefazione di Celan all’edizione Fischer, sia a diversi passaggi della trasmissione radiofonica scritta da Celan per la NDR e trasmessa nel 1959, inserita da Dario Borso in questa edizione delle Poesie (pp. 187-200). Tra il 1961 e il 1963 Celan lavora alla nuova raccolta, La rosa di nessuno (Die Niemandsrose, 1963)[6] dedicata proprio a Osip Mandel’štam (non senza oscillazioni sul dedicatario), con abbozzi che vedono in epigrafe, uno accanto all’altro, due poeti esuli appartenenti a spazi e tempi diversissimi, ma legati: Mandel’štam e Dante. Dante, così centrale anche nella poetica di Mandel’štam, resta intessuto in modo più sottile nella trama dell’intera raccolta; alcune poesie più esplicitamente dantesche resteranno comunque inedite[7]. Prevale la necessità poetica ed esistenziale di condividere uno spazio col “fratello Ossip”. La grandiosa, cosmica e terrestre, personalissima e universale elegia Es ist alles anders (è tutto diverso)[8] riprende in versi lo scambio di mani, di parole, di braccia, di nomi, tra il poeta-traduttore Celan e il poeta-tradotto Mandel’štam; così come in diverse altre poesie della raccolta la ripresa della voce e delle parole dell’altro, “attualizzate” nel presente di chi scrive si fanno voce propria e altrui. Si veda ancora, tra numerose poesie: Eine Gauner und Ganovenveise, in cui metamorfico il nome di Mandel’štam entra nella serie di risonanza metamorfica Friaul – Mandelbaum – Bandelbaum – Mandeltraum – Trandelmaum – Machandelbaum – Chandelbaum – Aum, in cui spazi e tempi in modo sinistro passano molti confini d’Europa ed evocano insieme esili, alberi di vita (come il mandorlo) e alberi di morte violenta, come il Machandelbaum, il ginepro della terribile fiaba dei Fratelli Grimm, e ancora il sacro candeliere. O ancora Nachmittag mit Zirkus und Zitadelle, in cui a Brest, al cospetto dei cerchi infuocati di un circo, e di una tigre che salta, “da sah ich dich, Mandelstamm [sic]”, ed è un raro momento di raccolta di sé – in cui “Verloren war Unverloren, / das Herz ein befestigter Ort”.

La voce di Mandel’štam tradotta da Celan accompagna dunque le uscite editoriali di due delle sue raccolte più importanti. Gli anni di pubblicazione della prima edizione Fischer (1959) e la seconda edizione riveduta e accresciuta (1963) coincidono quindi con delle più importanti raccolte celaniane, Grata di parole e La rosa di nessuno, creando fenomeni che lo stesso Celan, da traduttore di Breton, avrebbe chiamato “vasi comunicanti”, e lasciando il proprio segno sia negli scritti poetologici coevi, sia nelle note e aforismi coevi raccolti nei microliti. Sono anni cruciali per la sua esperienza poetica ed esistenziale.

Celan ha svolto un ruolo molto importante nell’importare all’interno del campo letterario germanico quella che con Jaccottet potremmo chiamare un modo di “partire dalla parola Russia”, perseguito scientemente e in stretta connessione con la ricerca di una chiave poetologica che lo sostenesse, che si potesse leggere in diffrazione accanto alla sua. Questo accade soprattutto per Osip Mandel’štam e altri poeti tra quelli “bruciati dalla loro generazione”[9] in Russia (Gumilev, Chlebnikov, Majakovskij, Esenin, Cvetaeva – tutti presenti, in vario modo direttamente o indirettamente nelle sue poesie, soprattutto nella raccolta del ’63).

