Usciti dall’ultima sala della mostra personale di Ndayé Kouagou in corso alla Collezione Maramotti, si ha l’impressione di aver compreso solo una parte del discorso strutturato dall’artista, o di averci capito ancora meno. La tentazione più forte, inizialmente, è quella di ricominciare il percorso espositivo per reimmergersi tra le opere e ricominciare a riflettere su ciò che si vede e si ascolta: credo sia un errore.
Bisognerebbe, invece, rimanere ancora fermi in quella sala conclusiva – in cui viene riprodotto il video denominato A coin is a coin (2022) – e riconoscere nelle parole pronunciate dall’autore la stessa vertigine comunicativa provata durante la visita: uno stordimento di materialità inusuali, cromie industriali e densi enunciati che si aggrovigliano nella difficoltà di dare forma esatta a un flusso di coscienza che – per costituzione – ne è privo.
Quella allestita negli spazi della Collezione Maramotti è la prima personale italiana di Ndayé Kouagou, artista e performer francese che per la mostra reggiana intitolata Heaven’s Truth – nell’ambito del Festival Fotografia Europea 2026 – riunisce negli ambienti della Collezione opere recenti e un nuovo progetto espositivo realizzato specificamente per l’occasione.

La prima parte della mostra, coincidente con le prime sale del percorso ideato da Kouagou, viene modellata dall’autore come se si trattasse di una sorta di trasposizione tridimensionale di un fotoromanzo. Mediante un video introduttivo – nel quale Kouagou compare in qualità di suo alter ego doppiato da una voce femminile – l’artista racconta allo spettatore, con un incedere narrativo talvolta assimilabile a una lettura per bambini, la storia di quattro cani (il protagonista si chiama Pochi): una storia estremamente semplice che tratta tematiche universali concernenti la dimensione della vita, della morte e della giustizia. Il quartetto, in realtà, è interpretato sullo schermo da quattro persone reali, vestite con abiti informali e attuali, ma che indossano una maschera che ripropone fattezze canine e ne nasconde il volto umano.
Uno degli aspetti più interessanti, e a tratti inquietanti, relativi a questa prima fase è il doppio formato attraverso cui le vicende dei quattro personaggi vengono esposte. Da un lato il video – che li vede muoversi con una gestualità accentuata e disordinatamente teatrale – e dall’altro le sagome ad altezza naturale, le quali investono i protagonisti di una presenza concreta all’interno dello spazio espositivo.
In questo sguardo altalenato tra le immagini in movimento e questi peculiari e immobili cartonati (in realtà metallici) – unito al racconto cupo e insieme infantile di sottofondo – si avverte qualcosa di spettrale, una eeriness da limbo incastrato tra il mondo delle cose e una natura sovrasensibile, simile a quella stessa scenografia bianca, neutra e fredda entro cui la narrazione a schermo è ambientata.

Seguendo la più antica delle tradizioni, le maschere rappresentano archetipi che si scontrano con dilemmi universali; qui la loro fisionomia canina e l’atteggiamento scanzonato, tuttavia, scorporati da un’umanità riconoscibile, sembra favorire l’attenzione sulla contingenza delle loro azioni, sul dramma che essi – e solamente essi – si trovano a vivere. Quest’ultima prospettiva subisce però un continuo ribaltamento, soprattutto quando interseca la misura unica della morte e i modelli – tutti occidentali – entro cui questa viene esperita, temi verso i quali molti di quei discorsi avviati fin dalla prima sala sembrano tendere.
All’interno di un curioso Paradiso spaventosamente simile al mondo terreno, con una parabola metanarrativa in cui l’oratore principale, ossia l’alter ego di Kouagou, si ritrova coinvolto nei meccanismi diegetici e in complicati bivi di giudizio, il linguaggio fotoromanzesco dell’artista si conclude: sagome, grandi scritte sui muri e alcuni tenebrosi quadri a parete chiudono il racconto iniziato e finito con ibride immagini canino-sociali.

