Porsi come tema il dolce o la dolcezza fu un altro espediente per interrogare il paradosso, la contraddizione, il senso comune delle cose. Cos’è il dolce? Come lo definiamo, come lo pensiamo? Era il 1979. Nei primi mesi di quell’anno Baruchello cominciò a raccogliere materiali dalle fonti più diverse sul tema della dolcezza o, in francese, douceur. Pagine di enciclopedie, libri di fiabe e di cucina, Freud e Lévi-Strauss: il repertorio da cui attingere era, come in ogni opera di Baruchello, molto ampio. Sul soggetto del cibo Baruchello aveva già molto lavorato ma nel ’79 questo progetto assume un carattere più specifico, attraversando la storia, la politica, l’agricoltura e l’antropologia, le geografie del mondo, i riti e le tradizioni: barbabietole, miele, frutti dolci, creme, panna e soprattutto il latte, materno e animale, nelle più estese declinazioni che arrivano fino alla morte animale, diventano aspetti specifici di un nuovo interesse per l’alimentazione umana e animale. Come si sono prodotti, in natura e nella cultura, immaginari, usi e credenze relativi al sapore “dolce”?

A questo progetto il Centre Pompidou ha voluto dedicare un’attenzione speciale, con la mostra allestita fino al 10 marzo al piano 4 delle Collezioni; il titolo, ripreso dal progetto, è Doux comme saveur. In occasione del centenario dell’artista, la Fondazione ha promosso una serie di importanti iniziative che termineranno tra pochi giorni con un grande Convegno e una mostra. All’inizio del 2024, la Galleria Massimo De Carlo ha aperto la mostra Primo alfabeto, a cura mia e di Maria Alicata, concentrata su tre anni di ricerca di Baruchello, tra il 1959 e il ’62: dagli oggetti in legno o assemblati coi giornali piegati (una di queste opere venne esposta alla mostra New Realists, a New York, presso la Sidney Janis Gallery nel 1962) che sono poi confluiti, come immagini-segni di un linguaggio da inventare, nell’opera Primo alfabeto, fino a opere come Grande Palomar, pure del ’62, nelle quali assiste al passaggio al sistema peculiare di Baruchello di disseminare sullo spazio bianco della tela immagini e parole ridotte fino alla illeggibilità.
Il 2024 e l’inizio del 2025 sono stati mesi di lavoro molto intenso per la Fondazione Baruchello. Dopo la mostra a Milano e l’allestimento al Centre Pompidou, è la volta del convegno internazionale Il Possibile: Istruzioni per l’uso. Studi sull’opera di Gianfranco Baruchello (promosso, oltre che dalla stessa Fondazione, dall’Accademia nazionale dei Lincei, dalla Bibliotheca Hertziana e dalla «Sapienza» Università di Roma) e della mostra Gianfranco Baruchello. Mondi Possibili, che s’inaugura il 24 gennaio alla Villa Farnesina dell’Accademia Nazionale dei Lincei (in partnership con la Fondazione Baruchello e sostenuta dall’Associazione Amici dell’Accademia Nazionale dei Lincei). Inoltre il progetto 3 x 3 x 3, da me curato negli spazi della Fondazione in Via del Vascello a Roma ha presentato tre artisti, Fiamma Montezemolo, Dora García e Fritz Haeg, in dialogo con tre opere di Baruchello: la Psicoenciclopedia possibile (2020), il Multipurpose object (1966) e l’Agricola Cornelia S.p.A. (1973-1981).

