[Uno] I grammetti che sfasciavate alle sei del mattino sopra il tetto della macchina, acchitta, sdraia, e copri ché se la pippa Eolo – fermi sullo sterrato che spolverava il bastione attorno a un nervo di lago: Castel Gandolfo scoperchiata da qui a lì, dopo una nottatina così così, «consumatore sul mare di nebbia», il cono del vulcano solcato dalle brume e un refolo di verde marcio dove appena si distingueva la sponda, voi strapiombati sotto la rocca di Pagnanelli, diciannove anni, dita agilissime, quello che s’ingarellava da una parte, e quello braccato di brutto, quello che preparo un richiamino, quello che imboccava la prima fratta per vomitarci dentro l’élan vital: il coro giubilatorio di Albert Niemann, «a’ Ste’ tu lo sapevi che la cocaina è un’invenzione tedesca?», «ma grandi, tie’ cava ‘sto caravaggio e fammi un pippotto pulito, questo cià una striscia di sangue che lèvati» – poi da lì tutta una storia di epatiti B transaminasi a ventimila e sedute ansiogene dentro a un buchetto del Sant’Eugenio aspettando il primo test per l’accaivvu, il dottore surroundato da poster esclamativi che virano al rosso, Michael Schumacher, Michael Jordan, profumo di vittoria, e aggiungi il rosso del tuo mestruo mentale perché ti stai cagando sotto e da una settimana non dormi, prevedi sciagure, scruti il soffitto proiettando sciagure nella certezza di esserti beccato il male del millennio: «che c’è, eri preoccupato?», «embe’», «tuttapposto, negativo, ti senti meglio, come ti senti?», «come uno che ha attraversato a occhi chiusi un campo minato». E bella pe’ te, puoi defalcare l’idea della Morte Orrenda e rimbozzolarti nei minimi storici del tran tran universitario, nei tuoi capitoli di Letteratura e Conoscenza: «Le dicotomie, o endiadi…», ma soprattutto – ora che l’imprudenza è resettata e la noia è tornata in cattedra – rimetterti al clinamen sentimentale delle tue Camille delle tue Quartille delle tue Ipsilille, una filza di nasini immacolati e alquanto gelosi del tuo Vero Amore: Nocilla, Bambilla, quel gran pezzo da Cartagena – anche se Camilla ha un padre che beve Quartilla un padre che mena Ipsililla un padre che beve e poi mena e nessuno vuole spartire la sua calamità specifica con nessun altro, ed è precisamente nel bel mezzo di questo cursus honorum facoltà-di-lettere-a-Roma-ma-periferica, nel rutiniero turbine di altrimenti cedevoli lettrici di Pennac che però guai non tirano cocaina non contemplano ipotesi di cocaina malsopportano la tua estrema tolleranza alla cocaina e in definitiva ti sturmundddrangano il cazzo tutto il giorno contestando la cocaina, è qui che un’anima diversamente ispirata sbuca dietro alle tue bencapitate spalle per scroccarti la pajetta del caso e prima di tornarsene ai fumidi pertugi abitati dalla sua schiatta (dove arrostiscono salme di cattolici popolari e si producono loschi commerci di Frigidaire e Totem Comic) ti mette in mano una copia di Pompeo.
