Autoritratto automatico

02/10/2023

Dopo quelle di Silvia Bre e Vivian Lamarque, si conclude con Umberto Fiori la serie di antologie “visive” dai libri finalisti alla prima edizione del Premio Strega Poesia, la cui premiazione si terrà il 5 ottobre a Roma, al Tempio di Venere nel parco archeologico del Colosseo.

A differenza che nei due casi precedenti, non sussiste in Autoritratto automatico (Garzanti 2023, 125 pp., € 18) un collegamento diretto – ecfrastico – fra immagine e scrittura. Per certi versi, anzi, quest’ultima si fa forza proprio dell’assenza delle immagini cui si riferisce: perché come spiega l’autore con la sua ben nota attitudine saggistica, in ben due diversi interventi in prosa inclusi nel testo (una presentazione incipitaria e un dialoghetto non così breve, più avanti, con un “giovane visitatore” che un po’ macchinosamente – è il caso di dire – gli presta il fianco per passare in rassegna alcuni punti di riferimento concettuali, da Pirandello a Calvino sino a Baudelaire), quello che insegue non è tanto l’autoritratto, con la quiddità dei lineamenti che lo individuano, bensì piuttosto l’automatismo: cioè l’“aria di famiglia” – come la chiama, con nozione wittgensteiniana – che accomuna chi dice “io” alla “dimensione collettiva, ‘ di massa’”, della “fototessera” realizzata negli appositi e oggi sempre più rari, ma non del tutto disparsi, “baracchini”.

Rispetto alla tradizione dell’autoritratto in versi, per esempio quello di Foscolo con cui gioca uno dei componimenti, quella che Fiori interroga non è tanto dunque l’identità del singolo individuo, bensì quella di “tutti” (“Je m’appelle Erik Satie comme tout le monde”, non manca di citare, come già Walter Siti prima di lui): Tutti, appunto, s’intitolava un memorabile libro di Fiori del ’98. Con un certo puntiglio fa notare l’autore come l’esperimento di Franco Vaccari così simile al suo, Esposizione in tempo reale, come pure i lavori a loro volta simili di Richard Linklater, siano in effetti successivi (quello di Vaccari venne esposto alla Biennale del ’72, ed è stato omaggiato da Giulio Mozzi nel suo maiuscolo Le ripetizioni) all’inizio della sua pratica, databile al ’68, di comporre in album ‘di famiglia’ (si può dire allora) le immagini riprese ‘in automatico’, anno dopo anno, di quella sua “faccia” che sempre più si assomiglia con l’assomigliare alla “faccia di tutti”.  È il paradosso che hanno spiegato da un lato Leonardo Sciascia nel Ritratto fotografico come entelechia e dall’altro Giorgio Agamben nel saggio sull’Essere speciale: l’“ordine delle somiglianze” che ‘individua’ il soggetto, rendendolo fra ‘tutti’ inconfondibile, è in effetti il nesso che quell’individuo ‘speciale’ collega alla ‘specie’ cui appartiene: quella umana. “Non un autoritratto voleva essere, questa collezione”, spiega l’autore al suo “visitatore”, “ma un ‘ritratto d’ignoto’, un esercizio di anonimato, la vuota ripetizione della faccia di chiunque, di tutti”. È il tempo, insomma, il vero protagonista: quello che allinea un’immagine dopo l’altra, e così “fissa il cambiamento, l’identità”. Senza parere, in questo modo Fiori ha scritto un film “in costume”, o meglio un libro di storia: la nostra.

Andrea Cortellessa

FOTO-TESSERA

Inverno. Buio, nebbia. Fiati, motori.
In giro, poche ombre. Sul piazzale
dove si affaccia
la Camera del Lavoro
splende, sola, la scatola
della foto automatica.
Le tendine scostate, vuota, in attesa:
come nella navata di una chiesa
l’armadio bruno del confessionale.

MM

Sotto la piazza,
in fondo alle scale mobili,
svoltato l’angolo, dopo l’edicola e il bar
giorno e notte sta accesa la capanna.
Qui porta il pellegrinaggio.
Scorre la tenda grigia.
Ruota il sedile. Sparisce la banconota.
Anno per anno, nel buio al di là del vetro,
torna il miraggio dell’identità.