Tutta questa successione di eventi e iniziative è l’occasione per nuove ricerche e approfondimenti: il modo migliore per mantenere in vita la ricerca di un artista che con il suo lavoro, e con la nascita della Fondazione (un progetto che abbiamo insieme deciso di realizzare nel 1998), ha precorso e proiettato nel futuro questioni, temi e riflessioni che continuano a risultare cruciali per il pensiero, gli immaginari, la sensibilità e la ricerca artistica e culturale della contemporaneità: l’ecologia, la storia, l’utopia, la filosofia. L’urgenza di affrontare tali temi, accanto a una fervida e mai assopita risposta a immaginare “mondi possibili” o immaginari inediti, restano punti di sollecitazione per il programma di attività della Fondazione. Non ultimo, all’interno di quanto si è promosso e ha costituito il lavoro di più di un anno (al Convegno si era cominciato a pensare già prima della pandemia) è da ricordare la ricerca che sta proseguendo e che confluirà nella pubblicazione del Catalogo ragionato di Gianfranco Baruchello, da me stessa curato.

La mostra da Massimo De Carlo, inaugurata l’11 gennaio 2024, ha aperto le celebrazioni del centenario di Baruchello. Come detto Primo alfabeto per la prima volta ha riunito le opere realizzate fra il ’59 e il ’62; il 1963 era presente soltanto con due disegni. La selezione è incentrata sull’idea di alfabeto e comprende quadri, oggetti e disegni, dai quali emergono gli aspetti formali e concettuali di una ricerca già peculiare. In questi anni Baruchello cerca l’impianto inedito di un alfabeto personale, che definisce “provvisorio”. Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta la ricerca sull’alfabeto trova risonanza con le ricerche di altri artisti anche molto diversi fra loro: da Jasper Johns a Piero Manzoni a Jannis Kounellis. Peculiare di Baruchello è però che questo alfabeto si riferisse al corpo e alla sfera affettiva: “Premetto che intelletto e sentimento non hanno più ragione di esistere come categorie distinte né le categorie hanno esse stesse più ragione di essere accettate”. Lettore di Freud, Joyce, Marx e Korzibski, l’a-categoriale Baruchello lavora a un alfabeto che si aggrega e si disgrega, provando varie formule di combinazione e giustapposizione. Il montaggio come tecnica finalizzata alla produzione di insiemi, più o meno complessi, di oggetti, è già presente in queste opere iniziali. E resterà sempre un concetto fondamentale nell’opera di Baruchello: nella pittura, nei libri scritti o concepiti come opere, nel cinema, nelle activity o nei grandi oggetti.
Il 25 ottobre 2024 si sono aperte poi le due sale del Centre Pompidou dedicate a due progetti di Baruchello: la prima presenta film e documenti relativi all’operazione A partire dal dolce, nella seconda si proietta il film Verifica incerta, realizzato nel 1964 insieme ad Alberto Grifi. L’allestimento, assai riuscito, è stato pensato da Philippe-Alain Michaud, curatore e responsabile delle Collezioni del Centre Pompidou di Parigi, insieme a Jonathan Pouthier ed Enrico Camporesi, curatori presso lo stesso museo; e consente di ripercorrere alcune tappe di questo straordinario progetto, insolito e pieno di deviazioni verso altri campi: psicoanalisi e sogno, medicina, fiaba, filosofia.

Dunque un artista italiano, che abita spesso a Parigi, decide di invitare a casa sua alcuni suoi amici per intervistarli sul tema del “dolce”, con l’ausilio della videocamera di Alberto Grifi. In poco tempo vengono messe insieme più di venti ore di registrazioni. Gli invitati sono Jean-François Lyotard, Alain Jouffroy, Gilbert Lascault, Noëlle Châtelet, David Cooper, Félix Guattari e Pierre Klossowski; ma anche operai immigrati, pasticceri dell’industria dolciaria, responsabili didattici museali, bambini ai quali viene chiesto di disegnare cosa sia per loro il “dolce” (compresa l’ultima figlia di Baruchello, Paolina, che nel 1979 ha quattro anni, insieme ad altri bambini della stessa età). Baruchello fa le domande, e alle risposte degli intervistati replica con ulteriori considerazioni; ne nascono dialoghi molto particolari, senza limiti di alcun tipo (tutto si svolge in un contesto domestico, con bambini che giocano, gatti che passano, gente che parla nelle altre stanze), svolti senza preparazione o una regia predefinita. Prima di ciascun incontro Baruchello mostra ai partecipanti un libro autoprodotto di circa 150 pagine, esito di un lungo lavoro di montaggio: ritagli da libri e da enciclopedie, appunti manoscritti, disegni. Questo libro in copia unica – in mostra al Centre Pompidou, insieme ad altri materiali e documenti d’archivio, allestiti in teche a parete – offre lo spunto per capire in che modo si volesse affrontare il tema della “dolcezza”.