[Due] Te lo sei portato a casa, il Pompi, e adesso sei lì che gli tondellisci attorno con brama acerba e salivazione azzerata dalla botta preserale: c’è perfino del rispetto, quel minimo di reverenza, vorresti scartabellare al tutt’uno e al volo al volo, ma porta pazienza – e insomma l’aria è sacrale, intuisci il conflitto tra generazioni in agguato, lo sormonta un conflitto elementale. Sull’eroina dentro casa ti hanno fatto il terrorismo – tu pensa ‘ndo cazzo sei cresciuto, abborgatafinocchio. Undici anni, zio Lillo: stai lontano da. Dodici anni, zio Piero: non toccare la. Hai maturato l’adolescenza dentro un’idea dell’eroina come prossimità, come incombenza: qua appena metto il naso fuori dal portone c’è una tonnellata di polvere pronta a castigarmi (anche la sola faccenda di mettere il naso la pagherai, la pagherai comunque). Devi constatare che a Pazienza piacciono i poeti russi, a te quelli francesi, lui iesenina, tu laforgui, ma si sopravvola. Ti slingui ben bene una sigaretta, la intingi nel cocco e quando è bella panata te la fumi – il Pompi l’hai posizionato sul tavolino, tu poltrona. Il posacenere: equidistante. È una Guerra dei mondi versione droga, l’ordalia dei metaboliti. La prima spada l’hai vista a quattordici anni in mano a Simone T., che da ragazzini ti sloggiava dal cabinato di Donkey Kong: daje, fammi fa un cannoncino – si vede che era portato per la materia, ma poi dicevate tutti cannoncino, suvvia, per intendere la vita extra. S’è stantuffato superpratico e ti ha evirato il buonumore con un sorriso lisergico ma era la sua faccia che si scollava, tu mezzo schifato mezzo invidioso perché lui era capace e portava certe scarpette da corsa slacciate che «aho’, quelle di Salvatore Antibo», due cenci che manco la vergogna. Simone – seccaccio non esente da perfidie, ma tutte dichiarate in dogana – è stato un epigono dell’eroina, ultimo nel catalogo dei cadaveri di zona, non ha passato le Olimpiadi di Seul (e Antibo invece), nel frattempo in quartiere erano partiti tutti per la noce, che costava il triplo e li faceva sentire meno borgatari, si vendeva a bustine, a fustelli, bada alla bruciatura quanno che apri. Fino all’università hai seguito l’ammonimento pierlillesco, ero est, non bucatur e pure il cocco l’hai tenuto a bada, per quanto. Poi una certa Sibilla di Giurisprudenza ti ha scartato davanti un cinquino appena uscito dal buco del culo di un colombiano e il mondo è andato sottosopra. Pomeriggio di rivelazione-iniziazione in un appartamento di Roma 70 con bonus di culturista capellone ignudo (Antibioticus, al secolo Aldo) che si sparava le pose da uno specchio all’altro, roteando nunchaku e zompettando con determinazione shaolin su un parquet disseminato di magliette zozze – quanno volete er cocco bbono dovete sbatte la panza qua. I nunchaku volevano essere una citazione del suo pisello sblat-sblat, o una forma di sottolineatura – essa molto convincente, esso (l’antibioticus) molto convinto. Hai compreso immediatamente che la questione non era tanto diventare tossico, ma in quanti minuti. Adesso equidisti dal posacenere ma sai che tra te e Pazienza (denso rammarico, con latente genuflessione allo scampato pericolo) si staglia un decennio di sviste colossali, una frattura esposta.
[Ripresina] Pompeo se fosse un romanzo sarebbe un non sequitur – hai voglia a dire Brizzi et parerga et paralipomena – un po’ come Lucini ottant’anni prima, aprire una linea e chiuderla, se solo certi romanzi potessero darsi così, come un fatto (Tondelli, ma raccontava Burroughs) o una revolverata. Per te, faccia in anestesia da tabacco-coca, lo iato è doloroso: sei uscito abbastanza indenne da una teen-age videoclippara governata dall’innocuo guitto Jovanotti che piaceva alle mamme per l’occhio ceruleo e perché sex «no drugs» and rock’n roll (e senza nessuno che ci lasci la testa), il borghesino travestito da casinista che – questo sì sequitur – avrebbe offerto gioiosa malleveria agli immortali pavesini Pezzali-Repetto (le dicotomie, o endiadi…) nel senso di una ribellione che cominciava – e verosimilmente terminava – nel mangiare la pizza con le mani (Non me la menare), gulp. Andrea Pazienza celebrato, mai seguito né aggiornato se non in termini di posa, pompeiaggine esibita, che immancabilmente svuota il modello perché esibire è una fatalità come certe volte ammazzare, e non stupirti se dall’ambiente Bologna-Dams uscirà da lì a dieci anni la scrittrice più in posa della tua generazione, Isabella Santacroce – Pazienza il Dams lo molla, molla pure Bologna, tu non hai avuto abbastanza palle per Bologna, per il Dams, per l’eroina