Scimpanzé e altri umani

25.02.2025

“A me interessava un contenuto politicizzato dell’arte, nel senso di dire qualche cosa che fosse vicino alla realtà. Il mio lavoro in questi trentacinque anni” – diceva Sergio Ragalzi intervistato da Willy Montini, nel 2022 – “è tutto basato sulla forza e la vitalità dell’uomo. La mia visione è sempre stata basata sulla realtà della vita” [1]. È una dichiarazione di poetica che permette di comprendere il perché, allora, del riferimento al mondo non umano che compare così spesso nei lavori di Sergio Ragalzi (Torino 1951-2024), come nella mostra Tutte le nostre scimmie (presso la Galleria d’arte Niccoli a Parma), o in quelle degli anni passati, ad esempio le serie Origini, Farfalle, Insetti, Virus.

È un equivoco comune quello di credere che se in una immagine possiamo riconoscere un animale non umano – come negli scimpanzé bituminosi in mostra a Parma – allora il ‘soggetto’ di quest’arte sia il mondo animale, con tutto quello che ne segue, ad esempio che si tratti di un’arte che voglia attirare l’attenzione verso le specie a rischio di estinzione, oppure – peggio ancora – che metta a tema la questione dei ‘diritti animali’. Com’è noto gli animali non umani non solo non ci guardano ma se possono evitano il nostro sguardo (a parte gli animali artificiali, appositamente addomesticati per vivere con noi, soprattutto cani e gatti), al contrario siamo noialtri umani che abbiamo l’ossessione di guardarli; in effetti le sagome materiche di Ragalzi non sono rivolte verso l’osservatore, il loro sguardo è sempre altrove, laterale, indifferente.

Occorre forse partire proprio da questa indifferenza per muoverci fra i lavori di Tutte le nostre scimmie. Gli animali non ci guardano, gli animali non hanno bisogno di noialtri umani. Al contrario, sembra che non riusciamo a resistere al bisogno di guardarli e parlare degli animali. Siamo noi, appunto, che abbiamo bisogno di sentirci attenti e premurosi verso gli animali.

Sergio Ragalzi. Tutte le nostre scimmie, vista della mostra. Courtesy Galleria Niccoli, Parma

Gli scimpanzé di Ragalzi invece, in questo consiste il valore ‘politico’ di questi lavori, sono neri, piatti, indolenti. Stanno colando fuori dalla tavola, come a voler uscire del tutto dal nostro campo visivo, in un sovrano indifferente gesto di libertà. Ritroviamo in queste immagini tutta la forza della “realtà della vita” di cui parla Ragalzi. È un’espressione precisa, che va intesa alla lettera, la realtà della vita, la sua forza elementare, massiccia (Ragalzi è sostanzialmente uno scultore, ragiona in termini di volumi, di pieni e di vuoti). Una realtà che è reale proprio perché non ha bisogno delle parole, ché se un’opera non si spiega da sé, per così dire, se è necessario leggerne il titolo per ‘comprenderla’, allora è evidente che non è reale, che non ha intercettato la “realtà della vita”.

Si collega a questa esigenza ‘realista’ la predominanza nel suo lavoro del nero, perché il nero non è propriamente un colore, quanto l’assoluta assenza di luce, e quindi appunto l’assenza di ogni altro colore ‘colorato’. Il nero è il nero profondissimo degli infiniti spazi intergalattici. In questo senso il nero non è ‘qualcosa’, è piuttosto quello che rimane quando togliamo via ogni altro ‘qualcosa’. È il fondo ultimo delle cose, più indietro non si può andare, la realtà della realtà, appunto. Allo stesso tempo anche il nero, però, è qualcosa, infatti è un nero pienissimo e denso. Il paradosso è che Ragalzi voglia cogliere la “realtà della vita” non inseguendola nei suoi mille colori, al contrario, la cerca dove non penseremmo mai di trovarla, nel suo fondale affatto incolore. In effetti il nero, per contrasto, grida di luce e vita. E così questi scimpanzé sono tanto più vivi quanto meno lo sembrano, perché solo se riusciamo a non farci ingannare dalle parole, e quindi dall’ideologia, riusciamo a vedere il mondo. O meglio, riusciamo a permetterci di farci vedere dal mondo, ché queste sagome non ci osservano, proprio per invitarci ad esporci al loro sguardo senza occhi, spietato, indifferente, appunto.

Sergio Ragalzi. Tutte le nostre scimmie, vista della mostra. Courtesy Galleria Niccoli, Parma

Il nero di Regalzi, in effetti, “c’ha dentro una vibrazione” diceva ancora in quell’intervista, per questo riesce lo stesso a cogliere la ricchezza cromatica del mondo. In questo senso gli scimpanzé che ci osservano indifferenti nella mostra Tutte le nostre scimmie sono pieni di vita, pur essendo poco più che sagome, macchie scure su fondi biancastri, sporchi, pieni di macchie (“perché la maggior parte delle mie superfici è sempre sporca, perché è un’anti pittura” dice l’artista), perché vibrano di una vita inumana.

