La fabbrichetta di Kafka

21/02/2024

Un socio in affari

Nel 1910 l’imprenditore Karl Hermann (1883-1939), luogotenente di riserva e figlio di un agricoltore della Repubblica Ceca, decide d’imbarcarsi in un business promettente: aprire la prima fabbrica d’amianto a Praga, nel cuore dell’Impero asburgico. Non avendo fondi sufficienti, decide di parlarne col futuro suocero, prima di sposare, il 27 novembre 1910, sua figlia, la ventunenne Elli. Hermann vorrebbe utilizzare la dote di Elli non per il ménage domestico, com’era solito fare all’epoca, ma per la fabbrica. L’investimento è consistente, che fare, si chiede il suocero, fidarsi di questo membro della famiglia acquisito? Malgrado il matrimonio sia combinato, Hermann mette tutti d’accordo: la figlia e la madre lo trovano attraente e il padre ne apprezza quello spirito d’impresa che scarseggia in suo figlio. L’operazione resta tuttavia rischiosa e, per tenere la gestione dei fondi nel sacro cerchio familiare, il genero li trasferisce direttamente a suo figlio, che diventa socio in affari della nuova impresa industriale. L’accordo è siglato dal notaio l’8 novembre 1911 – “Tutto il pomeriggio dal dottore (avvocato) per via della fabbrica”[1] –, la fondazione ufficiale il 16 dicembre 1911. Così nasce la Prager Asbestwerke Hermann & Co con sede a Boriwogasse 27 a Žižkov.

Questa vicenda sarebbe del tutto insipida, una nota a pie’ di pagina in una storia industriale europea al tempo della Prima guerra mondiale, e non giustificherebbe questo lungo articolo se non fosse per un particolare: che la Hermann & Co non è altro che la Hermann & Kafka. Già, perché Elli è la sorella di Franz Kafka, e l’ignaro Hermann entra in affari non solo col suo cognato e coetaneo ma con uno dei più grandi scrittori europei del XX secolo.

da Die Welt, settembre 1913

Sulla carta non si tratta di una mossa avventata: Kafka, allora ventottenne, è un esperto di prevenzione dei rischi sul lavoro, assunto all’Istituto di assicurazioni operaie contro gli infortuni sul lavoro per il Regno di Boemia (dal 30 luglio 1908 al 1922, per sei ore al giorno, dalle 8 alle 14, sei giorni a settimana), dopo esser stato impiegato ausiliario alle Assicurazioni Generali (ottobre 1907-15 luglio 1908, per dieci ore al giorno, dalle 8 alle 18, sei giorni a settimana ma a volte anche la domenica, con 14 giorni di vacanze ogni 2 anni, periodo e luogo fissati dalla direzione! e le sere trascorse a studiare italiano nella prospettiva di un trasferimento a Trieste)[2].

Ma di amianto Kafka non sa assolutamente nulla, e nulla ne sa l’ambizioso Hemann. Decidono così di affidare la gestione a un tedesco, che guida un organico di venti/venticinque operaie e operai in un immobile modesto di due piani accessibile dalla corte interna, con quattordici macchine alimentate da un motore diesel 35 cavalli mediante cinghie di trasmissione. Producono materiali ignifugi e isolanti, protezioni resistenti al calore, soprattutto premistoppa, elementi metallici che proteggono le guarnizioni.

Richiesta di impiego di Franz Kafka, Praga, 2 ottobre 1907, ph. Duccio Zennaro

Ricerca di fondi

Ecco la storia di come Kafka si ritrovò co-proprietario e amministratore di una fabbrichetta di prodotti d’amianto senza saperne nulla, che è il meno, e  soprattutto controvoglia, conducendo una doppia vita, diurna e notturna, da impiegato e da scrittore. Già seccato dal suo lavoro assicurativo, il nuovo incarico infatti gli ruba tempo ed energie per scrivere, perché la fabbrichetta si rivela da subito una grande scocciatura, una fonte di tensioni familiari e di rogne gestionali.

