Piccola Collezione Portatile


IX prose da immagine
1985-2020
più un haikupoemetto

[…] Corpo è il confine entro cui restringermi, luce è lo spazio, sono le mani che tastano confini, sono le palpebre le mani che tracciano i confini, è pelle ciò che mi delimita i confini, sono le mani che mi rinchiudono in uno spazio, è lo spazio che è il mio e dell’esterno e del mio interno, da fuori a dentro, cioè … la pelle dico che si allarga già tesa sono i confini del corpo, quello che forza i confini le mani che si tendono a trovare i miei contorni che sono i confini che ancora reclamano spazio ancora nuovi confini … corpo del mio corpo lo spazio che reclama altri contorni altro corpo cioè corpi altri corpi per far vero, ecco, il mio spazio … dal fondo residuo del mio spazio del mio corpo, il tatto che s’affonda in altro spazio di cui la resistenza è prova, che il mio tatto tasta e trova, insorto dal mio limite spazio il confine che si allarga in altro corpo … e ancora spazio quello che provo sulla pelle la camicia che si scalda sulla pelle il calore emanato appena fuori la camicia il calore che indossata si condensa, che svestita si disperde, così dunque il confine, che si allarga, il calore, si perde, il confine, nelle veglie dico incostanti del corpo … così si trae il mio corpo su un puntiforme spazio del pensiero, o defluisce sopra le vicine cose, sopra il pulsante spazio delle cose intorno, su quel pulsare che dal proprio spazio dalle cose si declina si sconfina

Il punto che pulsa in attesa su altro schermo, stabile sullo scrittoio disfatto, più non rimanda, qui, se non il tempo che non giungerai a colmare, gora d’identico che inghiotte e ti richiama. Punto senz’anima: che attende di riempirsi: sacca di tempo testo mai tessuto mai scoccato ove un nulla già s’ingravidi sospeso – prima che il tasto vada giù, sospinto dallo stimolo tattile, per binarie ricomposizioni onde gèmino il senso dalla punta dell’indice prenda direzione. Ma invece, ancora, un punto, muto un punto, ansioso sul display, che ti chiama, galleggiante fra i chiari liquidi cristalli, bersaglio che si sposterà nella casella ulteriore a misura del suo essere colpito, colmato; un fuoco… che sei tu, poi tu, àlgido t’ardi non messo a fuoco, il dito non s’allunga per lo stimolo, le gambe ti trascinano lontane, e poi ancora verso il fuoco che non ti forerà, dentro l’attesa insaturata, la pupilla che si allarga, l’ora che si espande, e sei lontano, nel fuoco che non c’è, da te lontano nell’indistinta quiete, ecco, dell’ansia. […]

[…]

TRACCE. Perché transeunte è detto quello che passa: trascorre: transita. Quello che va, quello non ha luogo ma transita dall’un luogo all’altro incessantemente — infallantemente transito è il suo luogo. Le tracce pattumate fra l’uno e l’altro transito s’imprimono sulle retine; così assuefano di loro tossine insublimate le tracce. Transita ciò che si consuma ma consumatosi deposita una traccia. Traccia d’una traccia. Solco più secante di qualsiasi rétina. Resto segnato di una transe. Fiamma ossidrica a forare: tracciare: segnare. Quella traccia, ecco, noi siamo. Depistante traccia. Acceleratamente. Cannibalizzando dunque. Tracciato. Cioè rampicando. Sopra questi stracci. Di questo medesimo narrato. Questo narrato. Dilacerato braccio. Narrato fatto oggetto. Consumazione è, dunque, la nostra persistenza come transiti: cenere che di noi resta fra l’uno e l’altro dei polpastrelli, che sfreghiamo.