Lo stesso Baruchello così descriveva, allora, questa sua operazione: “la scelta di questo film è stata influenzata dalla constatazione personale di assenza di dolce/dolcezza dalla propria vita e dal mondo circostante. Parlarne può essere stata, almeno all’inizio, un’attività non lontana dall’esorcismo. Da quel non chiaro umore iniziale, quella fame, quell’assenza, e dopo molti anni di attenzione al cibo e al rapporto sacro di questo con lo spirito, nasce dunque l’idea che il dolce sia il segno stenografico primordiale di ogni sapore derivante dall’atto di mangiare: latte materno, succo zuccherino del frutto, miele delle api, manna mandata al popolo di Dio nel deserto, ecc. Un itinerario che si complica, devia, si arricchisce dirama attraverso 150 pagine di un oggetto simile a un libro fatto di note, prospetti, disegni foto e fotocopie, ritagli non diversi nell’aspetto da altre precedenti operazioni para-letterarie, extra media da me fatte (per esempio il libro L’altra casa edito da Galilée con prefazione di Jean-François Lyotard questo stesso anno). Il libro, ma si tratta soltanto di fogli di carta sommariamente rilegati, si presta ad essere messo nelle mani di terzi cui chiedere cosa ne pensano sia del libro che, più generalmente, dell’argomento che sembra trattare. I terzi che sono poi un insieme molto difforme di filosofi, scrittori, poeti, pittori, operai, preti, bambini e forse anche, riuscendone a trovare qualcuno disposto a parlarci, uomini politici, militari, poliziotti, direttori di carcere o manicomio”.
Al centro dello spazio al Centre, oltre all’esposizione del “libro” e dei documenti, dispiegati su wallpaper sulle pareti laterali della Sala, prevede quattro tavoli bianchi con cavalletti, e sgabelli per poter ascoltare le interviste in cuffia: su otto monitor si possono seguire le diverse interviste. È come un tavolo imbandito, non di dolci ma di persone che riflettono sul sapore “dolce”. Sulla parete di fondo della sala c’è la gigantografia di una pagina del libro, dove si legge “Je m’intéressais aux idées”; su un’altra parete è proiettato un film del 1969 dal titolo In 47 secondi, nel quale un bambino (il figlio Giacomo) è invitato a mangiare un gelato nel minor tempo possibile. Il tema viene declinato in modi diversissimi; e spicca la bizzarria delle descrizioni che fa Baruchello, prima di intervistare i loro lavoratori, delle vetrine delle pasticcerie parigine: dolci con mandorle tostate e polverizzate, superfici pralinate e quant’altro, tutto viene descritto dall’artista con l’accuratezza di dettagli che connota in genere le descrizioni di opere d’arte. Qui però si parla di torte.
Premette Baruchello una considerazione sulla violenza dei mezzi tecnici usati dalla televisione e dal cinema, che impongono e precondizionano pose, espressioni, durate ecc. Nelle sue interviste invece si è scelta la massima semplicità, senza alcuna ricerca di forma estetica, per mettere tutti a proprio agio. Dunque i materiali non sono stati montati, in modo che a “parlare” sia pure la maniera informale di molte delle riflessioni registrate. Per esempio Lascault dice di essere completamente assillato dal “dolce”, mentre Lyotard sostiene che il “dolce” non esiste, e lo paragona al punto grigio di Klee. Sottolinea Baruchello come al “dolce” spetti la parte debole, in una dicotomia che si è fatta stereotipo culturale: il dolce è lo sciocco (non ha “sale in zucca”, si dice), è frivolo, leggero, forse superficiale. Guattari parla del “dolce” come di qualcosa che debba essere reincorporato e non separato alla vita; Jouffroy dice che la parola “dolce” lo fa pensare al contatto fra la pelle di due individui. Cooper e Klossowski arrivano a parlare di morte, putrefazione, sogni di succhi cadaverici.