Esiste dunque un motivo personale che riguarda la propria posizione all’interno della tradizione poetica, del tutto fraintesa – e al centro di accese e distruttive polemiche, proprio in quegli anni, rispetto a un suo presunto ermetismo e distacco dalla realtà – e la possibilità, tout-court, di continuare a tradurre e leggere la tradizione occidentale senza tener conto delle distruzioni del Novecento. Celan pensa alla distruzione dei sommersi nei lager, ma anche alla generazione bruciata nei gulag, e – sempre negli anni in cui traduce Mandel’štam – alla polverizzazione dell’umano prodotta dalla bomba atomica. La traduzione attualizza, ricolloca nell’oggi di chi parla “oggi” la voce di chi ha parlato “prima”. Celan vede in Mandel’štam già un esempio di questa operazione di attualizzazione nel tempo: come nei suoi versi il vomere della poesia riporti alla luce la zolla di una terra nera che riscrive in russo Ovidio nel segno del suo esilio, per fare un solo tra i molti esempi.

Lui lo fa con Mandel’štam stesso, ma negli anni 1957-1963 intraprende un gigantesco sforzo di creare un reticolo (Gitter) tra le diverse opere poetiche in gestazione e le traduzioni in cantiere. Il cantiere è unico, ed è quello della poesia e della vita. Non possiamo fare a meno di menzionare, nello stesso giro d’anni le traduzioni da René Char e della Jeune Parque di Paul Valéry. Rilevante in questo discorso il duo progetto, sviluppatosi proprio dopo l’esperienza di traduzione di Mandel’štam, Blok, Chlebnikov; Baudelaire, Rimbaud, Valéry, di realizzare una antologia poetica dal titolo Fremde Nähe (Vicinanza estranea)[10] che comprendesse autori russi e francesi, messi insieme in una sorta di contrappunto interlinguistico. Le traduzioni sono parte integrante dell’opera di Celan ciascuna per un particolare dialogo intrapreso con un poeta o con una tradizione, con una lingua e con una cultura. Celan costruisce uno spazio in cui si aggreghino poesia, traduzione e poetica; d’altro canto cerca di distinguere la singolarità della propria voce rispetto alle voci altrui, creando una rete che potremmo chiamare di meridiani della scrittura e paralleli dell’esistenza, propria e altrui. Se dai francesi Celan assume una prova di distanza ed estraneità, dai russi, in particolare da Mandel’štam sperimenta la vicinanza dialogica.

Di pari passo, sempre intorno al 1960, Celan progettava un vero e proprio studio sull’oscurità nella poesia – legato soprattutto all’esperienza di traduzione di Valéry – e sulla fenomenologia del poetico – legato agli stimoli tratti dalla lettura e traduzione di Mandel’štam. In una lettera allo slavista Gleb Struve ricorda la propria formazione filologica di germanista e linguista, come parte importante del suo sforzo traduttivo. Rivendica, per le sue traduzioni, la “grande vicinanza al testo” [Textnähe] e nello stesso tempo la “traduzione del poetico” [das Dichterische], la “figura” [die Gestalt] e il “timbro del parlante” [das “Timbre” des Sprechenden]. Timbro è per lui l’elemento testuale, scritto, strutturale, oggettivamente riconoscibile, non scindibile da quello esistenziale, creaturale. Il testo è manifestazione “phänomenal (in senso fenomenologico) del poetico”, Gestalt legata alla percezione di una forma in cui il tutto è più che la somma delle singole parti. Questa somma si accresce e si modifica nel tempo, e non si può mai cogliere interamente. L’autore tradotto è der Sprechende, al participio presente; la traduzione è performance nella quale si esprime, insieme alla voce di chi traduce, anche l’altra voce. Parlare per conto di un altro con la propria voce: è questo che fa il traduttore, sfidando i tempi e il rischio dell’incomprensione, anche della distanza[11].

In questo contesto, per il lettore italiano che non abbia accesso né al tedesco né al russo, l’edizione curata da Dario Borso offre strumenti per orientarsi, e per comprendere la portata del lavoro e dell’esperienza di traduzione che fonda questa vicinanza osmotica di Celan al poeta russo.