Gli affari infatti vanno male già qualche mese dopo l’apertura della fabbrica: le prime proiezioni finanziarie devono essere viste al ribasso e il capitale stanziato è insufficiente: “Mio cognato ha bisogno di denaro per la fabbrica”, appunta Kafka nei Diari (che rileggo per l’occasione) il 9 maggio 1912[3]. Kafka si trova costretto a redigere una richiesta di prestito indirizzata ad Alfred Löwy, l’amato zio materno che ha fatto fortuna in America. Molto probabilmente (la scoperta si deve a Stefan Litt, archivista alla Biblioteca nazionale di Israele)[4] è Kafka a pubblicare una pubblicità della Hermann & Co. su “Die Welt”, quotidiano sionista fondato da Theodor Herzl, pubblicato in occasione dell’undicesimo Congresso sionista di Vienna (settembre 1913) cui lo scrittore praghese partecipa tra mille perplessità.

Non illudiamoci tuttavia sulla reale implicazione negli affari della sua società, perché nei Diari a emergere è solo la frustrazione. Frustrazione perché, diamine, Kafka attraversa un momento produttivo a dir poco febbrile.

Insonne, prova a prendere sonno incrociando le braccia con le mani sulle spalle “sicché giacevo come un soldato con lo zaino” (3 ottobre 1911)[5], finché sono i suoi stessi sogni a impedirgli di prendere sonno: “Non posso dormire. Soltanto sogni, niente sonno” (21 luglio 1913)[6]. Ma scrive spesso fino alle due-tre di notte, a volte fino alle cinque, compensando con una siesta pomeridiana quando gli altri sono al lavoro. Mondano frequentatore di cabaret e locali praghesi dai nomi immaginifici (Trocadéro, Kuchelbad, Eldorado), conduce progressivamente una vita più tranquilla in cui assiste alle corse a cavallo, trascorre vacanze in sanatori naturisti svizzeri e tedeschi, organizza escursioni domenicali con Max Brod e Félix Weltsch nei dintorni di Praga, si distrae con nuoto, canoa[7] e qualche caffè letterario. Nello stesso periodo si fidanza con Felice Bauer, cui è dedicata La condanna.

Prager Asbestwerke Hermann & Co, vista dal retro, in: Klaus Wagenbach, Kafka, Pierre Belfond, Paris 1983

Una battaglia per l’esistenza

La carriera da imprenditore non fa per Kafka e finisce per disinteressarsi del tutto alla fabbrica lasciando fare al suo socio in affari e cognato Hermann. Al punto che, quando quest’ultimo viene a casa sua per discutere del business di famiglia col genero, Kafka resta chiuso in camera. Alla fabbrica si reca il minimo sindacale: due-tre volte al mese all’inizio, e una sola volta per un paio d’ore (novembre 1914), per gettare un’occhiata distratta al libro dei conti o al giornale della gommao per guidare gli ispettori, come il 28 dicembre 1911:

“Quale tortura mi reca la fabbrica! Perché ho accettato quando mi si impose l’obbligo di andarci a lavorare nel pomeriggio? Ora nessuno mi costringe con la forza, ma mio padre coi rimproveri, Karl col silenzio, e io col mio senso della colpa. Della fabbrica non so niente e questa mattina, durante la visita della commissione, giravo intorno inutile e come bastonato. Nego di avere la possibilità di intendere tutti i particolari dell’andamento della fabbrica. E quando anche vi riuscissi con infinite domande e molestando tutti gli addetti, che cosa avrei raggiunto? Di queste nozioni non saprei davvero che fare. Io sono adatto soltanto a funzioni apparenti, alle quali la dirittura del mio principale aggiunge il sale e l’aspetto di una prestazione buona e reale. Con questo sforzo inutile, in favore della fabbrica, mi priverei, d’altro canto, della possibilità di impiegare per me un paio di ore pomeridiane, la qual cosa porterebbe al completo annientamento della mia esistenza, che già di suo si va sempre più limitando”[8].

Un’ossessione, che non lo molla neanche quando, nel pomeriggio, cammina per riprendersi dall’ispezione mattutina e si ritrova sui passi dei “boriosi membri della commissione”. E poco importa che Kafka realizzi lui stesso numerose ispezioni nelle fabbriche (ad esempio la Ringhoffer) per conto del suo Istituto[9].

