Paesaggio come esperienza

17.03.2026

Il paesaggio in America è sempre stato una promessa, in Europa quasi sempre una questione aperta. Da un lato un orizzonte da attraversare, occupare, conquistare senza fine. La promessa americana parte da questo: dalla percezione di una terra disponibile su cui proiettare il futuro, rimuovendo il gesto originario della sottrazione. Dall’altro lato, qui in Europa, ogni porzione di paesaggio è, prima ancora che un luogo, un’eredità. Anche solo considerarlo significa misurarsi con una stratificazione di narrazioni e una bellezza codificata. Come guardare senza idealizzare? Come descrivere senza trasformare il territorio in una cartolina o in un lamento nostalgico?

È nello spazio aperto da queste domande, più che dentro una scuola o uno stile, che prende forma il pensiero di Roberta Valtorta. I suoi scritti, oggi raccolti da Electa nella Fotografia e il paesaggio, attraversano quarant’anni di fotografia italiana e guardano a quella americana degli anni Settanta, da Evans ai New Topographics. Storica e critica della fotografia, curatrice e docente, il ruolo svolto da Valtorta è stato decisivo nella costruzione della cultura fotografica contemporanea in Italia. Lavorando con istituzioni pubbliche e musei, ha contribuito a definire strumenti critici e metodologie di lettura del paesaggio.

Il suo incontro con Luigi Ghirri segna un passaggio fondamentale: l’affermazione di uno sguardo che, come scrive, «non è più la poetica del momento decisivo: è invece l’apertura, il disagio del ricucire insieme segnali e momenti, nel tentativo di ricreare il senso di una natura sgomenta, di un mondo frammentato, stratificato: né rurale né urbano, ieri contadino, oggi industriale, domani chissà; giunto dalla lenta parola parlata e poi scritta alla fulminante comunicazione televisiva; un mondo, si dice, oggi tutto espresso in immagini, e domani chissà» (da Viaggio in Italia, 1983).

Superato un approccio alla realtà di tipo narrativo, la fotografia «ne indaga i segni e le ambiguità con nuova coscienza critica, ne osserva, oltre i contorni, l’“immagine”». In questo senso, interroga le condizioni stesse di esistenza di un territorio. Le strade secondarie, le periferie, le architetture anonime fotografate da Ghirri, Basilico, Guidi o Jodice non cercano di riaffermare un’idea di bellezza – quell’ideale che in Europa continua a orientare lo sguardo, ieri nella tradizione pittorica e oggi nelle estetiche della “vita lenta” e del paesaggio condivisibile – ma segnano «lo stacco tra la fotografia di reportage, e quella che potremmo definire fotografia d’ambiente, in cui l’uomo non parla più attraverso le sue azioni ma attraverso i segni che lascia nei luoghi in cui vive» (da Senza titolo, 1987).

Segue un passaggio ulteriore, quasi necessario: lo sguardo non può restare confinato all’autonomia dell’autore. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, la riflessione di Roberta Valtorta si misura così con la dimensione del progetto e della committenza pubblica. Archivio dello spazio, avviato nel 1987 e sviluppato nel corso di un decennio, nasce come un grande laboratorio collettivo dedicato alla lettura del territorio lombardo, inteso non come caso locale ma come campo esemplare delle trasformazioni del paesaggio italiano contemporaneo. Valtorta segue il progetto fin dall’inizio come curatrice e teorica, aiutando a definirne l’impianto metodologico: lavoro collettivo, serialità, tempi lunghi, rifiuto dell’immagine definitiva. «L’idea guida è stata quella di spostare il concetto di “spazio” in avanti rispetto a come questo era stato inteso in precedenza […] sganciare del tutto il concetto di “spazio” dal genere di fotografia definito “paesaggio”, rendendolo più aperto e disponibile a un’accezione più simbolica e per così dire indiretta: quindi Milano come aggancio per il lavoro fotografico, seppur aggancio reale, come “motivo” e non necessariamente come “luogo” da osservare e riportare in quanto tale» (da E infine Milano, 2000).

