Rembrandt a Primavalle

Io sono vecchio, mi sento molto più vicino a Baudelaire, che non a Tarantino. Per fare un solo esempio, come tradurre in italiano La servante au grand coeur, una delle più laceranti poesie della modernità? Ascoltatene i versi su You Tube nell’interpretazione di Léo Ferré. Ebbene “servante” significa balia, donna di servizio, colf, nutrice (in Omero), njanja (nella letteratura russa), ma nella mia infanzia fu solo e soltanto “tata”, ossia una vice-madre.

E non è tutto, in quanto, come se non bastasse, l’immagine che sto commentando non rappresenta la mia, di “tata”, bensì quella che lavorava dai miei zii; insomma, una specie di vice-vice-madre, dato che ogni famiglia, anche minimamente agiata, poteva assumerne una.

Era una donna allegra, solare, generosa, grandissima fumatrice, quella di cui ho ritrovato una vecchia foto – cartolina arrivata da un passato remoto, baudelairiano, per l’appunto. Ma vengo al nodo della questione: al di là del mio prevedibile affetto, il motivo della scelta resta infatti un altro, non tanto sorprendente, quanto, almeno per me, sconvolgente. Per quali mai reconditi percorsi, Silvana, amata tata di mia cugino Sandro, si è trasformata in uno dei più mirabili autoritratti di Rembrandt?

(Roma, 1957) ha pubblicato sei libri di poesie (raccolti nel volume “Le cavie”, Einaudi 2018), il pamphlet in versi “Il commissario Magrelli” (Einaudi 2018), e un ciclo di quattro volumi in prosa (concluso con “Geologia di un padre”, Einaudi 2013). Professore ordinario di letteratura francese all’Università Roma Tre, ha diretto la serie trilingue “Scrittori tradotti da scrittori” Einaudi (Premio Nazionale per la Traduzione 1996). Nel 2002 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attribuito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana.