Nord Nord è la seconda parte di un work in progress che, iniziato quattro anni fa con Pianura, con ogni probabilità prevede già un terzo episodio (cenni ne fa l’autore, Marco Belpoliti, al destinatario della seconda persona che, brevettata appunto con Pianura, alla sua voce dona l’intonazione «empatica e intensa» lodata dal risvolto di copertina; di questo innominato interlocutore s’intravedono meglio, pure, i lineamenti: sappiamo che è stato suo compagno allo Scientifico, ai tempi dorés dell’Emilia profonda; che oggi non è un professionista delle arti o delle lettere ma ha una «onnivora curiosità per lo scibile in generale»; che per lavoro s’è trasferito a Roma, insediandosi dalle parti della topica Via Merulana; e che nutre una passione smodata per il nipotino principe dell’Ingegnere, Alberto Arbasino: del quale una volta, dall’amico Marco, s’è lasciato indurre a scrivere, su un numero di «Riga» che festeggiava i suoi settant’anni). Il format è pressoché identico a quello di Pianura: riprendendo una manciata dei suoi innumerevoli scritti, e uniformandone ritmo e inflessione grazie all’ingegnoso device di questa tonalità fàtica e avvolgente, Belpoliti trasceglie e annoda fra loro alcuni «passaggi obbligati» (per dirla col titolo d’un incompiuto progetto autobiografico di Calvino) della sua storia intellettuale: al fine di riuscire, in questo modo larvato, a «raccontare qualcosa […] anche di sé».
Passaggi anche in senso letterale: la carta geografica pure stavolta disegnata alle soglie del libro suggerisce come molte di queste tappe siano percorribili solo a piedi (e non manca di annotare Belpoliti, passata a sua volta la linea d’ombra dei settanta, di non avere più il fisico di certe mitiche esplorazioni giovanili spintesi – veniamo a sapere – sino in Nepal), e i “luoghi” che scandiscono il percorso (dalla Brianza alle fonti del Danubio, in Val Pusteria, passando per le città della maturità professionale, Milano e Bergamo) sono, oltre che geografici, loci della memoria. All’interno del bestiario che, vedremo, informa la parte maggiore e più ispirata di Nord Nord, occhieggiano due corvi i quali, racconta Marco, un po’ minacciosi svolazzano attorno alla casa di campagna di Mondonico che, della mappa, è il centro geometrico e sentimentale. Vi si reincarnano quelli di un mito norreno in cui, sulle spalle di Odino, simboleggiano rispettivamente la «memoria» e il «pensiero». Se è dato supporre che alcuni nodi di «pensiero» si scioglieranno nella prossima puntata (magari precisando il ruolo di un ulteriore compagno dello Scientifico di Reggio, «un altro Marco», che il nostro ha fatto «innamorare» della «filosofia»), in quest’anta di mezzo si delineano con maggiore chiarezza, di quanto non risultassero cifrati in Pianura, i passaggi obbligati della sua «memoria».
Quello in Brianza dove Marco, dalle parti di Erba, s’installa negli anni Novanta ristrutturando una casa di campagna sperduta nei pianori e nei boschi vicino a Mondonico (che «non è il primo paese della pianura, ma l’ultimo della montagna») era in effetti un ritorno. Nel decennio precedente – dopo il diploma allo Scientifico, voluto dai genitori in luogo del desiderato Artistico, e la laurea al DAMS di Bologna: periodo, questo, tuttora in ombra nel retablo della memoria – ha infatti insegnato Lettere e storia all’Istituto statale d’Arte di Monza: «scuola sperimentale» dove per colleghi e amici ha avuto l’epistemologo Mario Porro, il designer AG Fronzoni e l’artista Nanni Valentini, e che Belpoliti dipinge come un’accolita di «docenti estrosi, strani e stravaganti», qualcosa a metà fra il Bauhaus del più intransigente modernismo e la picaresca e strafottente New York School of the Performing Arts d’un serial di quegli anni, Fame (cioè Saranno famosi). Spirito-guida del luogo è però uno solo, una leggenda tanto per gli studenti che per i colleghi; homo sanza lettere, che dispiegava il suo sapere disegnando (e solo brachilogico micro-commentando), era Narciso Silvestrini alias «Silve» (anche lui uno spirito dei boschi, un po’ trickster e un po’ Pollicino), cui si fa cenno quasi in ogni libro di Belpoliti, ma che qui finalmente è titolare d’un ritratto a tutto tondo.