6

COLLEZIONE

Venire bene. Questo si vorrebbe.

Ma là dietro, nella cabina,
non c’è un dito a scattare,
un mezzo sorriso complice, la parola
che stimola e rassicura.
Non c’è mestiere, arte, volontà.
La faccia è sola, nel vetro.

È di fronte a una cosa senza pupille,
senza fiato, che qua
uno si mette in posa:
guance e fronte belle distese,
occhi attenti, espressione naturale.

E se poi uno scatto è venuto male
(palpebre scese, ghigno da ubriaco)
il patto è: tenerlo. La collezione
scarti non ne prevede.

Perché dalla nostra faccia – questo ti insegna
ogni volta l’oracolo –
difese non ce ne sono.

TEMPO

Colli che si raggrinzano nel colletto,
capelli sempre più grigi, poi bianchi,
occhiaie molli da lèmure, guance cascanti:
era questa l’idea, fin dall’origine.

Fissare il cambiamento, l’identità.
Contemplarli da fuori,
come in certi documentari il fiore
che di colpo si apre
con lo sprazzo di un fuoco d’artificio.

Tutto previsto tu dici, tutto scontato:
il lavoro del tempo
(e della vita, e della gravità).
Ma quando poi
uno si è visto là
tutto insieme, e si sfoglia e si risfoglia
anno per anno, scatto dopo scatto,
il gioco rischia di cambiare aspetto.

Tu che non sei il soggetto
di questo crollo, tu che non hai collo
né capelli, né età,
segui tranquillo il cammino
delle immagini, seguilo
come gli spasmi di un insetto
nella tela del ragno,
come si guarda un naufragio
dall’alto di una montagna.

IDENTIKIT («SOLCATA HO FRONTE…»)

Lineamenti: parecchi. Quanto basta.
Irrevocabili. Comunque transitori,
insufficienti. Occhi a sventola.
Mento aquilino. Orecchie azzurre, tarchiate.
Labbra castane; poi, brizzolate.
Colorito composto, eretto.
Collo: uno solo, come il petto. Attaccàti.
Guance due, ben ravviate.
Capelli sfuggenti, equini.
Denti biondastri, a caschetto.

Settecentocinquanta nasi.
Nei primi della serie
è stata in qualche caso riscontrata
la bellezza dell’asino.

ALBUM

Capellone abbronzato come un bagnino,
scialbo seminarista, artigliere
col basco inamidato,
innamorato nel cappotto a spighe:
in questa galleria qualcosa circola
e somiglia, somiglia.

Non è mai tutto lì: va via, si sposta
da una tessera all’altra, come se
nessuno scatto potesse fermarlo.

Questo, cercavo: l’aria di famiglia
che corre tra me e me.

DATE

La gorgiera, il tricorno con le piume,
le spille, la frangia, il farsetto,
l’eskimo, l’elmo, la maglietta a righe,
gli occhiali neri e le basette:
alle nove e trentuno
il dieci di gennaio del mille-
novecentosettantasette
non sapevamo di essere in costume.

Umberto Fiori

è nato a Sarzana nel 1949. Dal 1954 vive a Milano, dove si è laureato in Filosofia. Dal 1973 al 1983 ha fatto parte del gruppo rock Stormy Six. È autore di saggi e interventi critici sulla musica (“Scrivere con la voce”, 2003) e sulla letteratura (“La poesia è un fischio”, 2007; “Il metro di Caino”, 2022) e di un romanzo, “La vera storia di Boy Bantàm” (2007). Il suo primo libro di poesia, “Case”, è uscito nel 1986. Sono seguiti “Esempi” (1992), “Chiarimenti” (1995), “Tutti” (1998), “La bella vista” (2002), “Voi” (2009) e “Poesie 1986-2014” (2014). Nel 2019 ha pubblicato il racconto in versi “Il conoscente”; il suo ultimo libro è “Autoritratto automatico” (2023).

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