e diciamolo: nemmeno per le pose, ti sei tappato nella prima università a portata di mano, quando non tiri a tutto spiano (o non ti spacchi i lombi sull’istogramma dei tuoi amorazzi in -illa) languisci in una sonnolenta facoltà di Lettere che strutturalmente approssima il decrepito e vanta una cattedra di Antichità Puniche dove le facce che vanno agli esami sono antichità puniche pure loro, embè che c’è? C’è che la rota di cocaina è un dramma diluito, attinge al ridicolo, tutto il torbido a cui ti consente l’accesso è rifatto e maluccio, sapore di commedia stantia, di ricovero senza resurrezione, di Ellis ridotto in una stanza di Leavitt: quando la botta ti prende male è un’agitazione di costrutti che vanno in malora alla velocità della luce, fiorendo e morendo uno dentro l’altro, quando prende a dovere è una felicità senza estasi – può satollare, include perfino una casistica del no-grazie, il compendio dell’eroina sta altrove, in un pensiero glaciale del Pompi: non ho mai visto rinunciare nessuno. Ti oltraggia, perché sei sprovvisto dell’esperienza del buco, ci vorrebbe una guida, ci vorrebbe Simone T., prendi una pala e vaglielo a chiedere. Invece no, bottarella di sostegno. Pertanto leggi, t’appassioni, t’appa. Pompeo è un centone di fogli sparsi e pagine a quadretti stipate all’inverosimile, sarebbe facile ascriverle al genius del narcisista-con-scazzo o a sostantivi poco affidabili come destino e volontà, ti soddisfa – perfino – perché la tua nevrosi è leggere la roba nevrotica, e cosa sono tutti quei ghirigori, spirali, inzeppature, istinto a colmare lo spazio, sindrome del riempitivo? C’è – almeno sembrerebbe – del riempitivo in Andrea Pazienza, qua e là in Pompeo spuntano apparizioni citazioniste, grane ossessive che ritornano ovunque, uccelli jacovittiani, le tavole assillate dall’horror vacui, ma no: è trama generale, né paratesto né sottotesto, guarda come ordisce il chiaroscuro di un naso, sono quei segni là, gli stessi, girano simultanei ai pensieri di Pompeo, e allora omotetie, frattalismi, il microscopico che si prende la scena, la rivendica, un corpo divino accentra il disegno (spesso in declinazione volto, più raramente ma a piena tavola: corpo nudo), ed è tutto tranne che un Narciso, lo vedi: Pompi è Puruṣa, il macrantropo indiano, creazione dallo strazio – e tu lì con due botte in attesa (le dicotomie ecc.) non smetti di leggere, il ‘96 è dietro l’angolo, s’annuncia il restyling della personalità, la tua generazione verrà compattata e smistata all’idolatria di Trainspotting: «Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore del cazzo» – ma che ne sanno, quando già Pompi: L’alternativa è la birreria, il lavoro, il risparmio, il normale sfaldarsi del corpo, lo studio, l’amor[osa] [ri]cerca, lo scemo naturale, il simpatico, l’antipatica, due + due fa quattro, sveglia alle otto, viaggi, incidenti in pullman, Milano, cene d’affari, e non valgono quei personaggi più di quell’altri, mutuati della felicità. Palle anche lì, palle peggio di qua. Vuoi mettere risorgere, risorgere, risorgere, risorgere.
[Tre – al presente] Trainspotting (film) ti serve una scampagnata (sommaria nel recto, paracula nel verso) nell’estetica heroin chic (l’affilato, vitreo Renton di Ewan McGregor) e già nel romanzo di Irvine Welsh la dedizione all’eroina è parte di un sommovimento anti-sistema che identifica nelle «ragioni» il fulcro del sistema stesso: Choose life… But why would I want to do a thing like that? I chose not to choose life. I chose somethin’ else. And the reasons? There are no reasons. Who needs reasons when you’ve got heroin? E Pazienza? Pure lui arruolato alla critica sociale? Just mai. La prospettiva laica di un’estetica dell’eroina non gli interessa, e tutto sommato non deve interessargli, il suo fumetto è già un’estetica compiuta, nel senso che disinnesca la servitù immagine-parola nonché eventuali sospetti di opposizione (fuorché ironica: nella lunga nota finale il disegno della balestra si frega tutto il posto lei, ma è richiamo stronzeggiante alla compiutezza della tavola e alla perizia dell’autore che immagina di poter stracciare il novanta percento dei vostri): Pompeo non vuole boicottare il mondo, la coazione a risorgere attraverso l’eroina cresce in una nostalgia di appartenenza, tornare al mondo ogni volta, tornarci splendente dopo aver dilapidato tutto perfino il talento, semmai è il mondo che non lo capisce e lo denigra, come certi fin troppo tempestivi «pulotti di merda»: e ingrassa un po’ che fai schifo. Pompeo è l’eroe che piange perché il mondo non lo accetta – e se avessi la