Di Silvestrini Marco vorrebbe aver ereditato (solo in parte avendolo fatto davvero; pour cause è omessa la tappa bolognese: settantasettescamente movimentata ma, alla fine, anche istituzionale) la spregiudicatezza dell’autodidatta, la capacità di congiungere nella sua onniscienza le tante letture, solo in apparenza disordinate, e gli «atti pratici» della propria «esperienza di vita» (mai laureato Silvestrini, ma a suo tempo chiamato da Albe Steiner a fargli da assistente alla Scuola del Libro della Società Umanitaria). Certo è stato lui a insegnare a Marco a leggere le immagini e a guardare i testi (che è poi la lezione ritrasmessa, quorum ego, alla generazione ulteriore). E forse soprattutto prezioso è stato il suo esempio nel rifiutarsi di scegliere fra il principio del colore («entità spirituale, inafferrabile e indefinibile […] e insieme concreta – è ciò che impregna di sé il mondo, lo fa apparire») e quello della geometria: «quadratura del cerchio» conseguita nella scienza pratica del disegno. Capiamo solo ora, dunque, l’ostinazione di Belpoliti a punteggiare i suoi libri più personali, da La prova in avanti, dei propri manufatti grafici: i quali non hanno tanto la funzione di illustrare il testo, né di esibire una supposta mano d’artista, ma sono invece – a parte subjecti – strumenti indispensabili per pensare-conoscere ciò di cui parla: sono cioè, per dirla col vecchio Paul Valéry che commentava Edgar Degas, la sua «maniera di vedere la forma» (non sarà un caso, più avanti, il sodalizio col Giuseppe Di Napoli di Disegnare e conoscere).

Un disegno fra tutti ha, in Nord Nord, il valore di una sphraghìs. Un unicum, fra gli altri, anche perché ricalca un’immagine altrui, facendolo oltretutto di seconda mano: si tratta infatti di una tavola di «Silve», il quale aveva ricopiato un disegno astrologico del fantasioso Athanasius Kircher (dall’Oedipus Ægyptiacus, 1652-1654): un «animale sacro», lo scarabeo, «passa di pianeta in pianeta», ciascuno designato da un colore diverso, componendo «una figura composta da un grande cerchio e da uno più piccolo collocato sopra l’altro […]: insieme compongono una doppia spirale». Micro-commenta Silvestrini che in questo modo è dato «recuperare l’origine» e, insieme, «riprendere il cammino»; e meta-commenta Belpoliti che quel «cammino ricorsivo e tortuoso» gli pare simile al suo: «io sono lo scarabeo che compie il suo tragitto senza avere alcuna idea del disegno che traccia nel percorso. Al tempo stesso io sono colui che guarda da fuori questo tragitto di forma geometrica e ne distingue la forma complessiva».

In Pianura funzione simile rivestiva un’altra bestia, L’anguilla di Montale, ma come si diceva il bestiario di Nord Nord è ben più popoloso e perspicuo. Un catalogo non esaustivo annovera la salamandra, il merluzzo (con la variante “povera” dello stoccafisso), l’orso (quello «comunista», naturalmente «sconfitto», di Enzo Mari: una cui opera-puzzle incastra ben 16 Animali uno nell’altro), i menzionati corvi e i pipistrelli (coi loro nemici atavici, i rapaci e gli scorpioni), i lombrichi (quelli rossi della California, precisa Belpoliti col suo tratto più puntiglioso e didascalico: da lui attribuito a un doppelgänger, «il Bandana», che gli fa da guida negli anditi più segreti del sottobosco Brianteo), i dinosauri (tanto cari ai «bambini per motivi che non so spiegarmi»), le garguglie delle cattedrali gotiche (evocate da Umberto Fiori) e poi, sempre più al centro del sistema, la formica (cui paragona Gabriele Basilico, che gli dà anche la magnifica copertina neometafisica), le coccinelle (dal vello tanto geometrico che cromatico) e appunto lo scarabeo (peccato manchi all’appello la cicala, laddove si parla della «Villa Gadda» nella Cognizione del dolore).