Certo, la tortura nasconde una forma perversa di piacere. Come per il suo lavoro principale – “Sono inquieto e velenoso […] Eppure in ufficio adempio per lo più il mio dovere” (4 ottobre 1911)[10] – Kafka è coscienzioso: “17 gennaio [1915]. Ieri per la prima volta ho dettato lettere in fabbrica. Lavoro senza valore (un’ora) ma non senza soddisfazione”[11]; “18 gennaio [1915]. Fino alle sei e mezzo sempre inutilmente ho lavorato, letto, dettato, ascoltato, scritto, in fabbrica. Poi, sempre la stessa assurda soddisfazione”[12]. Che tuttavia, già prima della fabbrica, rende le sue domeniche improduttive: “Domenica, 19 giugno 1910, dormito, destato, dormito, destato, vita miserabile”[13].

L’amministrazione e la scrittura sono e resteranno due attività incompatibili. Il 19 febbraio 1911 scrive: “L’ufficio ha verso di me le più precise e giustificate esigenze. Salvo che per me ne deriva una terribile vita doppia dalla quale non c’è probabilmente altra via d’uscita che la pazzia”[14]. Sulla stessa china il 19 gennaio 1915: “Finché dovrò andare in fabbrica non potrò scrivere niente. Quella che sento deve essere una speciale incapacità di lavorare, simile a quando ero impiegato alle ‘Generali’. Il diretto contatto con la vita del guadagno mi toglie, benché interiormente cerchi di partecipare il meno possibile, ogni orizzonte, come se fossi in una stretta gola e per giunta vi tenessi la testa bassa”[15]. Trovo solo un passo in cui Kafka in uno slancio si sprona: “31 luglio [1914]. Nel pomeriggio dovrò essere in fabbrica, non abiterò più a casa […] Ma scriverò, nonostante tutto, assolutamente: è la mia battaglia per l’esistenza”[16].

Ingresso su strada della fabbrica di amianto, Boriwogasse 27

Polvere d’amianto

Le condizioni di lavoro sono terribili. Kafka se ne accorge visitando la fabbrica il 4 febbraio 1912 e lasciando nei Diari quello che resta il passo più conosciuto della vicenda:

“Le ragazze coi loro abiti sciolti e insopportabilmente sudici, con i capelli scarmigliati come al momento di svegliarsi, con l’espressione del viso trattenuta dall’incessante rumore delle cinghie di trasmissione e dalla singola macchina, automatica bensì, ma incalcolabile nei suoi arresti, non sono creature umane; nessuno le saluta, nessuno chiede scusa quando le urta, se sono invitate a fare un piccolo lavoro lo eseguono ma ritornan subito alla macchina; con un movimento del capo si indica loro dove devono intervenire; sono in sottoveste, in balia del più piccolo potere e non hanno nemmeno abbastanza cervello tranquillo per riconoscere questo potere con sguardi e inchini e conquistarne la simpatia. Quando poi sono le sei e se lo comunicano a vicenda, si sciolgono il fazzoletto dal collo e dai capelli, si spolverano con una spazzola che fa il giro della sala ed è invocata dalle più impazienti, si mettono la gonna infilandola dalla testa, e quando alla bell’e meglio hanno le mani pulite finiscono, nonostante tutto, con l’essere donne, sanno sorridere ad onta del pallore e dei denti guasti, scrollano le membra irrigidite, non si può più urtarle, guardarle o fingere di non vederle, ci si adossa alle cassette unte per lasciar loro via libera, ci si leva il cappello quando dicono buonasera e non si sa come prenderla quando una tiene pronto il nostro pastrano per aiutarci a infilarlo”[17].

Alienate fino alle 18, le operaie rinascono, ridiventano individui e corpi scissi dalla macchina non appena finito il turno di lavoro. All’interno tuttavia non indossano neanche una maschera di protezione e le loro divise si riempiono d’amianto. Oggi Kafka sarebbe processato (l’ennesimo processo!), ma all’epoca era sconosciuta la natura cancerogena delle polveri e delle fibre di amianto, minerale molto diffuso nell’industria[18].

Che l’amianto abbia peggiorato i suoi problemi respiratori? “10 agosto [1912]. “Scritto niente. Sono stato in fabbrica e per due ore ho respirato gas nella sala dei motori. Energia del capomacchina e del fochista davanti al motore che per un motivo inesplicabile non vuole accendersi. Fabbrica miserevole”[19].

Le sue incursioni alla Hermann & Co. sono infine occasioni di attraversare in tram il quartiere popolare di Žižkov, abitato soprattutto da famiglie d’operai ceche. Attraverso i vetri osserva le vetrine dei negozi in “una strada maestra con niente di umano se non la gente avviata verso casa, i lumi elettrici taglienti nella zona della stazione, impressi nella tenebra come un marchio, le ciminiere fortemente rastremate di un’officina del gas, un manifesto della serata di una cantante” (18 novembre 1911)[20].