L’operazione, condotta a suo tempo in più fasi e impiegando media differenti, viene presentata in questa occasione per la prima volta in forma integrale. Solo brevi estratti ne erano stati mostrati nel 1980 a Locarno, nell’82 nel corso delle giornate dedicate a Lyotard a Cerisy-la-Salle, e poi nelle personali e antologiche Cookbook (Parigi 2013) e Gianfranco Baruchello (Nizza 2018), a cura di Nicolas Bourriaud; infine a Modena, nel corso del Festival di Filosofia del 2018. L’integrale permette ora di ricostruire l’intera trama narrativa emersa dalle interviste, tra prospettive politiche, culturali, storico-artistiche, filosofiche, antropologiche, mitologiche, letterarie e psicoanalitiche.

Il convegno all’Accademia dei Lincei, che si articola su due giornate con l’intervento di trenta relatrici e relatori, ha richiesto che per circa un anno gli archivi della Fondazione Baruchello siano stati letteralmente “aperti” a ogni ricerca e interesse. Il lavoro è stato enorme e ha permesso di approfondire o individuare percorsi di studio inediti, forse come mai prima. Documenti d’archivio, testi, opere e materiali diversi, connessi ai temi affrontati dal convegno, sono stati individuati, fotografati e trasformati in pdf (alla Fondazione lavoriamo da anni anche a una “Digital Library”, in costante ampliamento, in connessione al Catalogo Ragionato), per essere distribuiti ai relatori. Promosso dall’Accademia Nazionale dei Lincei – con un Comitato scientifico formato da Roberto Antonelli, Lina Bolzoni, Piero Boitani, Carla Subrizi, Claudio Zambianchi e Alessandro Zuccari – in collaborazione con la Bibliotheca Hertziana (direttore Tristan Weddigen), «Sapienza» Università di Roma (Facoltà di Lettere e Filosofia con la Preside Arianna Punzi), e la Fondazione Baruchello, il Convegno ripercorre tutta l’opera di Baruchello, dagli inizi e fino al 2023, senza però osservare griglie rigide né in senso cronologico né tematico. Gli intrecci, le giustapposizioni, i dialoghi tra opere di Baruchello e opere di altri artisti, costruiscono un panorama complesso, fatto di echi e risonanze, di aspetti mai abbandonati nel corso di circa sette decenni di lavoro.
L’ultimo trentennio circa, a partire dalla nascita della Fondazione nel 1998, ha certo rappresentato un passaggio importante: in questo periodo ben sei mostre retrospettive hanno riproposto il lavoro di Baruchello, ponendo al centro l’interazione tra linguaggi e media. La mostra Certe idee, tenutasi nel 2011 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, a cura di Achille Bonito Oliva e mia, ha portato forse per la prima volta in mostra opere, oggetti, azioni fondamentali nel percorso sempre transdisciplinare e pluristratificato di Baruchello; sono seguite poi, nel 2014, le grandi retrospettive alla Sammlung Falckenberg-Deichtorhallen di Amburgo e allo ZKM di Karlsruhe (a cura di Dirk Luckow la prima, e di Andreas Beitin e Peter Weibel la seconda), quella alla Triennale di Milano (nel 2014-2015 a cura di Alessandro Rabottini, in collaborazione con il MADRE di Napoli), e poi nel 2018 le antologiche di Villa Arson a Nizza (a cura di Nicolas Bourriaud) e al MART di Rovereto (a cura di Gianfranco Maraniello).