Procedendo verso le altre sale, abbandonati il racconto e la sintassi da genere editoriale, viene mantenuto il codice espressivo del soggetto-che-parla-in-video, che adesso assume caratteri di astratta perentorietà nella costruzione di un dialogo con il visitatore. Nell’installazione video Here & Elsewhere (2024) si assiste a una successione di filmati correlati dal concetto di “crisi”, una parola che risulta centrale nella sregolata e criptica poetica di Kouagou. Da una falsa diretta giornalistica con protagonista una reporter – interpretata dall’attrice che presta la voce all’autore nei suoi monologhi – si passa alle ambigue disquisizioni sviluppate dal canonico secondo sé dell’artista, una sorta di cantore contemporaneo che sembra porsi in una posizione cattedratica, dispensatrice di verità e consigli.
Questa è una delle formule più intriganti messe in gioco da Kouagou: a primo impatto, il tono scontroso e quasi pontificante dell’oratore che si auto-colloca in un punto di conoscenza superiore rispetto al pubblico può addirittura apparire fastidioso o saccente; tuttavia, alcuni passaggi espressi nel video lasciano trasparire l’incerto, l’equivoco, l’instabilità delle tesi con cui si vorrebbe leggere la realtà, e anzi il riconoscimento di un impedimento nel processo di comprensione del mondo che pone la voce del protagonista – tutto a un tratto, proprio quando rischiava di apparire più dottrinaria – alla stessa altezza dello spettatore. Non più in basso, non più in alto: le dissertazioni non raggiungono soluzioni univoche e le domande – nella maniera più umana possibile – non trovano risposte.
L’ambivalenza che viene a costruirsi è ben esemplificata da un frammento del discorso che contrappone giovani e vecchi. Sottolineando il fatto che, a un certo punto, sia gli uni, sia gli altri finiscono per avere torto riguardo a una visione organica della società, l’autore insiste sulla mancanza di lucidità anche da parte di coloro che si trovano in mezzo, i non giovani e i non vecchi, a cui non importa nemmeno in che luogo possa trovarsi la verità: “So the oldies are wrong, the youth will be wrong at some point and the rest don’t care”. In questo momento di massima tensione monologica, quando – una volta contrapposte le differenti visioni – sembra che il contenuto stia per risolversi in una sintesi tramite la domanda “Who should we listen to?”, Kouagou (o il suo indelicato io lirico) risponde con un drastico “DON’T LOOK AT ME EXPECTING AN ANSWER”, e se ne va, allontanandosi dalla scena.
L’eloquio inglese quasi robotico, dall’ottima dizione, e la morbidezza dei movimenti con cui l’alter ego dell’artista si esprime, nonché la proiezione di un corpo frontale e spesso inespressivo, lo rende avvicinabile a un NPC o ancor meglio all’avatar di una bizzarra Intelligenza Artificiale. Una IA aspra, leggermente scostante e, soprattutto, ribelle nei confronti dei compiti assegnati: la tragedia contemporanea di un computer che non dà risposte.