TINGUELY. Quando poi il fumo si fu diradato nell’infinità dei crolli, si poté vedere nella sua interezza la macchina tremare e fremere. Nuovo fumo, e anche fiamme, emersero allora dalla cassa del piano, mentre questo batteva ancora la sua funebre marcia su tre note. Fu allora che lo schermo si accese, e lanciò rumore, bagliori, poi ritmi incongrui da radio commerciale. Un costante ritmo sepolcrale batteva sulla vaschetta della lavatrice rottamata; l’estintore, che in condizioni normali sarebbe partito precisamente al diciottesimo minuto, fece però cilecca: le fiamme sparse da ogni lato, avevano fatto saltare il collegamento, un denso fumo nero si levava dalla grande macchina. Ormai, gli strumenti a percussione erano tutti in funzione, e il rumore, tra le fiamme sempre più alte e le sirene dei soccorsi in arrivo, s’era fatto potente e insostenibile.

[…]

DA CAMERA. La strumentazione comprendeva inoltre un ventilatore elettrico, una ruota di scorta vorticante su di un perno, tre sirene di fabbrica disposte su tonalità e coloritura differenti (tenore, soprano, contralto), e una palla di gomma macinata dentro un tritatutto.

DILUVIO. E i cadaveri si caveranno dalla terra, e di movenze ineleganti cacceranno via dal mondo un numero incalcolabile di cose vive. Corpi senz’anima moventisi di loro stessa inerzia a generare nuove innumerevoli morti. Nel cielo parrà vedere rovine nuove levarsi in volo a stormi, e poi dal cielo medesimo fuggire le fiamme scagliate dal suo sommo, esterrefatte. E le rovine degli alti palazzi sollevare gran polvere nelle città: acqua a turbine, in forma di fumo o di ravviluppate nuvole contro agli scrosci: acqua, poi ringorgata acqua, a turbine sull’Oceano che la racchiude: e con ritrosi revertiginosamente sugli obiettivi più diversi percuotendo, baaamm, riverberata in aria con la schiuma di fango, e crollandosi ancora rifrangersi l’acqua percossa inversa su nell’aria, come una onda. Revertiginosa dunque. Ritrosi di venti, rimulinata pioggia, rami e alberi mescolati all’aria. Aria metallica a centrifuga, vrooomm!!!, acqua sui bordi dell’aria, scuotersi riverberanti venti, aspirante turbine innestato dell’aria. Vrooomm. Haaashh. Ghiaccio: ghiaccio. Immensi si vedevano lastroni di lamiere, cariche di viventi, che impetuosamente i venti mulinavano lontano per chilometri fino a svanire a fragoroso impatto. Distinguevi il moto dell’aria dal moto dei ghiacci e delle polveri: che non il moto d’aria, ma il moto delle cose portate da quel moto è quello che appare nella sentita trasparenza. I cadaveri già levificati si levavano allora dal fondo delle acque, nel moto delle onde, e si sbattevano l’un contro l’altro come palloni rifrangendosi; rivoltandosi. Vento, oscurità, forze dei mari, diluviare, acqua, acqua, incendi lungo il bordo, nubifragi, maremoti, rovine, città da radersi al suolo. Venti revertiginosi carichi di acqua, tronchi d’albero, umani ululanti sull’aria. Tronchi fatti a pezzi dal vento, indistinguibili dalla gente che vortica assieme ad essi.  E bagliori cupi filtranti dalle nuvole, a rischiarare le superfici d’una luce che non è vera.

INVERTITA. Ma c’è una prospettiva invertita, una prospettiva con la quale si costruì uno spazio fittizio, contro le leggi euclidee… poi c’è la prospettiva rovesciata dei russi, e non parliamo poi della prospettiva dall’alto giapponese, la prospettiva a cinque punti, a stecca… la prospettiva di da Vinci, la prospettiva aerea che elimina la prospettiva lineare… una sintassi esplosa, oppure implosa? moltiplicata, o rovesciata? obliqua, o parabolica, o prospettiva schizomorfa?

