La Descrittione del Gran Gioco

11/12/2024

Negli ultimi decenni mi pare che nessun nostro studioso di humanities, allo scoccare del topico trentesimo anno, abbia potuto vantare i titoli e la considerazione di cui gode oggi Chiara Portesine (genovese appunto del 1994). I primi suoi studi, dedicati a Emilio Villa, risalgono giusto a un decennio fa: quando questo elfo sfrecciante, cioè, aveva appena compiuto vent’anni (se ripenso ai miei, di venti… che la possino!). Nel frattempo ha pubblicato da Argolibri una certosina edizione in tre volumi dell’autore più sottovalutato del secondo Novecento, Corrado Costa; e una prima monografia sull’ecfrasi nel Giuoco dell’oca di Edoardo Sanguineti. Ma non si contano gli altri suoi studi, edizioni e, a colpire soprattutto, interventi live: nei quali mostra una capacità sbalorditiva di appassionare uditori, anche refrattari, a materie ardue come quelle cui si dedica con commendevole pertinacia. Non è dunque un paradosso che questo suo secondo libro sia già l’occasione di un bilancio.

Non tanto dell’acume e della preparazione, inossidabili, di questa macchina da guerra uscita con un sorriso dalla testa di Giove – quanto della sua materia. La ricerca è circoscritta da un rasoio tanto storico (a partire dalle uscite dei futuri Novissimi sui «Documenti d’arte oggi» del Movimento d’Arte Concreta, per concludersi con la fondazione della prima «alfabeta»: concepita sì da un protagonista del Gruppo, Balestrini, ma da Portesine considerata già un revival museale della Neo-avanguardia e insomma un capitolo del postmodernismo all’italiana) che metodologico: contro ogni «impressionismo […] vuotamente interdisciplinare» che si limiti a dar conto d’un clima culturale allora pervasivo, partito preso della studiosa è quello di censire solo «forme di relazionalità filologicamente dimostrabili»: fra artisti e scrittori o fra i due «talenti» che, dagli uni o dagli altri, siano stati praticati.

La «filologia visiva», appresa alla scuola di Marcello Ciccuto e Flavio Fergonzi, deve allora ibridare i protocolli della filologia letteraria e di quella storico-artistica, incrociando pure i rispettivi patrimoni archivistici, proverbialmente peregrini; senza però perdere di vista (come fa invece troppa micro-filologia d’oggidì) “contesti”, storici e culturali, spesso d’altronde convocati nei “testi”. Ne conseguono “scoperte”, piccole e meno piccole, di episodi inconditi di autori del calibro di Pagliarani, Balestrini e Spatola.

Gianfranco Baruchello, Casella n. 23 (Il Giuoco dell’Oca, stampa da originale, 63 x 82,5 cm, 1967)

Ma la luce gettata sulla materia, dagli occhi-laser di Portesine, è tutt’altro che indulgente. Uno dei paradossi del repertorio poetico Novissimo, e post-tale, è che proprio i testi più agguerritamente dediti alle emergenze sociali e politiche del loro tempo si rivelano spesso, oggi, «inattuali per eccesso di attualità», cosicché la loro «decifrazione» costringe il lettore a farsi «enigmista» (esemplare la ricostruzione da parte di Portesine, con piglio da detective, del “reagente” rappresentato da Gianfranco Baruchello nell’opera di Sanguineti, fra il romanzo Il giuoco dell’oca e il poemetto T.A.T.: dove se si smentisce la stucchevole vulgata che legge questo “secondo” o “terzo” tempo di Sanguineti come nonsensical e quasi burchiellesco, si comprova pure come dal senso dell’operazione restassero esclusi, rispetto all’«autarchia amicale» di questi novelli Fedeli d’Amore, tutti coloro che non avessero accesso alla Stele di Rosetta del loro codice segreto).