Archivio dello spazio ha rappresentato insieme un punto di arrivo e un punto di partenza: molti i progetti di committenza fotografica che gli hanno fatto direttamente seguito e sono diventati veri e propri dispositivi di promozione di progetti artistici sempre più diversificati, a rispecchiare la crescente frammentazione sociale, culturale, esistenziale che segna la contemporaneità. Tentativi di rispondere una domanda più generale sul senso stesso della fotografia oggi, sulla sua funzione sociale e culturale, sulla sua collocazione fra le altre discipline. Tentativi di ridefinire lo statuto delle arti in un paese che ha sempre riconosciuto alla pittura e all’architettura la centralità culturale, ma ha faticato a considerare la fotografia come bene pubblico.

Paesaggio come genere, quindi, ma anche come esperienza. Valtorta chiarisce che l’«osservazione privilegiata del paesaggio (del mondo) prende in questa luce il significato soprattutto di una verifica dell’operazione fotografica, dell’esperienza che si compie attraverso la fotografia, dell’atto fotografico, diremo con Philippe Dubois, nella relazione con il mondo: il paesaggio non è più un genere, come era stato in pittura e come la fotografia lo aveva giocoforza adottato nell’Ottocento e nella prima parte del Novecento, ma diventa tutto ciò che è esterno, e il rapporto con l’esterno ha le caratteristiche di un viaggio in tutti i sensi, di un’avventura dello sguardo sì, ma anche e soprattutto, e in modo rilevante, del pensiero» (da Viaggi organizzati. Appunti per una ricostruzione della cultura fotografica contemporanea lungo la Via Emilia, 2000).

Ecco perché parlare di paesaggio significa parlare dell’uomo. La fotografia del territorio non è mai neutra perché non è mai solo geografica: è sociologica, antropologica, perfino psicologica. Parla dell’uomo e parla all’uomo. Qui si riconosce un tratto tipico del lavoro di Valtorta, ovvero la capacità di intrecciare linguaggi internazionali e memoria locale, cultura popolare e cultura di massa, progetto intellettuale e responsabilità istituzionale. Mettere in pratica e collegare alla dimensione sociale gli insegnamenti della storia e della geografia. Fotografare il territorio può essere un modo di imparare ad abitarlo?

L’eredità di Luigi Ghirri continua a essere letta come un esercizio di attenzione verso il mondo vicino, uno sguardo che rende visibile quello che l’abitudine tende a cancellare. Saranno molti i fotografi italiani ad addentrarsi in questa direzione, trasformando l’atto del guardare come atto etico ed estetico, una pratica fondata sul tempo, sulla permanenza, sulla pazienza dell’osservazione.

A partire dalla grande fotografia documentaria del Novecento, dalla linea di discendenza Eugène Atget-Paul Strand-Walker Evans-Lee Friedlander, fino ai New Topographics e ad altri autori americani contemporanei, questa responsabilità dello sguardo trova un saldo riferimento nel lavoro del fotografo americano Robert Adams, spesso citato in questi saggi. Le sue immagini, sobrie e prive di enfasi, mostrano come il paesaggio contemporaneo, segnato dalla presenza umana e dalle sue trasformazioni, possa essere osservato senza nostalgia né giudizio, ma con lucidità, rispetto e misura.

Questo modo di fotografare e di guardare alla fotografia è un modo di stare al mondo, una forma di cittadinanza. Non tanto concepire paesaggi immaginari, miti e retoriche, quanto imparare a pensare e progettare il nostro abitare quelli che già esistono.

Roberta Valtorta
Scritti 1983-2024. La fotografia e il paesaggio
Electa, 2025
336 pp., € 34

In copertina: Mario Cresci, Salandra, Campo di calcio, 1982

Silvia Cammertoni

Silvia Cammertoni

È dottoressa di ricerca in Studi Comparati. La sua inclinazione per la forma breve l’ha portata ad approfondire la scrittura saggistica, studiando soprattutto letteratura italiana contemporanea, critica letteraria ed estetica della letteratura. Sempre in cerca di analogie e contatti tra diverse discipline, coltiva numerosi interessi con attenzione particolare alla fotografia e alla storia della moda. Collabora con “Alias”.

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