Eroina Claude

08/12/2023

Tra le ultime uscite di FotoNote, la storica collana edita da Contrasto, trova posto il volume dedicato a Claude Cahun (1894-1954). All’interno di una veste grafica rinnovata color lilla, l’immagine di copertina è quella di un volto, un autoritratto di genere indefinito, con lo sguardo che mira e interroga direttamente il lettore; sullo sfondo vi è uno specchio in cui l’altra metà del viso si riflette. All’interno del libro vi sono più di sessanta fotografie e un testo introduttivo di François Leperlier, autore della prima monografia su Claude Cahun, L’écart et la métamorphose, pubblicata nel 1992.

Claude Cahun, Untitled, Self portrait, 1928 ca.

A scorrere le immagini di autoritratti, travestimenti e fotomontaggi sembrerebbe di muoversi tra sperimentazioni dada e bizzarrie surrealiste. Ma quegli occhi languidi e di fuoco, oscuri presagi di catastrofi imminenti, su di un volto dai tratti risoluti e melanconici, vanno oltre la tecnica e la carica irriverente, e parlano; e dicono di un corpo, quello di donna, al centro di un’indagine autentica, eversiva ed innovativa soprattutto se inserita in un orizzonte femminile e femminista in cui emergeranno le ricerche di artiste oggi affermate come Cindy Sherman o Nan Goldin. Ma la fama di Claude Cahun tarda ad arrivare, conseguenza di un consapevole silenzio esercitato in vita.

Claude Cahun, 1927 ca.

Claude Cahun, o meglio Lucy Renée Mathilde Schwob, nasce a Nantes nel cuore della Belle Époque; cresce per lo più con la nonna perché la madre viene internata in una clinica psichiatrica quando lei è ancora bambina. Tra i banchi di scuola nasce l’amore per Suzanne Malherbe (meglio conosciuta come Marcel Moore nei panni di illustratrice) che la accompagnerà per tutta una vita. Le prime fotografie risalgono alla fine degli anni Dieci del secolo scorso, sono autoritratti. Nel 1920 Lucy – già divenuta Claude – insieme a Suzanne decide di trasferirsi a Parigi. Nella capitale del XIX secolo diventa presto amica di Henri Michaux e, collaborando con gli Amis des Arts Ésotériques e con il Théâtre ésotérique, fa conoscenza della celebre Nadja, ovvero la danzatrice Béatrice Wanger. Lavora quindi in teatro, continua a scattare fotografie e scrive intensamente. L’atmosfera della ville lumière non può non condurla verso il surrealismo: nel 1936, all’Exposition surréaliste d’objets allestita presso la Gallerie Charles Ratton, sono esposte infatti anche delle sue opere. Ma l’aria di guerra si fa sempre più asfissiante, come le folate di antisemitismo che soffiano ormai in tutta Europa. Sempre insieme a Suzanne si trasferisce nell’Isola di Jersey, la più grande di quelle nel Canale della Manica; questo però non la terrà lontana dalle intemperie della storia. Aderisce alla resistenza, viene arrestata dalla Gestapo, sfugge alla pena di morte per un soffio, ma gli anni della prigionia la debilitano molto, tanto che – finita la guerra e ritornata a Jersey – morirà nel 1954.

Claude Cahun, What do you want from me, 1928

La vita di Claude Cahun declina in maniera del tutto originale per i tempi la componente autoriale: da una parte c’è il soggetto produttore che si esprime e si afferma attraverso i medium artistici (Chi sono io?, pare chiedersi continuamente di fronte alla macchina fotografica), dall’altra vi sono le frequentazioni con Michaux e Breton, ma anche Tristan Tzara, Salvador Dalì, Man Ray, Roger Caillois, George Bataille che la catapultano dentro le meccaniche relazionali delle avanguardie. Eppure per tanti anni c’è stata una grande dimenticanza della sua opera (la prima monografia – come scritto – è del 1992). Sorte comune a molte donne del surrealismo, come ha dimostrato l’ultima Biennale di Cecilia Alemani, ma anche consapevolezza di non fare dell’arte un semplice fine per mettere in mostra il sé, quanto piuttosto un mezzo per “divenire”. La fluidità con la quale si assiste al passaggio dal femminile al maschile all’androgino sorprende per la forza con cui viene espressa, che non si cura del dar forma a una figura-stereotipo, quanto piuttosto di usare i medium per accompagnare (e documentare) una mutazione attraverso cui matura una ricerca in chiave solipsistica. Pratica oggi esplorata nonché ampiamente riconosciuta, ma di certo più di un secolo fa ancora acerba, eppure così destabilizzante nella sua contezza.

Claude Cahun e Marcel Moore, Aveux non avenus, cover, 1930

Claude Cahun non è solo una fotografa ma anche una scrittrice (i suoi testi sono in parte stati tradotti in italiano nel volume Eroine, edito da : duepunti nel 2011): le sue eroine prendono la parola e in prima persona raccontano il loro punto di vista sul mito, sulla storia. Vivrebbe in pace Elena se solo non avesse dovuto seguire Paride per obbedire al suo crudele sposo Menelao, e procurare a entrambi «quella gloria immortale che gli sta tanto a cuore» e che a lei, invece, così poco importa. E Maria, vergine e madre, sarebbe una semplice giovinetta se solo non fosse gravata da quel peso tutto fisico di un corpo che le cresce dentro, misteriosamente; si sente un mostro, Maria, anche davanti all’impossibilità di portare a compimento un aborto (come le suggerisce la vicina), del resto come fare a interrompere qualcosa che non è mai iniziato se non nell’immanenza di un credo? L’inverosimile anomalia si svela davanti ai suoi occhi non come purezza beata ma come stranezza degenere.

La raccolta di testi, scritti sotto forma di monologhi teatrali, è intrisa di valenze simboliste e risente in particolare dell’influenza di Mallarmé, il poeta che aveva innalzato la sua Hérodiade ai ranghi di eroina solitaria. Lei madre di Salomé, in cui i testi sacri riconoscono la “mandante” della morte del Battista, reo di aver condannato pubblicamente la sua relazione con Erode Antipa, fratello del legittimo marito; lei dedita al culto della propria bellezza e vanità; lei che Mallarmé sublima attraverso una lingua enigmatica e adamantina, orfano segno di un’unica insostituibile esistenza.

Nei testi come negli scatti di Claude Cahun scorre un’energia primigenia che dà corpo a una solitaria metamorfosi. In questo movimento, generatore e distruttore, il medium agisce come scoperta e come inganno, e quando assume sembianze fittizie ha l’effetto di un riverbero. Il capo si può deformare, l’organismo duplicare, lo spazio degli oggetti frammentare, l’unità della narrazione non alberga in un armonico procedere delle parti o in una decodifica progressiva del dato, ma in un’ancestrale palingenesi che tiene insieme il femminile e il maschile, l’io e il mondo, e in quel punto che coincide col corpo trova posto l’inizio e la fine di ogni storia.

Claude Cahun
Contrasto, 2023
144 pp. ill. b.n., € 14,90

Serena Carbone

(1981) si occupa di storia e critica d’arte contemporanea, con particolare riguardo alla relazione che intercorre tra arte, storia e società. PhD in Studi Culturali Europei, è autrice del libro “Marcel Broodthaers. Poetiche dell’ombra” (Mimesis 2018). Ha curato la mostra “No, Oreste, No. Diari da un archivio impossibile” al MAMbo con la relativa pubblicazione (2019) e insegna presso la Fondazione Accademia Internazionale di Imola. Ha scritto saggi e articoli su diverse riviste di settore, collabora con il quotidiano “il manifesto”.

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