Una vibrazione che effettivamente ritroviamo nel contrasto fra pieno e vuoto che scandisce le tavole di queste scimmie, contrasto che è sempre stato un tema centrale nel lavoro di Regalzi, a partire dalla serie Ombre, ispirata alla celebre immagine di Hiroshima, dove su un muro della città distrutta è per sempre rimasta impressa l’ombra di essere umano investito e annichilito dall’immane ondata di calore dell’esplosione atomica. Quell’uomo non c’è più, è rimasta appunto solo la sua ombra, e tuttavia quell’ombra è ancora qualcosa: l’ombra come dice lo stesso artista, “è un po’ il sudario dell’uomo, dove la fisicità, la materia non c’è più, c’è solo più questa specie di velo che rappresenta l’uomo”.

In effetti se è vero che tutto il lavoro di Regalzi “è basato sulla forza e la vitalità dell’uomo” come lui stesso dice, si tratta in realtà di una forza e una vitalità mostrata indirettamente, come appunto nella serie delle Ombre atomiche: il pieno del corpo non c’è più, tuttavia è rimasta l’ombra, un vuoto che non è propriamente un niente, perché solo un corpo può oscurare la luce, solo un corpo può lasciare un’ombra su una superficie.

Torniamo così agli scimpanzé, che sono allo stesso tempo delle presenze massicce, corporee, quasi invadenti, ma in realtà sono piatte come sono piatte le ombre, che hanno solo due dimensioni, non sono altro che “una specie di velo” infatti, è lo stesso Regalzi a ricordarcelo. “Io prendo il negativo come elemento positivo” diceva in un’altra intervista del 2010: ecco allora il nero mortifero che si rovescia in un grido di vita (Regalzi si riferisce spesso alla celebre tela di Munch, un lavoro che secondo Massimo Belli, che ha scritto il testo critico che accompagna la mostra, lo ha influenzato moltissimo). Ma si tratta di un grido strozzato, che quasi non è un grido, un urlo nero, in effetti, silenzioso. Entriamo così nel segreto di queste scimmie, che non sono più animali, sono semmai movimenti di fuga, sono il desiderio di queste scimmie di smettere di essere “scimpanzé”, animali con un nome, cioè figure riconoscibili.

Sergio Ragalzi. Tutte le nostre scimmie, vista della mostra. Courtesy Galleria Niccoli, Parma

Che cosa sono, in effetti, quelle colature che dissolvono le sagome di queste figure, portandole quasi a sciogliersi sul fondo della tavola? E che cosa sono le impronte delle suole delle scarpe dello stesso artista che possiamo vedere in molti di questi lavori, se non un richiamo a non prendere queste scimmie come immagini di scimmie? Siamo di fronte ad una superficie calpestabile, in realtà, ci si può camminare su queste scimmie. Ecco perché non sono scimmie, propriamente. Ecco anche perché Regalzi può dirci che quello che l’ha sempre interessato è la “forza e la vitalità dell’uomo”. In questi scimpanzé non vediamo la forza del mondo animale, vediamo piuttosto il desiderio tutto umano di imparare a guardare il mondo con la loro stessa appassionata indifferenza. Vediamo, in fondo, un corpo, e in particolare il corpo dello stesso Regalzi che prima ancora di dipingere cammina le sue tele.

È di questo che ci parla Regalzi, allora, del corpo. E corpi sono, in definitiva, queste scimmie che non ci guardano, e che proprio per questo attirano i nostri sguardi indiscreti e in fondo invidiosi. Non un emblema dell’animalità, piuttosto il coraggio di tenere testa a quel nero che incombe da ogni parte, un nero vibrante, pieno di vita, ma nerissimo, appunto. Il nero pieno del corpo, forse è questo il segreto di questi animali che non sono animali: “mi sto sbagliando” – dice la voce narrante di Vicino al cuore selvaggio, di Clarice Lispector – “bisogna che torni indietro. Non provo follia né desiderio di mordere le stelle, ma la terra esiste ancora. Sì, perché la prima verità è nella terra e nel corpo. Se il brillio delle stelle mi fa male, se è possibile questa comunicazione lontana, è perché qualcosa che forse assomiglia a una stella mi freme dentro. Eccomi di ritorno al corpo. Tornare al mio corpo”.

Sergio Ragalzi. Tutte le nostre scimmie
Galleria Niccoli, Parma
fino al 28 febbraio 2025


[1] ultima consultazione 18/2/2025. Nel testo è citata anche un’intervista – consultabile su YouTube – intitolata “Intervista a Sergio Ragalzi”, del 6 dicembre 2010.

In copertina: Sergio Ragalzi. Tutte le nostre scimmie, vista della mostra. Courtesy Galleria d’arte Niccoli, Parma

Felice Cimatti

Felice Cimatti

insegna Filosofia del Linguaggio all’Università della Calabria.

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