leucemia, eh? stronzi! sigh! – le sue alzate di rabbia, la freddezza collassata (tutto il mio futuro è in un cc), certe disperazioni voltate a un bianco che annichilisce la pagina sono movimenti del cor inquietum che le «ragioni» per risollevarsi nell’eroina le dichiara candidamente a ogni capitolo. Soprattutto è un eroe che pensa, perché il buco lo relega brutalmente fuori dall’agire politico, spossessandolo dei «normali» algoritmi comunicativi, escludendolo di fatto dall’orizzonte di supposti traguardi o di una rivincita sociale: nella prima tavola se ne sta curvo sull’introduzione di Alessandro Serpieri a The Waste Land di Eliot e pensa «bastardo», nell’ultima tavola è chino sul burrone con la catena al collo, «era lì seduto e pensava». Tutto un gran pensare, e bucarsi, e un gran pensare a bucarsi. È un fatto che anche nello storytelling più diffuso – cioè logoro: quello che bandisce l’audacia stilistica a favore di una pretesa leggibilità – il rovello identitario degli eroi intellettuali deve affrontare regolarmente le strettoie di una crisi del linguaggio, ma perfino le crisi del linguaggio a lungo andare acquisiscono un loro statuto ripetitivo, diventando simili a confezioni retoriche: guarda come la vizza contemporaneità ne ammanta i suoi protagonisti, per esempio nella narrativa, eroi-ed-eroine-che-due-palle sbattuti nella Grande Storia (quanto tira il Fascio) e agghindati delle solite metafore, e guarda pure come rimangono quasi sempre lettera morta – accanto a queste crisi del linguaggio ormai retoricizzate – le imposizioni di linguaggio. Il miracolo di Pompeo è che il linguaggio-in-crisi (e il linguaggio-imposizione) appare sempre un linguaggio altrui (lingua della cultura, del gruppo, dell’ambiente, della violenza istituzionale ecc.) da Pazienza costantemente sottoposto a un lavaggio tellurico, alla morsura del suo tratto maniacale: linguaggio derealizzato. Oggi probabilmente questa estetica a fratture revocherebbe in dubbio l’efficacia delle metafore più consistenti e circolanti (quelle dell’inclusività, dell’intersezionalità, dell’universalmente invocata resilienza: palle anche lì, palle peggio di qua, vuoi mettere risorgere), oggi che il mito dell’autodistruzione, dovunque ti giri, sembra farci orrore. Mentre rimane, già esplorata e sottolineata, merce peraltro rarissima, l’assoluta fedeltà di Pazienza alla sua ispirazione, quella che in Pompeo abbraccia il fantasma di una straniata richiesta d’amore prima ancora della petizione di principio (who needs reasons when you’ve got heroin?) o dell’esibizione – machista, fallocratica, è stato detto, ma sempre finalmente ingenua – del dissesto psichico (sintassi emozionante del mito autodistruttivo vs. sgrammaticature ininterrotte delle narrazioni del corpo sano e dell’immagine al suo meglio, Pompeo vs. Instagram, come un apologo alla Umberto Lenzi: Zorro contro Maciste, senza finale consolatorio o sdrucciole ambiguità).
[Quattro] Nonostante certe regolari impennate paranoiche (vedi alla voce: braccaggio), i «pulotti di merda» non ti hanno mai impensierito, a diciannove anni sei già fin troppo allenato a dissimulare la «preda» dentro un liquame di cortesie circostanziali, soltanto una volta l’agente-nel-frangente ti ha mollato un ceffone ammonitorio perché giravi con la mazza da baseball nel cofano della Peugeot: «Almeno portati una borsa, una palla e una tuta, coglione». Talento per il depistaggio: con un paio di grammi sempre in tasca sei abituato a non scomporti, è così che schivi o trapassi indenne le perquisizioni, col tuo permanente sorriso di ragazzo e la consapevolezza che un buon numero dei pubblici ufficiali incontrati o incontrabili sulla tua strada fanno parte anche loro del sodalizio C17H21NO4: estimatori, procacciatori, figli di mignotta sequestratori, snasatori saltuari, consumatori abituali – e tu sesto tra cotanto senno: è Roma ‘92, secco, non Bologna ‘77, non hai bisogno di scambiare lo stigma sociale della tossicodipendenza con la pietà per una supposta leucemia, ti manca per l’appunto il senso dell’implorazione amorosa, ti manca il dramma, di cui Pompeo contemporaneamente ti refilla e ti defilla, e mettici pure qualche transazione fortunata, un po’ di spaccio nella cerchia degli intimi, certi «viaggetti» per i pezzi grossi che fruttano parecchio, nel giro del prossimo anno solare riuscirai a procurarti una cifra tragicomicamente vicina ai settanta milioni (l’imponibile di tuo padre, cazzo) e a pipparteli tutti senza che la tua arte ci guadagni uno stacco, o uno slancio. Perché, semplicemente, non possiedi un’arte. Dunque Pompeo ti fa sentire una merda. Botta.