Quartiere di Žižkov, 1920

Suicidi e altre tregue

Kafka continua a camminare sul filo teso tra il lavoro quotidiano all’Istituto di assicurazioni, le notti insonni e le tensioni familiari sulle sue negligenze verso la fabbrichetta. Finché la situazione precipita: Karl Hermann deve assentarsi due settimane per un viaggio d’affari, la gestione della fabbrica passerebbe di conseguenza al socio tedesco. Il genero è preoccupato: non si può lasciare nelle mani di uno sconosciuto e di uno straniero il capitale dei Kafka. Non c’è alternativa: Franz dovrà rendersi in fabbrica – nella sua fabbrica! – tutti i giorni. Persino la sorella Ottla, la più vicina a lui, la più anticonformista ed eccentrica, spesso in conflitto col padre a differenza della timorata Elli, è per una volta dello stesso parere.

Siamo ad ottobre 1912, Kafka sta scrivendo America e poche settimane dopo questo abile imitatore degli amici – “anch’io ho una grande capacità di metamorfosi che nessuno nota” (30 settembre 1911)[21] – comincerà La Metamorfosi. Come reagisce alla paternale? Malissimo, ovviamente. Il 7-8 ottobre 1912 scrive una lettera a Max Brod in cui, con una lucidità riflessa dallo stile terso, intravede due soluzioni: o la fabbrica o il suicidio! Da attuare di notte, ovviamente. Nel poscritto manifesta tutto il risentimento – ma chiamiamolo per quello che è: odio – per la sua famiglia. Quella del suicidio non è un’iperbole, perché già l’8 marzo ci aveva pensato a causa della Hermann & Co.: “Ieri l’altro ebbi rimproveri per via della fabbrica. Poi ho riflettuto per un’ora sul divano circa il balzo dalla finestra”[22]. E già il 2 novembre 1911, ma senza che la causa scatenante sia conosciuta: “Stamane per la prima volta dopo lungo tempo di nuovo la gioia di immaginare un coltello girato nel mio cuore”[23].

Preoccupatissimo, Brod butta giù di nascosto dall’amico una lettera di otto pagine indirizzata a Julie, madre di Kafka, riportando probabilmente i passaggi suicidari. La madre, con cui il figlio scambiava non più di venti parole al giorno (lo precisa Kafka a Carl Bauer, padre di Felice, il 28 agosto 1913 ca.), escogita un piano per far sì che non debba recarsi in fabbrica un solo giorno senza dir nulla al padre, evitandogli l’ennesimo cruccio. Gli farà credere che Franz svolge regolarmente il suo dovere, sostituito in realtà da Paul, fratello cadetto di Karl Hermann, che accetta di buon grado la proposta.

La defenestrazione resta giusto uno spauracchio e Kafka si rimette su Il disperso, poi su Il Processo e la Colonia penale – la Hermann & Co. sparisce dalle sue preoccupazioni o la trascura bellamente, come si evince dai diari e dalle lettere, come quella del 30 gennaio 1913 a Felice. Ma si tratta di una tregua, minacciata dai “rimproveri del babbo, per via della fabbrica” (19 dicembre 1914), come riporta il giorno dopo aver scritto il Maestro del villaggio “quasi in uno stato di incoscienza”: “Mi ci hai cacciato a passo di danza”, rimprovera il padre al figlio riguardo al business; “Andai poi a casa e scrissi tranquillo per tre ore, sapendo che la mia colpa è fuori d’ogni dubbio, anche se non è grande come la presenta mio padre”[24]. Per evitare ulteriori rimproveri, la sera salta la cena.

In ballo c’è senza dubbio l’ingresso del nuovo socio. Perché Paul Hermann è la persona sbagliata per risollevare il bilancio in rosso dell’impresa, e Reiner Stach (dalla cui straordinaria biografia di Kafka è possibile ricostruire l’intera vicenda)[25], lascia intuire che si trattava di un incapace, di un buono a nulla, oltre che di un infingardo verso i suoi datori di lavoro.