Nella stessa sala, la parete perpendicolare urla la parola “CRISIS” con una categorica scritta di grandi dimensioni, davanti alla quale campeggia un piedistallo su cui spicca un bottone rosso. Il congelamento di un allarme attraverso un pulsante che attende di essere premuto: sembra invitarci a farlo o vuole semplicemente che ci accorgiamo della sua presenza? Del suo potenziale? L’artista è in crisi? Il pubblico è in crisi? È chiaro che Kouagou non reputi essenziale la risposta a simili quesiti, diversamente da quanto accade per la domanda stessa, ossia la vera fonte di attrito volontariamente prodotta dallo sfregamento di piccoli shock comunicativi.
Paradossalmente, l’agire dell’autore sembra farsi anti-retorico laddove l’esercizio della parola appare quasi senza fine. Mediante una moltitudine di discorsi, frasi, riflessioni orali e considerazioni scritte, la trasmissione del suo pensiero finisce per dipanarsi in proposizioni risolute che – aiutate dalla misura e dal formato maiuscolo – acquisiscono la tassatività di una segnaletica stradale piuttosto loquace. Questa concisa parlantina risulta particolarmente rilevabile nei quadri esposti verso la fine del percorso espositivo allestito alla Collezione Maramotti, ovvero nei lavori appesi a parete che riportano, ancora una volta, enunciati scritti in lingua inglese frutto di meditazioni di cui osserviamo svolgimento e risultato.
Nella penultima sala, infatti, è possibile assistere a una teoria di scritte geometricamente disposte all’interno di rettangoli dall’attraente materialità. Le parole di Kouagou, connotate dal loro classico stile caratterizzato da misure maiuscole e colore nero, paiono galleggiare in una sorta di sottile teca trasparente e stropicciata. L’effetto di sgualcitura è fortemente acuito dai piani di colore che fanno da sfondo alle frasi, costituiti da tessuti plastici spiegazzati e pressati all’interno di quadri che sembrano quasi bacheche, i quali conferiscono alle opere un’intensa e inattesa corporeità. Ibridata con la perfezione meccanica dei testi sovraimpressi, l’estetica increspata di questi fondali colorati – con la loro netta fisicità tridimensionale – crea un cortocircuito visivo che attiva e annulla contemporaneamente le sensazioni tattili annunciate e poi tradite dalla doppia consistenza di “figura” e sfondo.

In uno dei quadri si legge: “If you were LOOKING FOR DIRECTION this is definitely not the place, look ELSEWHERE”. In maniera analoga a quella già sperimentata nelle installazioni video precedenti, l’artista ricorda allo spettatore di non prenderlo come esempio e di non cercare tra le sue parole alcuna indicazione circa il futuro e le strade da imboccare. Una segnaletica che esorta a non seguirla e a indirizzare lo sguardo verso altri riferimenti. E ancora: “CHANGE is key, KEY TO WHERE THOUGH? KEY TO A PLACE OF CHANGE!”. Domande e risposte si somigliano e vengono elaborate in modo che ad azione comunicativa – invece che una reazione – corrisponda un’ulteriore azione. Un processo che si mostra dialogante ma di fatto unilaterale e che fa collassare il monologo dentro se stesso, sprofondando in una spirale di commenti scritti che esplodono poi sulle pareti adiacenti.