L’edizione raccoglie i 42 testi scelti dalle Opere complete per l’edizione Fischer del 1959, due ulteriori traduzioni inedite e tre poesie tratte dall’almanacco Vie Aeree pubblicato a New York nel 1961, aggiunte alla ristampa dell’edizione Fischer nel 1963. Inoltre, la trasmissione radiofonica su Mandel’štam, ma soprattutto una sinossi importantissima: il testo fornisce gli originali in russo delle poesie, e insieme traduzioni dal russo scelte tra le “più letterali”. Scrive Borso (p. 137): “per misurare la distanza della ‘ricreazione’ di Celan da una traduzione ‘normale’ e soprattutto dal testo-base di Mandel’štam (di cui egli ha tenuto però la rima) riporto qui l’originale delle singole poesie con la traduzione italiana che, fra le tante prodotte (mediatamente tre per ciascuna poesia), risulta più aderente quanto a lessico e sintassi, ossia più letterale (come, nel bene e nel male, lo è la mia da tedesco)”.

Come osserva Borso nella quarta di copertina, “mantenendo la forma chiusa così caratteristica del verso russo, Celan nella traduzione ‘sacrificò’ il lessico spingendosi così ai limiti di una vera e propria ricreazione”. Ma proprio questa distanza misura l’interlocuzione di Celan con Mandel’štam, segna la sua presenza nell’oggi celaniano. Qualche esempio tra i moltissimi, quasi a ogni pagina, che si potrebbero rilevare. A pagina 16, in mi fu dato un corpo, nell’ultimo distico, Celan sceglie, per esprimere “il vapore” del fiato condensato su un vetro che presto “svanirà”, la parola “Trübung”: termine che designa materialità densa, ma anche una oscurità attraversata dalla luce. Si tratta di una parola-segnatura importantissima nella traduzione che nel 1959 Celan userà per “far sua” e cambiare compeltamente di segno, la Jeune Parque di Valéry.

E così le scelte lessicali nella Conchiglia, a p. 32, dove si ricombinano Sand, Glocke, Dünung, Wände, Herz (sabbia, campana, risacca, cuore): parole centrali della poetica celaniana (pensiamo a Voci in Grata di parole, scritta tra il 1957 e il 1958, e disseminate come lapilli nella raccolta La rosa di Nessuno). O la ripresa da Le città che qui fioriscono, a pag. 52-53: “es lebt des Menschen Ort – ein Ort im All” (vive il luogo dell’uomo – un luogo nel creato): quel luogo ritorna nella prefazione di Celan e poi, nel 60, nel suo Meridiano.

Alle pagg. 78-79, in Sorelle pesantenzza, vi vedo uguali, la frequente allocuzione mandel’štamiana a persone e oggetti “ti vedo, vi vedo”, torna proprio rivolta al poeta russo nella Rosa di nessuno: “sah ich dich, Mandelstamm” (“ti vidi, Mandelstamm”). Un ultimo esempio, a mostrare lo Sprachgitter, la grata, il reticolo linguistico che tiene insieme, con al centro Mandel’štam, l’oggi celaniano in cui Celan convoca anche altri, come Hölderlin, o il Lenz di Büchner, in testi pubblicati tra il ’59 e il ’63. L’esempio illumina una sfumatura, a testimonianza dell’avvincente e anche illuminante gioco del confronto tra traduzione ‘letterale’ dal russo di diverse traduttrici e traduttori inseriti nel paratesto di questa bella edizione, e la traduzione altrettanto ‘letterale’ fornita da Borso delle versioni celaniane. Nella poesia A Pietroburgo (pp. 86-89) Celan compie una scelta importante. Per tradurre “la notte sovietica”, che occorre più volte nella poesia (trad. di Paolo Galvagni alle pp. 263-265), Celan sceglie “Jännernacht”, che Borso non può che tradurre “notte di gennaio”. Ma l’espressione “Jänner”, variante tedesco-meridionale e austriaca per dire ‘gennaio’, viene ripresa da Celan nel suo Meridiano, in omaggio all’incipit del racconto Lenz di Büchner, che ritrae Lenz mentre proprio il 20 gennaio (“am 20. Jänner”) comincia il suo cammino in montagna, in Svizzera, verso la follia, che – non per un caso – sarebbe finito con la morte, tempo dopo, in una notte fredda per le strade di San Pietroburgo. La stessa data si riattualizza, nel discorso di Celan, nel “20. Jänner” 1942, con un precipizio di follia e morte molto diverso: si tratta della data storica della “soluzione finale” decisa a Wannsee dai nazisti. E sempre Jänner è richiamato nella Rosa di nessuno nella poesia dedicata a Hölderlin e alla sua balbuzie, parlante più di ogni parola piana: Tübingen Jänner[12]. Lascio aperta la domanda: cosa può aver spinto ad attualizzare questa poesia con una vera e propria sostituzione: da Soviet– a Jänner per connotare la “notte”?