[…]

CALORE. Sulla plaza commerciale, ove tutto si espone il consumabile in consumato e anche ciò che già consumato non cessa di consumarsi, fra le sculture sonore in diffrazione e i demoltiplicabili rispecchiamenti delle superfici vetrate, auto anni ‘70 incidentate, deserte di conducente è presumibile, giacciono ma coperte d’una spessa, pesa glassa d’asfalto — farcitura metallica di quello che le consumò, ciò stesso che esse consumarono chilometro su chilometro, corsìa dopo corsìa, lisca su lisca, fino al programmato limite fisiologico, per quindi scarburarsi sotto alla colata. È come se (è Orfica che pensa) è come se qualcosa di molto caldo fosse successo di veramente molto caldo, dico di quasi incandescente, tipo lava colata sugli obbrobri urbanistici da basso al Vesuvio oppure all’Etna, per dire. Dove la tecnica su di sé collassa: è l’eternare l’elemento meccanico e tappezzato, per l’eterno intenebrarsi di Memoria; dalle linee sovrapposte di lamiera e asfalto, un calore cieco cova e ribolle.

[…]

Un giorno, cioè adesso, credo che tutto è sbattuto da dentro come nella quiete centrifuga che segue l’ultimo risciacquo quando ci stai dentro. Cioè come se tu ci stessi dentro a quel risciacquo. Veramente tu ci stessi dentro non qui. Dentro come se i panni fossero veramente noi stessi. Dentro l’inerzia rotatoria d’un bucato prima che l’oblò venga spalancato e quella specie di placenta tutta tessile si fori. E che tutti i panni, che sono i soli pezzi di te che io sappia veramente, quelli restino appiattiti sul bordo del cestello per un attimo, e poi debordino sul pavimento a gelatina come da un catodo messo a nudo. Un giorno credo che tutto nuota dentro l’oblò tale e quale a un feto che muove la bocca senza emettere suono, mentre sogna dentro l’ecografia del tuo sogno. Da dentro al cestello inox. Sul bordo della stanza. Prima di spiaccicarsi sul pavimento. Aspirato via. Tipo un rosso d’uovo. Sogna il suo stesso suono. […]

Maravigliosamente vacuo agli occhi di chi vi abbia accesso, dietro la chiave che lo serra, schiacciato da un soffitto angelico di tela, è il reparto «Libri proibiti» de la istoriata biblioteca certosina. Non più dell’impressione dei volumi polverosi, risucchiati via tutti verso remote Capitali, portando via con sé il carico della loro letteratura oscura, enigmatica, paradossale, da cui sprigiona impercettibile come un sentore di muffa, simile a quello che sembra emanare dai sepolcri vuoti, abbandonati nelle corti suburbane. Ma, se vi armate di uno specchietto, minuscolo al punto di poterne penetrare le fitte maglie di ferro che confinavano quei volumi ora disparsi, sul fondo della libreria voi troverete inciso, all’inverso, e in caratteri infinitesimi, questa iscrizione semplicissima:

V.I.T.R.I.O.L.:

§

«Visita Interiora Terrae
Rectificandoque
Invenies Occultum Lapidem»:

§

È dal vento che prenderà a spirare non appena voi abbiate a fermare il Laser delle pupille sopra l’occhio occulto della lettera O, e per le labbia sibilandone l’oscurità della pronunzia, è da quel vortice che, consumata in pomice o riesplosa in lapillo, la pietra opaca del corpo prenderà a discendere il canale della sua propria risalita, e traspirare in cristallo novissimo sonante dalla fulminea opera dei giorni: corpo nero che si sgretola a formarsi: sì alta è in Terra – de la spirale di sue gravitazioni o sia de l’ansimo – alta, del Verbo, la Trivella la Carne Ascensionale:

Sei, sotto il centro d’un piano. Nella sacca di terra, nel cuore di zolla, grasso. Nell’assordarsi del respiro, nel battito di vena. Nel segnale che si risintonizza a tratti, dell’effigie che ti rèplica. Il tremore.

Chiuso, come, in un sacco, umido, immagina di essere. In un tumulo un fondo d’imbuto. Nell’ombelico del pozzo, nel centro asciugato del padule. Che estingui.

E avvolto, nel velluto a fior di superficie, d’un così tenue stagnarsi: e circuitarsi, fermo, nel liquido-cristallo. Nell’estensione dei solchi, su cui i liquidi, lenti, affiorano, si allargano.

Nella frana lenta dei detriti, lo spianarsi dei limi.

