Corrado Costa, l’ubiequivoco

Associando due sue passioni predominanti, le immagini dell’arte e il pensiero orientale, sosteneva Corrado Costa che la storia della pittura si lascia riassumere in tre esempi tanto leggendari quanto canonici: quello di Zeusi, che dipinse acini d’uva così realistici che gli uccelli scendevano a beccarli; Chang Sêng yu, che dipinse invece gli uccelli, ma tanto veri che poi volarono via dal quadro; e Wu Tao-tzu che nel quadro dipinse un varco, e da quello se ne andò via lui. La figura di Costa, davvero unica nel panorama del nostro secondo Novecento (nato a Mulino di Bazzano nel 1929, morto a Reggio Emilia nel 1991), è di questo terzo tipo. Non è un caso che il suo avatar per eccellenza, fra i tanti altri da lui compiaciutamente impersonati, sia l’Uomo Invisibile (protagonista della sua terza raccolta poetica, dall’ironico titolo The Complete Films, accettata ma mai stampata da Guanda, infine giustamente pubblicata in California – pronubo il mitico passeur Paul Vangelisti, che ora la ripropone in una sua antologia dell’amico su ebook Zona): «Non danno molti film / di L’uomo invisibile / o / ne danno molti. / Con Claude Rains, Peter Lorre – / o / senza. / […] non riusciamo mai a sapere / se c’è l’uomo invisibile. / Finisce sempre che l’uomo invisibile / non si vede mai. / Potrebbe essere stato / anche un altro film».

Per mutuare un aggettivo di suo conio, tanto Costa che l’Uomo Invisibile sono dunque ubiequivoci: come l’Essere Divino, cioè, sono (o potrebbero essere) Ovunque e in Nessun Luogo. Nessun luogo per Costa, certo, nei canoni poetici (ma nemmeno in quelli artistici, dove pure meriterebbe eccome di figurare: non solo per gli impagabili disegnini, fra Klee e Steinberg, di “omìni” a loro volta equivoci – infinitamente polimorfi e reversibili –: come quelli che costellano il delizioso La moltiplicazione delle dita, che raccoglie le collaborazioni di Costa prosatore, e disegnatore appunto, al «Caffè» di Giambattista Vicari, fra il ’67 e il ’75: si veda il “manifesto” che è il testo sulla parola «entorse»); eppure tanti sono i segnali, ormai, che le cose stanno finalmente cambiando. I giovani poeti “di ricerca”, come Marco Giovenale, lo hanno eletto ad archimandrita della loro «post-poesia» (post– anzitutto perché appunto irreperibile: disseminata in tutti i generi ed “espansa” ovunque non ci si aspetti d’incontrarla) e la loro sigla editoriale forse più riconosciuta, Benway Series di Colorno, ha infatti già riproposto i pornofumetti saggistici della Sadisfazione letteraria e la (magnifica) “seconda raccolta poetica”, Le nostre posizioni del ’72.