Sono moltissime le piste che questo prezioso volume sa aprire. Lascio ai lettori riscontare le più macroscopiche riprese dal Meridiano, sia nella prefazione, sia nel dialogo radiofonico, che riprende e riscrive insieme elementi di poetica e testi di Mandel’štam e appunti, riflessioni e versi di Celan.

A mo’ di “stretta” conclusiva, compongo un collage dalle Voci 1 e 2 (pp. 189-200) del programma Radiofonico nella traduzione di Borso. Non conosco il russo, non sono studiosa ma solo lettrice di Mandel’štam. Il mio occhio è ‘celanizzato’ da anni di studio del poeta, e quindi leggendo riconosco in Celan un tentativo di ritrarre, trattenere in vita, anche giustificare se stesso insieme e accanto al suo sobesednik elettivo: “queste poesie sconcertano”; “è ipersensibile, impulsivo, imprevedibile”; “non andò mai a Canossa”; le immagini “resistono al concetto di metafora e di emblema; hanno carattere ‘fenomenico’”; “la poesia è qui la poesia di chi sa che parla dall’angolo di inclinazione della sua esistenza, sa che la lingua della sua poesia non è né ‘conformità’ né lingua a sé, ma lingua attualizzata, sonora e sorda in uno”; le sue poesie “sono dialogo. Nello spazio di questo dialogo si costituisce l’interpellato, si rende presente, si raccoglie attorno all’io che lo interpella e nomina”.

Così la poesia e la traduzione di Celan si costituiscono, ed egli stesso come interpellante e interpellato si costituisce, in uno spazio reticolare di cui Dario Borso ha offerto al lettore italiano un importante incrocio.

Osip Mandel’štam
Poesie tradotte da Paul Celan
a cura di Dario Borso
Crocetti, 2023
204 pp., € 18


[1] Penso per esempio all’edizione italiana della Sabbia delle Urne (Einaudi 2016) con la sua storia accidentata, primo volume della sua ‘Opera’ pubblicato a Vienna e immediatamente ritirato per eccesso di refusi e imprecisioni, il cui corpus sarebbe riapparso, ricontestualizzato in opere successive ma mai ripubblicato nella sua veste originaria, riproposto al pubblico italiano con numerosi commenti e integrazioni di poesie; o ancora all’importante e poco studiata opera tarda di Celan, Oscurato, o alle piccole e preziose edizioni delle Poesie sparse pubblicate in vita (nottetempo 2011), ma soprattutto alla realizzazione, in Italia, di un progetto incompiuto: la cosiddetta Antologia italiana, scelta di Celan per una edizione mai realizzata in Italia (nottetempo 2020). Sempre Borso, già nel 2010, aveva sollecitato l’editore Zandonai a pubblicare una scelta dai Microliti (riedita da Mondadori nel 2020), proponendo un ordine diverso da quello scelto dai curatori Badiou e Wiedemann. Non tematico ma cronologico, per seguire il farsi di una sorta di Zibaldone, e cogliere questa scrittura in sinossi rispetto alle poesie pubblicate o inedite coeve.