La mostra che si apre in concomitanza del convegno (gli atti saranno pubblicati da Electa, inoltre un volume-archivio dei documenti utilizzati per gli interventi sarà edito da Arbor, casa editrice della Fondazione, mentre il Public Program in occasione della mostra si svolgerà in collaborazione col MAXXI) torna sull’idea del possibile. Gianfranco Baruchello. Mondi Possibili presenta una serie di opere in dialogo con le opere presenti nelle bellissime sale di Villa Farnesina. Inoltre un Giardino di piante velenose, parte della mostra, è installato negli spazi esterni a ridosso dell’entrata principale del Museo. Il dialogo è stato pensato come un fecondo corto-circuito tra le opere, anche andando oltre le intuizioni o le scelte dell’artista: iconografie, temi, narrazioni e sistemi culturali, storia e immaginari.
Esplorare il lato invisibile della storia (dell’arte) e degli immaginari, vuol dire lasciare che le opere dialoghino tra loro, così che il non detto di un’opera non dipenda solo dal non averla ancora vista o letta, ma possa essere una scoperta che resta sempre a venire. L’opera è un oggetto che continua a cambiare nel tempo: la sua narrazione si trasforma in relazione a ciò che colui che guarda “vede”, perché le condizioni per “vedere” sono cambiate. Le opere sono quindi, e questa mostra vorrebbe dimostrarlo, oggetti sensibili e “teorici” (come ha ben detto Mieke Bal), non qualcosa che si possa o debba spiegare (più volte Baruchello ha affermato di fidarsi più dei bambini che non chiedono “cosa significa” o “cosa “rappresenta”): sono oggetti che si possono capire nel tempo e col tempo, a partire da prospettive e sensibilità differenti. Potranno dunque la Loggia di Galatea e Il Fiume di Baruchello entrare in un dialogo inedito, in grado di rivelare aspetti ancora inconditi dell’una e dell’altra? Così sarà anche con le altre opere di Baruchello a Villa Farnesina: un’opera su plexiglass, Oh Rocky Mountains Columbine, nella Saletta Pompeiana, la Casa in fil di ferro nella Sala del Fregio, le quattro opere della serie Murmur nella Loggia di Amore e Psiche, la proiezione La storia ci guarda, il Rilievo ideale (la cui immagine è stata scelta per l’identità visiva della mostra, realizzata da Bahut Studio) in una delle Sale in fase di restauro per riscoprire antichi dipinti sottostanti le pareti, il Monumento ai non eroi, nella Sala di Alessandro e Rossane.

Imminente è anche l’uscita, da Electa, di un’edizione completamente rivista della monografia Gianfranco Baruchello. Certe idee, a partire dal testo che avevo realizzato in occasione della mostra del 2011. Dopo quindici anni di lavoro, anche per il Catalogo Ragionato, sono tornata a quel testo con una prospettiva differente che ha lasciato depositare i dialoghi reali e continui, con Baruchello, in pagine di riflessione e rilettura (a loro volta incessanti, negli ultimi due anni) di testi, cose fatte, progetti in corso. Sia il convegno sia il mio libro si concludono col progetto Beatrix, avviato nel 2020 (anche se l’idea era nata l’anno precedente) e tuttora in corso. Il progetto prevede la cura di circa settanta piante di quercia, cresciute in un campo destinato, prima dallo stesso Baruchello e poi dalla Fondazione. a diverse colture: mais, grano, girasole. Ora le Querce sono alte dai tre ai sei metri, hanno un diametro di circa dieci centimetri, e continueranno a crescere fino a formare di nuovo un bosco. Con Beatrix la riflessione sul tempo vegetale coincide con una riflessione sul tempo che trascende l’identità personale: l’albero vive più a lungo dell’essere umano. Si può così ripensare la coesistenza fra specie umana e mondo vegetale, ma anche la possibile metamorfosi dell’una nell’altro. Nei prossimi anni tutte le idee di cura e sostegno al ridiventare bosco diventeranno fasi di ricerca e studio e ipotesi: al fine di mettere in pratica un pensare ecologicamente che valga tanto per gli artisti che per gli storici dell’arte.
In copertina: Gianfranco Baruchello, Rilievo ideale, 1965 (dettaglio)