A fine novembre 1914 Paul ha prelevato in un trimestre 1500 corone dalla cassa della Hermann & Co., restituendone soltanto 400, perlomeno secondo il libro cassa, poco preciso sulle date; Kafka se ne accorge per caso in una delle sue sporadiche incursioni in fabbrica. È l’ennesima grana da gestire, come scrive in una lettera un cui stralcio è riportato nei Diari: “Tu hai la responsabilità del lavoro (e in fondo nient’altro che questa), io invece ho la responsabilità del denaro. La ho di fronte al babbo e allo zio […] ma, per motivi che sono anzitutto dentro di me, non posso intervenire”[26]. Paul si arrampica sugli specchi, raggira Elli e la infastidisce (oggi diremmo stalkerizza) davanti alle operaie affinché lo giustifichi davanti al fratello, racconta bugie.

Non solo: Paul è all’origine dell’ennesimo turbamento del fragile equilibrio di Kafka, per quanto indipendentemente dalla sua volontà: nel gennaio 1915 viene chiamato alle armi. Kafka intuisce che questa volta non c’è scampo e che, sventato il destino già una volta grazie all’intervento dell’amico Max Brod e della madre col suo inghippo familiare, non ha scelta: il 4 gennaio 1915, dopo aver scritto “Se non posso dar la caccia ai racconti durante la notte, scappano e si squagliano”, aggiunge: “E domani vado in fabbrica e forse, quando Paul sarà sotto le armi, ci dovrò andare ogni pomeriggio. Con ciò tutto è finito. Il pensare alla fabbrica è il mio costante ‘giorno del perdono’”[27].

Tutto è finito

Tutto è finito! Tutto è finito?

No, ma la scrittura subisce una brusca battuta d’arresto – Kafka è nel pieno della redazione de Il maestro del villaggio, Il sostituto procuratore e Il processo – e poco importa che Paul sia rinviato a Praga per una formazione militare dopo sole quattro settimane. Il processo resterà incompleto, e la fabbrica ne è responsabile.

Una fabbrica che resta una costante fonte di preoccupazione su più livelli, come si legge nel passo più esplicito lasciatoci da Kafka, forse parte di una lettera indirizzata a Paul Hermann:

“Non ho, si può dire, alcun interesse diretto alla fabbrica, ma tanto più un interesse indiretto. Non voglio che vada perduto il denaro che il babbo per mio consiglio e mia preghiera ha messo a disposizione di K. [Karl Hermann], questa è la mia prima preoccupazione, non voglio che vada perduto il denaro che lo zio [Alfred Löwy] ha prestato non tanto a K. quanto a noi, questa è la mia seconda preoccupazione, e non voglio neanche che vada perduto quello di E. [Elli] e di K., che è la mia terza preoccupazione. Del mio denaro e della mia obbligazione di garanzia non parlo nemmeno. Ma l’insieme non mi sembra affatto più in pericolo di quanto non sia in pericolo tutto, date le circostanze del nostro tempo” (25 novembre 1914)[28].

E le circostanze del suo tempo sono quelle belliche, che permeano la vita quotidiana al pari dell’umidità, sotto le sembianze di un evento come gli altri, come lascia suggerire un passaggio straordinario: “2 agosto [1914]. La Germania ha dichiarato la guerra alla Russia. – Nel pomeriggio scuola di nuoto”[29].

La fabbrica, è chiaro, va di male in peggio e la produzione stagna per una serie di concause: cattiva gestione, mancanza di capacità manageriale, difficoltà d’importare materie prime e di usufruire del mercato internazionale in tempi di guerra – è lo Stato ormai a controllare la produzione d’amianto. La bancarotta è imminente e nel marzo 1917 la Hermann & Co. chiude i battenti. L’estate dello stesso anno Kafka soffre di tubercolosi, che lo libererà dal matrimonio (definitivamente) e dall’Istituto di assicurazioni (provvisoriamente: lo faranno tribolare fino a giugno 1922 sollecitando la sua reintegrazione).

Ancora un cavillo

Che Kafka possa finalmente tirare un sospiro di sollievo? Così credevo, pronto a chiudere questa ricostruzione, quando per caso m’imbatto nella Lettera di risposta a un ufficio, penultimo testo di Confessioni e diari (l’ultimo s’intitola Della morte apparente), che mi era sfuggito prima d’ora. A sollecitare Kafka il 3 novembre 1922 è l’ufficio delle imposte di Praga-Žižkov, invitandolo a rispondere entro un lasso di tempo di otto giorni, “in caso contrario ne daremo avviso alla direzione distrettuale di finanza di Praga, che v’imporrà una multa disciplinare”[30], recita il burocratese familiare allo scrittore-avvocato.