Attento ai contesti di genesi testuale, così come al grande intertesto che corre tra scrittura e vita, intesa come vita pubblica, e vita psichica e privata (documentata nelle note ai testi che hanno il merito di aver portato il lettore italiano a conoscenza di dettagli importanti offerti dalla nuova edizione critica e commentata di Barbara Wiedemann – nelle due edizioni apparse da Suhrkamp nel 2003 e – accresciuta e corretta – nel 2018), Borso ha ricostruito anche il contesto di ricezione di Celan in Italia, seguendone vicende editoriali e analizzando, caso per caso, le diverse traduzioni in Paul Celan in Italia, recensito da Massimo Palma proprio su Antinomie.

[2] Michael Eskin, Schwerer werden, leichter sein. Gespräche um Paul Celan. Mit Durs Grünbein, Gerhard Falkner, Aris Fioretos und Ulrike Draesner, Wallstein, Göttingen 2020, p. 29.

[3] Paul Celan, Poesie, a cura di Giuseppe Bevilacqua, Milano, Mondadori 1998, p. 491.

[4] Titolo di difficile resa di Gitter in italiano: grata, griglia, addirittura cancello. Così Aloisio Rendi ma si dovrebbe forse pensare a qualcosa come ‘reticolo’.

[5] Paul Celan, La verità della poesia. Il meridiano e altre prose, a cura di Giuseppe Bevilacqua, Einaudi, Torino 1993, pp. 3-22. Ma si veda l’immagine della poesia come “messaggio in bottiglia”, decisamente mandelstamiana, nella Allocuzione di Brema del 1958, ivi. pp. 34-35.

[6] Celan, Poesie, cit. pp. 348-505.

[7] Ne ho scritto in Dalla «candida rosa» alla «rosa di niente, di nessuno». Paul Celan legge Dante, in «Critica del testo. XXIV / 3, 2021».

[8] Celan, Poesie, cit., pp. 490-495.

[9] Definizione di Jakobson ripresa da Celan nella Premessa alla raccolta di traduzioni, cfr. nella traduzione di Dario Borso, p. 5.

[10] Ne ho scritto in Vita a fronte. Saggio su Paul Celan, Quodlibet, Macerata 2005, pp. 89-91.

[11] Ne ho scritto in Ricercar per verba. Paul Celan e la musica della materia, Quodlibet, Macerata 2022, pp. 343-344.

[12] Celan, Poesie, cit., pp. 180-181.

In copertina: Osip Mandel’štam

Camilla Miglio

(Bari 1964) insegna Germanistica alla «Sapienza» di Roma. Studiosa di letteratura tedesca del Novecento e contemporanea, dell'Età di Goethe e romantica cui ha dedicato numerosi studi. Monografie su Paul Celan e Ingeborg Bachmann (per Quodlibet “Vita a fronte. Saggio su Paul Celan”, 2005; “La terra del morso. L’Italia ctonia di Ingeborg Bachmann”, 2012). La traduzione è un interesse teorico (cui ha dedicato diversi saggi, in uscita la voce Traduzione per “Parole per il XXI Secolo”, Enciclopedia Treccani) e insieme una pratica legata alla lettura, interpretazione e scrittura letteraria. Traduce autori dal romanticismo all'età contemporanea (per Donzelli Franz Kafka, “Cinque Storie di animali”, 2000; Clemens Brentano, “Fiaba del Reno”, 2008; Peter Waterhouse, “Fiori. Manuale di poesia per chi va a piedi”, 2009; per Lavieri Ulrike Draesner, “Viaggio Obliquo”, 2010; Jacob e Wilhelm Grimm, “Tutte le fiabe”, prima edizione integrale, 2015). Nel 2021 in uscita presso Quodlibet la nuova monografia “Ricercar per verba. Paul Celan e la musica della materia”.

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