Si capiscono meglio, così, certi tormentoni giornalistici il cui senso finora sfuggiva ai più affezionati lettori di Belpoliti (quelli che hanno intitolato libri come Il tramezzino del dinosauro e La strategia della farfalla). Gli insetti si rivelano infatti, qui, emblemi totemici del Marginale, del Discontinuo e se vogliamo dell’Eccentrico (un posto di riguardo, nel Pantheon, ha il ritratto – a mio gusto, il più bello dell’album – di Lea Vergine, lei pure eccentrica collezionista di eccentrici) e dell’Erratico («noi siamo tutti degli sradicati, tutti abbiamo dietro di noi “un paese”, per dirla con Zavattini, cui non faremo più ritorno»; altri emblemi sono le piante «ferroviarie», quelle che Gilles Clément chiama le «vagabonde», e i massi appunto «erratici» cari al più geologico dei poeti, Andrea Zanzotto). Tutte categorie alle quali volentieri Marco iscrive sé stesso e il posto che s’è scavato, alla lunga, nella cultura di questo paese. Sono perfetti esemplari, pure, di quella ricerca del Dettaglio che metodologicamente appassiona il Belpoliti postmodernista («non c’è nulla di trascurabile, quando si studia un oggetto o una questione […]. I particolari, i dettagli, le minuzie apparentemente poco rilevanti spesso sono le cose più importanti in una ricerca»; ricordata, come già da Daniel Arasse e Antonella Anedda, è la storia del dettaglio di un quadro di Lorenzo Lotto del quale s’incapricciò un soldato francese, di stanza a Bergamo, sino a strapparlo e portarselo via).

Sosteneva Franco Fortini (il quale attribuiva l’etimologia a Severino Cesari) che la parola «insetto» deriverebbe dall’intensivo «in» e dal verbo «secare», e significherebbe dunque «animale segmentato». Lasciando da parte il significato religioso (e specificamente sacrificale) che ne deduceva Fortini per commentare quelli di Kafka, la Discontinuità degli insetti di Belpoliti si appaia quindi alla sua predilezione per il Levi-Centauro e per il Calvino-Visconte; ma non funziona solo in forma, diciamo, passiva. Alcuni insetti, e più esplicitamente i lombrichi (nella storica lettura di Darwin, che giocava un ruolo – ci ricorda Nord Nord – in uno dei primissimi libri di Marco, il romanzo Quanto basta pubblicato nel 1989), hanno infatti la prerogativa di segmentare l’ambiente in cui vivono: «attraverso l’apparato digerente passano e ripassano il terreno dove si trovano» e la loro è «una forza silenziosa, invisibile, che rimescola la terra e l’arricchisce». Una forza simile a quella di certi «pensieri che ci restano come confitti nella mente»: «simili a vecchie talpe scavano il loro tragitto fino a che un bel giorno vedono la luce e così nasce qualcosa d’inatteso: un’idea».
Di questo processo lento e ostinato, impercettibile al prossimo quanto a chi lo compie (come nell’apologo dello scarabeo di Kircher), un’altra immagine eloquente riprende la disciplina-guida che, se in Nord Nord è l’entomologia, in Pianura era la geologia. Belpoliti è affascinato da quelle morfologie che Foucault definiva «a pendenza lieve», e che si percepiscono su scala geologica, appunto, più che biologica o storica: «un numero incalcolabile di eventi minuscoli, di cui non ti accorgi neppure, sebbene avvengano sotto i nostri occhi, produce più cambiamenti di altri accadimenti eclatanti». L’erosione metamorfica dei lombrichi, come la deformazione dei sentieri nel bosco causata dall’imperversare degli escursionisti in bicicletta, sono in questo senso correlativo oggettivo dello scadimento paesaggistico («la verde Lombardia non è più», lamenta Gadda nel ’64) e ideologico (l’entropia degli ideali riconosciuta nel Conoscente dall’amico poeta Fiori) che trova una sigla lancinante nell’eclissi delle rondini le quali – protagoniste in absentia del bestiario – «non sono più tornate a nidificare qui» (remix allusivo, certo, delle lucciole di Pasolini). Ma la natura sedimentale non conosce solo il segno meno. Secondo Belpoliti se ne dà persino una declinazione caratteriale, antropologica: l’«Italia scistosa», fatta di «rocce prodotte dalla sedimentazione di fondi marini», e in generale dalle «azioni geologiche nella crosta terrestre», prevale al Nord e si contrappone all’«Italia basaltica, ovvero quella delle rocce effusive di origine vulcanica, nere, scurissime, come in certi luoghi del Sud». Se noi terroni insomma tendiamo a esplodere continuamente, lui si attribuisce la solo apparente mitezza dei veri «estremisti», che «in realtà sono dei miti o dei timidi»: un «solitario e inquieto» del tipo di Lorenzo Lotto, che continua a bollire in silenzio finché non smotta, crolla, esplode a sua volta in «una suscettibilità e persino una ipersensibilità che mi paiono a tratti anche le mie».