Se tanti giovani oggi si appassionano a Costa – riconoscendogli a sorpresa una meritata primazia: laddove era considerato, finora, solo un simpatico “minore” – c’è un motivo generale e c’è un motivo particolare (o, diciamo, logistico). Il primo è appunto la sua incollocabilità, l’irreperibilità che scavalca a sinistra, per così dire, la subalternità editoriale e l’emarginazione culturale sempre più sofferta dai poeti (facendone, con mossa da jodoka, una paradossale posizione di forza): capofila della mozione minoritaria della neoavanguardia, quella che s’ispirava al Surrealismo e ai suoi lombi dadaisti, da molto presto scelse di auto-esiliarsi (insieme agli amicissimi Adriano Spatola – quello che lo capì sempre meglio di tutti – e Giulia Niccolai: di quell’avventura ultima testimone sopravvissuta) nel patrio Mulino di Bazzano, alle pendici dell’Appennino Emiliano sulle rive dell’Enza, in una dichiarazione d’indipendenza che – all’indomani del ’68 – era una fuga e insieme un’esplorazione dell’arrière-pays. La sua “poesia” più celebre non sta in nessun libro, né potrebbe starci: Retro era incisa su audiocassetta, come quelle che negli anni Settanta e Ottanta accompagnavano le registrazioni delle più vulcaniche performance di poesia sonora; Costa invece, con voce sadicamente flautata, si limitava a informarci che stavamo ascoltando il lato sbagliato della cassetta; che dovevamo voltarla al più presto; che quello era solo il retro della poesia. Ma noi, «testoni», l’altro lato – quello “giusto” – proprio non riusciamo a trovarlo. Nulla di più inedito dell’edito, si dice spesso; ma mai lo si può dire come per Costa, che ha fatto impazzire i suoi antologizzatori (Aldo Tagliaferri nel 1995, Eugenio Gazzola nel 2007): sulle orme del suo maestro più diretto, Emilio Villa (che aveva “pubblicato” I sassi nel fiume incidendo le sue parole su delle pietre lanciate nel Tevere), una delle sue performance più esemplari consisté nel mandare al rogo, gauleiter di se stesso, la tiratura invenduta del suo dramma Santa Giovanna demonomaniaca (del resto dedicato a Giovanna d’Arco…).

Da una decina d’anni però questo continente sommerso che è Costa – colle sue autoedizioni in un solo esemplare, i suoi libri d’artista fatti davvero di opere uniche, le poesie stampate su fogli volanti ecc. ecc. – ha trovato paradossalmente un Luogo, fisico e logisticamente visitabile (con anche esemplari proiezioni online) presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia. Che ha anche promosso un’edizione monumentale dei suoi omnia poetici, giustamente senza distinguere editi e inediti, dei quali è fresco di stampa il primo volume curato dalla giovane e bravissima Chiara Portesine. Libro paradossale, che sarebbe patafisicamente piaciuto all’autore, questo che mette a testo anche i vagiti del poeta (letteralmente) di sette anni (manco fosse il contino Leopardi…), e le cui prime (almeno) 130 pagine possono essere tranquillamente saltate. Ma che riserva molte sorprese, pensando al Costa di dopo: come l’insistenza sul mito romantico – dantesco-foscoliano – del poeta esule immerito, sul quale tanto giocherà col Balestrini rifugiato in Francia dopo il 7 aprile ’79; o come la miracolosa poesia-collage del ’48, perfettamente in linea cogli esperimenti post-surrealisti (ma in tempi davvero non sospetti) del più diretto maestro “territoriale”, Antonio Delfini.

C’è poi uno Studio per una figura, languido esercizio post-ermetico dei primi Cinquanta, accanto al quale però Costa scrive (e Portesine riporta in nota): «Così ha tutta l’aria di una cosa a modo […]. Però sotto devo scrivere cucù, proprio cucù, lo sento». Faceva così, mezzo secolo prima, il giovane Palazzeschi: e c’è già il Costa che folgorerà poi, di tutta quest’anticamera polverosa, l’esplosivo retro.

Corrado Costa, La moltiplicazione delle dita. Con una lettera di Fortini e una lettera smarrita, a cura di Andrea Franzoni e Roberta Bisogno, Argolibri 2019, pp. 115 € 15; Poesie infantili e giovanili (1957-1960), a cura di Chiara Portesine, Argolibri 2020, pp. 313, € 20; The Complete Films and Other Texts, traduzioni inglesi di Paul Vangelisti con originali a fronte, prefazione di Marco Giovenale, ebook Zona 2020, pp. 168, € 2,79

Una versione più breve di questo articolo è uscita sul «Sole 24 ore» il 30 agosto 2020

(Roma, 1968) critico e saggista. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre; nel 2018 ha tenuto la «cattedra De Sanctis» al Politecnico di Zurigo. Ha pubblicato saggi, curato testi e realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. È nella redazione del «verri» e collabora ad «Alias», «Il Sole 24 ore», «Tuttolibri», «doppiozero», «Le parole e le cose2» e altre testate.