E che più grasso irrighino lo spandersi delle fermentazioni, come nella simulazione da abitare interminata, entro lo sfrigolìo chiuso dei pixel, che accatasti. […]

[…] Elettrico spirito che scavi questo tunnel lunghissimo nella pancia del tempo questo intestino che si fora cieco, come per un echeggiarsi di galassie, tu artigli di tigre, tu denti di squalo. Sento il fragore d’insetto che mi trivella per passare i contatti, perché il mondo non resti nell’oscurità. Rapace che vieni ogni volta alla fine di un’epoca ad artigli spalancati, e riaccendi i contatti e li colleghi all’epoca che ancora le succede: riportami alla cenere che bolle della storia, infine illumina delle tenebre della storia che non dovrà finire, quest’asfissia assurda di cui siamo generati: risalendo i canali dove corrono le resistenze, trascinandoci con le spalle rivolte alle epoche in arrivo, perché ogni volta, asfalto o nebbia, fiato o placenta, argento o pixel, e fluido a scrosci, grana, noi, dobbiamo uscire nella luce che c’incùba.

Una città nasce dalla sua materia; dal profondo, sottopelle, una sirena ctonia si rovescia, si solleva, riversa la sua anima di friabile fuoco sull’idea della superficie, la sua mobile arenaria, di taglienti cristalli, una morbida grana.

Anzi, non è superficie; la città è la bocca d’un vulcano, quello che si semina sulle dune, i ventri, i rettifili, è il suo pensiero eruttivo, e solidifica dalla colata delle epoche, si riedifica senza dei lapilli che da millenni la inceneriscono.

Le pietre della città sirena, sono la pietra, sua materia unica e sempre mobile, e ribollente e tanto liquidamente e pirica, nel continuo dello scindersi moltiplicarsi per sua forza ustoria. Per la forza estrattiva, eruttiva, dei secoli, la città, al suo cuore, è un levigato geòde; una collana di spechi ricca e densa, come una pietra inversa che spalanchi, da sotto, il globo d’un suo sguardo frastagliato. Come in attesa che ciò che ne è emerso, tanto frastagliato e multiforme, vi si ringoi per tratti in un improvviso di voragini.

Ciò che si trae in superficie dalle cavità inferiori, porta in sé la memoria del vuoto che s’è ingenerato per riempire, ricoprire ogni interstizio del mondo di sopra; e il vibrare remoto di cassa armonica, l’oro spento della sua risonanza senza limite, il suono sordo della pietra. La lente esplora il fondo della cava, nel suo pieno tradursi in superficie; spinge e scava dalla profondità degli angoli. Così i cristalli, blocco su blocco tagliano il poliedro di tufo, l’enciclopedia dell’anima emersa, ruotano le sfere d’una Partenope silente; posto sul punto ottico della vertigine, e del ringhiottirsi nell’idea della materia, il suo ondoso fermento minerale. […]

Abito una capanna di fibra, nel cuore della foresta che si arretra.

Non c’è vento intorno se non le correnti della cenere, che di lontano si sollevano dal cerchio delle lunghe combustioni. Un tappeto di braci, la pelle viva del bosco; lo sfrigolìo, che sottocute non smette di vibrare, più sordo. Dal lembo di pianeta che è questo, nuvole a sbuffo, circoli di fumo, sulle volte fondono a un cifrarsi breve dei segnali, spiaccicati nell’alto come uccelli di carbone.

Abitando la bolla il centro dell’assedio, la fibra a tratti che si accende per ricevere, replica l’inerzia e flette, degli esorcismi che ci tennero. Di lontano le lingue, della fibra, penetrano; più acuti, dietro le resistenze di rame, dalla mia conca foderata di arcani, sento a giro crepitare gli aliti dei contagi.

Così ogni capanna ogni guscio, nel gemito della foresta che l’avvolge, allacciato il cavo alla polla sottotraccia, capta la sua onda flebile la vibra per il ceruleo corso tutto dalle vene di fiamma. Così la scia, saettata fuori, di particole rotanti, e invisibile di bocca in bocca si promana, diverge per la luce azzurrata dei cristalli.