Già allora, se è per questo, non sempre gli intenti “politici” della Neoavanguardia venivano necessariamente recepiti: se la genesi del Gruppo 63 viene ricondotta da Portesine alle Settimane della Nuova Musica di Palermo (che ne accolsero le assise di fondazione, nell’ottobre appunto del ’63), eloquente è la sua descrizione del fiasco che nella loro edizione del ’68, alla fine di quell’anno di svolta, salutò lo spettacolo musicale La Descrittione del Gran Paese, scritto da Sanguineti con la musica di Vittorio Gelmetti e le scene appunto di Baruchello: quando la rappresentazione venne interrotta da manifestanti della sinistra extraparlamentare che contestarono con asprezza quell’elitarismo mandarinesco (ci si ricorda di episodi più vulgati, dell’aneddotica di quegli anni, come il fiasco della Carmen di Bizet con la regia “strutturalista” di Alberto Arbasino e i contributi di Giosetta Fioroni e Vittorio Gregotti, al Teatro Comunale di Bologna nel ’67, o quello del Cassio governa a Cipro di Giorgio Manganelli alla Biennale Teatro diretta da Luca Ronconi, a Marghera nel ’74).

Gianfranco Baruchello, Oculina e l’angelo custode (smalti industriali, china, ritagli di materiali a stampa, fotografie, cartone, cm 73 x 102, 1967; dettaglio). Photo: Ezio Gosti.

Certo questa sottigliezza al limite dell’inintelligibilità (se non oltre, appunto), dei “messaggi” dell’avanguardia, era frutto d’un ethos d’epoca (il «lettore trattato da adulto» predicato allora da Alfredo Giuliani o, meno irenicamente, il sadomasochismo di un «dolore presente», all’atto della lettura, che promette «felicità futura» alla Gerusalemme della comprensione, per un sempre tagliente Aldo Tagliaferri): a misura della distanza, non solo cronologica, di questo repertorio da usi e costumi culturali del tempo presente. In ogni caso richiede, per essere decodificata, un’applicazione del genere, se non dell’efficienza, di questo «lavoro di archeologia iper-moderna» (come lo definisce la stessa Portesine).

La filologia, ben lungi dal feticizzare sé stessa, torna insomma militante. «Un utensile per il lavoro più difficile», conclude Portesine: «quello di decifrare i codici del reale e della storia insieme (e non a dispetto) dei lettori futuri». Se non riesco forse a nutrire la sua stessa fiducia, in una simile prospettiva, non posso che plaudire al talento e alla passione di chi si sforza di renderla, quanto meno, verosimilmente ipotizzabile.    

Chiara Portesine
La continuazione degli occhi. Ecfrasi e forma-Galeria nelle poesie della Neoavanguardia 1956-1979
Edizioni della Normale, 2024
329 pp., € 28

Andrea Cortellessa

Andrea Cortellessa

è nato a Roma nel 1968. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre. Ha curato mostre e testi (tra gli altri di de Chirico, Manganelli, Pagliarani, Raboni, Rosselli, Zanzotto, Di Ruscio, Paolini, Parmiggiani e Serafini), realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. Fra i suoi ultimi libri “Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia di poeti italiani nella Prima guerra mondiale” (Bompiani 2018), “Andrea Zanzotto. Il canto nella terra” (Laterza 2021), “Filologia fantastica. Ipotizzare, Manganelli” (Argolibri 2022), “Amelia Rosselli. Con l’ascia dietro le nostre spalle” (Electa 2024), “Forse che sì. Joyce fra Pascoli e Gadda”; (Quodlibet 2025) e “Una ragione di più per andare all’inferno. Vedere, Pasolini” (Treccani 2025). È nella redazione delle riviste “il verri”, “Strumenti critici” e “Moderna”, e tra i fondatori di “Antinomie. Scritture e immagini”; collabora al “manifesto”, al “Corriere della Sera”, alla “Domenica”del “Sole 24 ore”, al “Giornale dell’Arte” e ad altre testate.

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