Kafka aveva già risposto il 25 settembre a un invito a comparire davanti l’amministrazione nei tempi più brevi per dei ragguagli sull’ultimo investimento di capitale dell’industria d’amianto. Precisava altresì: i) che non poteva muoversi perché malato; ii) che, ad ogni modo, nessun fondo era stato versato dal 1914, quando entra in società Paul Hermann; iii) che la società è stata liquidata nel 1917 e che, ergo, iv) da cinque anni la Hermann & Co. non esiste più. L’autore de Il Processo si mette l’animo in pace quando riceve la risposta: l’amministrazione ha evidentemente perso il dossier e non capisce a cosa Kafka faccia riferimento. A questo punto molla l’affare, visto che sfugge persino all’elefantiaca amministrazione, sommersa nei suoi faldoni. Ma Kafka si sbaglia e non intuisce di vivere in quel mondo che, da Kafka in poi, chiamiamo “kafkiano”. Il 3 novembre gli giunge il citato sollecito di pagamento, con l’intestazione: “Al signor Dott. Frant. Kafka, Impiegato a Praga V, Mikulášká tř. 36”.

Nei suoi Diari si capisce che il Dott. Frant. Kafka non va benissimo: “14 novembre [1922]. La sera sempre 37.6, 37.7. Sto seduto alla scrivania, non combino niente, quasi non scendo nella strada. Tuttavia ho l’ipocrisia di lagnarmi della malattia”[31]. Sulla scrivania verga una risposta da cui emerge la sua esasperazione: “mi permetto di comunicarvi una volta ancora che, a partire dall’ingresso di Paul Hermann nella ditta Erste Prager Asbestwerke, non si sono più avuti versamenti di danaro da parte dei soci e che la ditta non esiste più dal marzo del 1917. Voglio sperare che questa volta la mia risposta pervenga all’ufficio competente”[32].

Anche una volta liquidata la Hermann & Kafka continua a perseguitarlo! Che tale vicenda ispiri almeno alcune delle sue pagine? Max Brod appunta giustamente che questa corrispondenza “ricorda un po’ il clima del suo romanzo Il Castello[33].

La fallimentare fabbrichetta d’amianto sarà radiata dai registri di commercio il 26 luglio 1918.


[1] Franz Kafka, Confessioni e diari, a cura di Ervino Pocar, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1972, 1996, p. 247.

[2] Cfr. Klaus Wagenbach, Franz Kafka. Années de jeunesse (1883-1912) [1958], tr. fr. Élisabeth Gaspar, Mercure de France, Paris 1967, p. 131.

[3] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 359.

[4] Chen Malul, Was This Ad Published by Franz Kafka in a Zionist Newspaper?, in “The Librarians”, 9 novembre 2017.

[5] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 184.

[6] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 388.

[7] Klaus Wagenbach, Franz Kafka. Années de jeunesse (1883-1912), p. 160.

[8] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 306.

[9] Cfr. Hans-Gerd Koch, Klaus Wagenbach, Kafkas Fabriken, in “Marbacher Magazin”, 100, 2002.

[10] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 185.

[11] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 516.

[12] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 518.

[13] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 121.

[14] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 153.

[15] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 518.

[16] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 483.

[17] Franz Kafka, Confessioni e diari, pp. 332-333.

[18] Cfr. Arthur Rose, Asbestos. The Last Modernist Object, Edinburgh University Press, Einburgo 2022, in part. cap. 5, “Compensating for Franz Kafka”, pp. 127-147.

[19] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 364.

[20] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 258.

[21] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 179.

[22] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 349.

[23] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 236.

[24] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 512.

[25] Mi sono qui basato sulla recente edizione francese: Reiner Stach, Kafka. Le temps des décisions (tome I) e Le temps de la connaissance (tome II) [2002], tr. fr. Régis Quatresous, Le cherche midi, Paris 2023.

[26] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 506.

[27] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 516

[28] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 505.

[29] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 483.

[30] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 1051.

[31] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 634.

[32] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 1009 .

[33] Franz Kafka, Confessioni e diari, p. 1051.

Riccardo Venturi

insegna Teoria e storia dell'arte all'università Panthéon-Sorbonne di Parigi. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.

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