Così specchiato all’essere, così nell’intermittenza, delle ombre delle voci. Così un vortice, alto un vortice un cono di micropunti può tenermi acceso, mi allaccia adesso al riapparire allo svanire delle ciglia delle tue parole, dietro il liquido specchio degli schermi. Suono e miraggio, nel fondo di spelonca.

Giù del concavo foderato di richiami, accecate le icone vibrano dal dentro, lungo la curva delle pareti illuminate. A fiore della pelle, come cablato un minuscolo serpente, soffice striscia il metallo della tua voce, spezza qui i riverberi di quello che c’è da dirsi ancora. Fin che ci sarà segnale.

Fin che parola a scatti ci circonda. Fino nel morso, elettrico un barlume ancora di parola. Solo un nastro esile di terra è rimasto a compattarsi difuori, tutt’intorno all’impalcatura di fibre; slittante striscia e isola, ed è laccio. Questa corona di polveri che cinge; e tiene ancora dai precipizi qui stretti all’assedio, senza che noi avessimo saputo.

Fino a che ancora ci sarà segnale, e che sordo il diluvio finirà di spegnerci nei suoi lieviti di cenere, più invisibile una tempesta di sillabe soffierà di noi dalle pupille spalancate, e bruceremo balsami contro il fuoco delle estinzioni.

[…] Il ruotare sovrapposto delle lenti, stringendo, allargando, la sonda, dal punto morto della Zona Fondiaria che qui s’era esplosa, disintegrando il suo torno alieno di esistenze, disseppelliva i fossili d’un più remoto agire e assorbito nel fondo del suo tempo nucleare, affondava, lama, dentro la quiete estranea di quella luce mediterranea adesso innaturale. Così lo scavo ottico apriva tunnel nelle stratigrafie di quanto s’era accantonato; esplorandone tessuti fibre vene arredi carni suppellettili, l’ombra che ne rimase impressa, come nel lampo radio d’una sindone, il cristallo focale d’un disincarnarsi nuovo. E intera ci si schiudeva allora dalla membrana di vetro, nei suoi lacerti le sue grame essenze, come un’archeologia del già scorso: che tratto via per un giro brevissimo di decadi, risucchiato indietro come in un canale latteo, per il magnete di un raggio, migrato in altri mondi da un così angusto grappolo di generazioni, collassava adesso sul suo punto di non ritorno, promanava a discontinue ondate il suo estremo, sfinito luccicore, irradiava a fasci brevi il suo ultimo carnevale di spettri. […]