Infine forse un ultimo significato, ancorché larvato, si può attribuire alla predilezione di Marco per gli insetti. E si nasconde proprio (come insegna un maestro qui stranamente non citato, Roger Caillois) nella metafora che informa l’aggettivo larvatus. Fu Linneo a usare per primo il termine «larva» per designare le forme embrionali degli insetti, ma in latino larva significa «maschera» (da cui il motto di Cartesio, «larvatus prodeo»), sicché la metafora dello scienziato settecentesco allude al fatto che la maggior parte degli animali, nella loro morfologia immatura, non somigliano affatto al loro aspetto adulto. Per cui la crescita successiva ci fa approssimare sempre più alla nostra genealogia famigliare, in quello che con metafora appunto etologica una volta Valerio Magrelli (A Giacinto, mio padre, in Disturbi del sistema binario) ha definito «il Grande Mimetismo» della «vecchiaia» (lo spunto era già in una poesia famosa di Giovanni Raboni, La guerra, in A tanto caro sangue: «Ho gli anni di mio padre – ho le sue mani, / quasi»).
Secondo una certa tradizione, in effetti, l’etimo di larva sarebbe da ricollegare ai Lari, i feticci che sbozzano le figure degli antenati defunti, da Nord Nord menzionati insieme ai Penati come «i protettori miei e della casa». Lui, Marco, ricorda come in un angolo in penombra, a Mondonico, abbia conservato «un vecchio mobile degli anni Quaranta, che ho ereditato da mio padre», al cui interno «sono riposte le stoviglie […], oltre ai bicchieri e ai vecchi piatti di mia madre che uso di solito»; mentre «a poca distanza c’è la stufa a legna insediata nella casa quando sono venuti a starci i miei genitori». Se l’etimologia dei Penati rinvia a «la parte più intima, il fondo», «lì dentro vivono invece i Mani: che sono i defunti, gli antenati vissuti nei secoli passati» e che si chiamano così, invece, perché permangono benevoli ad accompagnare chi li ricorda.

Prima che nei capitoli esplicitamente dedicati alla madre (quello del Baccalà e dello Stoccafisso) e al padre (quello delle Cartoline illustrate, passione in comune con lo «zio» Arbasino), è questo un modo ancora più discreto e obliquo di raccontarsi, di procedere larvato: come quello che Marco attribuisce a Lotto in un altro capolavoro conservato a Bergamo, la «pala Martinengo», nella quale sul pavimento si proietta un’ombra che «non corrisponde a nessuno dei personaggi presenti nella scena», e dunque forse è l’ombra del pittore, oppure magari dello «spettatore, cioè noi, che la guardiamo». Valgono entrambe le ipotesi, si capisce, per l’artefice che scrive leggendo e disegnando. Per colui cioè che, come nell’apologo di Borges contenuto nel libro che proprio all’Artefice s’intitola, «si propone di disegnare il mondo»: «nel corso degli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di pesci, di case, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto».
Marco Belpoliti
Nord Nord
Einaudi, 2025
278 pp. ill. b.n., € 20
Giovedì 8 maggio alle 18.30, al bookshop del Palazzo delle Esposizioni di Roma, Andrea Cortellessa dialoga con l’autore di Nord Nord.