Qui vengono affissi piccoli quadretti traslucidi – con la medesima sembianza da vetro stropicciato – nei quali le poche grandi parole precedentemente esibite si convertono in pensieri più lunghi e complessi. Quasi in forma di appunti per un soliloquio, la raffica di valutazioni scritte contenute in tali “fogli” vitrei, con il loro formato minuto e una scrittura più libera e sciolta, fungono da contrappeso alla natura brillante degli imperativi maiuscoli dell’altra parete: come se venissero attaccati alcuni post-it accanto a un enorme cartellone pubblicitario.
Evitando di ritrovare genealogie improprie, ma riconoscendo la prossimità con certe forme espressive già note e storicizzate, il procedere di Kouagou sembra riabbracciare generi e poetiche tipicamente ascrivibili all’ambiente concettuale statunitense degli anni Settanta e Ottanta. Nel suo torrente di enunciati si potrebbe individuare a tratti la gravità di Lawrence Weiner, il tono diretto e senza fronzoli di Barbara Kruger, o ancora il magnetismo cromatico di Jenny Holzer. L’affinità è linguistica e formale ed è ravvisabile all’interno di un lavoro che segue uno schema basato su grandi scritte a parete o a schermo, tuttavia essa va progressivamente diluendosi – fino a scomparire quasi del tutto – nel momento in cui risulta chiara l’imprescindibilità di leggere l’opera dell’autore francese alla luce dei canoni verbo-visuali riconducibili alla cultura digitale degli anni Venti del Duemila.
Soprattutto nelle installazioni video, infatti, non è solo la somiglianza con un avatar generato artificialmente a calarlo nella contemporaneità, ma piuttosto la sua attitudine da guru onnisciente che parla davanti a un obiettivo. Talvolta Kouagou sembra quasi scimmiottare il comportamento da guida spirituale tipicamente assunto da alcune personalità del web che, rispetto a quelle televisive vissute dalle passate generazioni, incarnano un parlare ancora più ex cathedra di quanto non lo fosse quello di coloro che rispondevano a codici mediatici pre-social network.
Se il racconto iniziale si ispira a un dispositivo narrativo del secondo dopoguerra (il fotoromanzo), nel video A coin is a coin che conclude la mostra – da cui siamo partiti – l’influenza sembra derivare da un’attualissima tradizione dell’era digitale. Nel video a cui ci si è riferiti poc’anzi, Here & Elsewhere, si nota già un’inclinazione a metà tra contenuto promozionale e somministrazione di pareri non richiesti, comunemente rintracciabile negli account social di coloro che si atteggiano a maestri di vita. Pur su una stessa linea, nell’ultimo video sembra cambiare qualcosa.
Mantenendo un’analoga posa da so-tutto-io – parodia di un’ostentazione di conoscenza più parolaia che effettiva – l’alter ego dell’artista articola un discorso parecchio sensato sull’inadeguatezza di un approccio bipolare alle cose del mondo. Ricolmo di traslati e allusioni più o meno velate, viene suggerita una visione della realtà che fuoriesca da un’opposizione tra bianco e nero per raggiungere l’eterogeneità delle altre gradazioni. All’inizio della proiezione video si ascolta e si legge: “I have seen you looking at a coin, you looked at one side and then the other […]. Looking at two sides of the same coin is not exactly looking elsewhere”.

Per generare cambiamento, unico vero obiettivo manifesto all’interno del monologo, è necessario “guardare altrove” e dunque scoprire l’esistenza pluridimensionale delle cose, favorire la multiformità e un pensiero altro. Non basta guardare l’altro lato della moneta, e nemmeno osservarne una diversa: il mondo non vive di piattezze. Laddove autrici esplicite come Kruger e Holzer intervenivano nel tessuto sociale tramite una poetica dal portato marcatamente lirico e politico, Kouagou vi si inserisce impiegando discorsi fumosi e impersonali, ricchi di metafore e similitudini, per dare vita a una sorta di comunicazione astratta in cui al pubblico viene richiesto di identificare i referenti reali.
Collocandosi nell’abitudine – ormai universale – alla fruizione di video, moniti e incitamenti online, l’idioma anti-pubblicitario dell’autore spiazza lo spettatore con imponenti esclamazioni o interrogazioni psicologicamente poste. Presenta un sistema di orientamento che prevede la confusione di fronte a prediche di un alter ego che si contraddice, sentenzia, dà verdetti ed emette giudizi, mostrando talvolta di avere anche ragione. Imbevuti di suggestioni, dritte e raccomandazioni, al termine del percorso espositivo non si sa a cosa o a chi credere, se si è trattato di un fecondo soliloquio o di un flusso di coscienza eccessivamente liquido.
È certo che si esce consapevoli di quanto sia decisivo ponderare una situazione e scegliere – senza stare nel mezzo – tra le cose importanti della vita, come risulta evidente dall’ultima insidia bifronte posta da Kouagou: Airbnb o Hotel? Sinistra o Destra? Apple o Android? Bene o Male?
Heaven’s Truth. Ndayé Kouagou
Reggio Emilia, Collezione Maramotti
dal 3 maggio al 26 luglio 2026
In copertina: Ndayé Kouagou, A coin is a coin, 2022, video a un canale. Courtesy Collezione Maramotti