La piccola collezione di scritture da immagine, tutte in prosa a esclusione dell’ultima, contiene tavole testuali (integrali o frammenti) composte fra il 1985 e il 2020 d’après, o più espressamente “per”, e anche semplicemente “ispirate da”, oggetti (e occasioni) di natura visiva. Alcune imitazioni, o espansioni, sono da considerare per natura più ibride: come la prosa a partire dal disco di Steve Piccolo Domestic Exile, 1982 (la grafica di copertina alla pari del vinile), poi inserita in Contatto; (una porzione del testo fu poi utilizzata da Giuliano Della Casa nell’ambito del progetto “Poesia di Terracotta”, Sorano-Venezia 1995); o il semi-monologo Washing Mashine (incluso ne L’album crèmisi), i cui input visivi sono almeno due, l’immagine “poster” di Roy Lichtenstein e le creature amniotiche della prima “nucleare” produzione di Mario Persico (ma è un disco dei Sonic Youth ad esser citato, e ripreso, più espressamente; e un ulteriore flash proviene da Teardrop dei Massive Attack, e specialmente dal video di Walter Stern); o ancora, la sequenza da Crema Acida, ispirata alla Hamden Plaza di New Haven e all’installazione permanente del Ghost Parking Lot (ma nella medesima sequenza sono esibite/manipolate altre canoniche fonti, come i diluvi di Da Vinci, oltre che Tinguely, e Cage) Il testo della capanna-cablaggio (titolo originale: Da una conca) scritto durante il lockdown della primavera 2020 su invito di Patricia Peterle e Andrea Santurbano per la serie video (youtube) di Krisis. Tempos de Covid-19 (poi divenuta libro, ed. Rafael Copetti), e ripubblicata, con note di “regia”, nell’e-book Poesia contra el bloqueo (ed. Argo), porta, introiettata, una memoria delle foto amazzoniche di Sebastião Salgado. Il preludio di Le strade che portano al Fùcino, qui (come nel libro – narrazione iconotestuale a tutti gli effetti) “espanso” da uno scatto di Otto Schwarz*, nella sua prima redazione nasceva come pubblico “resoconto” di un’azione di Cesare Viel, Progetto Bachmann (Roma, via Giulia, app.to di Fiamma Satta, 28 ottobre 2006; v. C.Viel, Azioni 1996-2007, a cura di Carla Subrizi, Silvana Editoriale 2008: dell’azione non vi è memoria per immagini, ma per i soli resoconti dei testimoni); ancora inserita poi tra i percorsi delle Strade, la prosa del fantasma elettrico venne composta per il booklet di cofanetto di dvd Rarovideo, La mutazione infinita di Tetsuo il fantasma di ferro (2004, a cura di Enrico Ghezzi e Donatello Fumarola), contenente la prima produzione di Shinya Tsukamoto, e s’ispirava al mediometraggio lo-fi Le avventure del ragazzo del palo elettrico (1987). La sequenza dei versi alchemici (di cui qui è presente la prosa sulla biblioteca ermetica, che a quella funge da preludio) venne composta invece nell’arco di cinque giorni nel corso del “ritiro” presso una cella della Certosa di Padula, in occasione della prima edizione (2002) di “Le opere e i giorni”, a cura di Achille Bonito Oliva, cui ero stato chiamato a partecipare per una ristretta sezione dedicata alla parola; l’immagine si riferisce alla scala elicoidale, di 38 scalini, che conduce all’antica biblioteca (da tempo, priva dei suoi preziosi volumi). Le righe per Partenope sono tratte da un testo di presentazione della mostra di Dilio Lambertini Le pietre di Napoli (Casina Pompeiana, Napoli, aprile 2019, e Scuderie Aldobrandini, Frascati, ottobre novembre 2019); quelle sulla Zona Fondiaria, da una sequenza per il volume fotografico di Steven Seidenberg (in preparazione per Contrasto, a cura di Carolyn White) Imaging Failure: The Abandoned Lives of the Italian South. Infine, la corona di (quasi)haiku, mentre dormi, che chiude la Collezione, venne composta per la sequenza fotografica Night Games di Stefano Cerio: i versi esposti a specchio delle dieci immagini di cui erano ecfrasi, in occasione delle mostre dell’artista Night Games (Galleria del Cembalo, Roma, maggio-luglio 2017), e Amusement Places (Villa Pignatelli, Napoli, giugno-luglio 2018), sono stati pubblicati infine, ma senza più le foto, nel n. 23 di «Smerilliana» (2020).

(1958), dopo l’esordio di "Dalle memorie di un piccolo ipertrofico" (Feltrinelli 1980, prefazione di Edoardo Sanguineti), ha pubblicato, ancora in prosa: "Coniugativo" (Corpo10 1984), "Crema acida" (Lupelli e Manni 1997), "L’album crèmisi" (Empirìa 2000), "Le strade che portano al Fùcino" ( Le Lettere – Furi Formato 2007); in versi, "Elegia Sanremese" (Bompiani 1998, prefazione di Manlio Sgalambro), "Contatto" (Cronopio 2002), "Geodi" (Aragno 2015); in critica-teoria, "La plastica della lingua: stili in fuga lungo un’età postrema" (Bollati Boringhieri 2000). Numerosi, a partire dagli anni degli’esordi, i contributi su riviste, plaquettes varie, cataloghi, siti web, volumi antologici e altre opere collettive, di cui diverse a sua cura (fra queste, "Bassa Fedeltà: l’arte nell’epoca della riproduzione tecnica totale", Bollati Boringhieri 2000), e in radiofonia. Nell'ortònimo (Pomilio), è docente di contemporaneistica presso La Sapienza, autore di diversi contributi otto-novecenteschi, su tematiche letterarie e intermediali.