Immagini di massa

04.02.2026

Le masse, illustri assenti nel tornante della storia che stiamo percorrendo. Negli ultimi decenni, queste figure collettive otto-novecentesche hanno dato segni di vita, ma forse si trattava più dei sussulti convulsivi di un organismo esanime che non di segni di ripresa vitale. Quasi sintomi isterici di un corpo sociale in sofferenza e incapace di esprimersi, di soggettivarsi, di trasformarsi in un noi collettivo; un corpo capace di rivendicare la propria alterità, la propria non corrispondenza all’identità storica dell’epoca, a quel discorso dominante e dominatore che viene in continuazione riprodotto sui social media e nella comunicazione mass-mediatica. Il massmediatico, per l’appunto, come azzeramento della massa, come sua cattura spettacolare, come suo riassorbimento e depotenziamento vitale. Nulla di nuovo sotto il cielo: il mondo della vita, dei corpi desideranti, contro il mondo delle merci e della spettacolarizzazione di ogni aspetto dell’esistenza. L’infinito processo di riduzione dell’eterodossia sociale alla normatività mercantile.

Così, in una stagione intellettuale segnata dalla polverizzazione di solidi legami sociali e dalla crisi, apparentemente definitiva, delle grandi narrazioni collettive, fa abbastanza effetto l’incrocio editoriale tra l’indagine sul campo di Gregorio Carolo, la proposta “costituzionale” di Antonio Cantaro, l’analitica “infante” del presente collettivo di Claudio Cavallari e Pierpaolo Ascari e, più in generale, il proliferare di scritti post- e neo-operaisti, neo-situazionisti, post-decostruzionisti e variamente ribellisti, se non rivoluzionari, che delineano una costellazione teorica di rara densità. E a questi nomi se ne potrebbero aggiungere molti altri da Massimo De Carolis a Vincenzo Costa, sino alla fertile polemica su immagini della politica e politica delle immagini, pubblicata Oltralpe da Georges Didi-Huberman e Enzo Traverso. Autori, libri ed editori che denotano un’effervescenza teorica promettente e forse foriera di una nuova stagione nella quale tanto la superficialità giornalistica quanto la stanchezza teorica del mondo universitario lasciano il passo ad altro; un altro che certo inciampa, tentenna, a volte si impianta, ma che risolutamente cerca un diverso modo di pensare e di rendere il pensiero a una pratica collettiva e vivente.

Per cercare di descrivere e rendere conto di questa effervescenza si potrebbe partire dall’icastica immagine della tragedia collettiva documentata in Incoscienza di classe, dove Carolo, attraverso un’analisi impietosa che spazia dalla metalmeccanica al controllo algoritmico della logistica, descrive il naufragio di ogni dimensione comune tra le nuove generazioni di lavoratori. Percorrendo le pagine di questo decameron del lavoro odierno, intessuto di micro-storie di resistenza e di sconfitta, appaiono le figure sociali del malessere strutturale della precarietà. Un malessere, un vivere male, che viene costantemente introiettato come fallimento individuale: problemi come i bassi salari, i ritmi insostenibili e l’assenza di prospettive non vengono più percepiti, infatti, come questioni politiche, ma divengono colpe personali da espiare in solitudine. Lo “spirito del tempo”, analizzato da Carolo, rimuove la dimensione collettiva e spinge l’individuo a farsi imprenditore di se stesso, trasformando i potenziali compagni di lotta in avversari di una guerra tra ultimi che annulla ogni forma di cooperazione. Dalla ristorazione, caratterizzata da una familiarità tossica che inibisce il conflitto, alla consulenza aziendale, dove la competizione dei “colletti bianchi” divora la vita privata (ma medesimo discorso vale anche per il mondo culturale, per non parlare di quello delle arti), emerge un quadro di solitudine sociale dove la scomparsa dei luoghi fisici di aggregazione rende impossibile stabilire legami solidali duraturi.

5 Marzo del 1943 ha inizio, nell’officina 19 di Mirafiori, lo sciopero degli operai della Fiat

Questa fenomenologia della solitudine non è però un destino ineluttabile, ma il risultato di un processo storico in cammino ormai da diversi decenni e che assume tutta la sua valenza alla luce della “rivoluzione copernicana” di Mario Tronti. L’intuizione trontiana, risalente ormai a oltre sessant’anni fa ed espressa con forza matriciale in Operai e capitale, stabiliva che la classe (e la sua lotta) precede il capitale o – per riassumere con valenze linguistiche foucaultiane – che la resistenza precede il potere: non è il capitale a muovere autonomamente la storia, ma è la lotta operaia, con la sua carica di estraneità e rifiuto, a costringere il sistema a ristrutturarsi e a innovarsi per sopravvivere. La massa, in questa prospettiva, non è un oggetto inerte (anche se non è, ancora o più, “popolo” per Tronti), ma il soggetto che attraverso il proprio “negativo” – il rifiuto del lavoro e l’insubordinazione – detiene l’iniziativa strategica. L’incoscienza odierna descritta da Carolo appare dunque, non solo come il segno più evidente di una perdita della coscienza di classe, ma come il sintomo di un apparato di cattura capitalistico che è riuscito a intercettare quella spinta originaria prima che riuscisse nuovamente a farsi politica. Il soggetto storico si eclissa nella sua rappresentazione spettacolare e consumistica, frammentando l’energia del rifiuto in isolamento digitale e atomizzazione sociale.

A questa analisi si dovrebbero aggiungere, come un controcanto malinconico ma ferocemente (auto)critico, alcune ulteriori riflessioni dell’ultimo Tronti, come quelle contenute in Il popolo perduto. Qui, l’autore constata il dramma di una sinistra che ha smarrito il contatto con il proprio corpo sociale, diventando parte integrante di quella “forma-mondo” neoliberista che avrebbe dovuto combattere. Per Tronti, il popolo non è svanito nel nulla, ma è diventato un “popolo perduto” perché privato di una guida politica capace di trasformare il disagio in visione. Nel tentativo di rispondere a questo smarrimento odierno, così ben documentato da Carolo, Tronti richiama, seguendo il Benjamin delle Tesi, la necessità di una risorsa rivoluzionaria che risieda più negli “antenati asserviti” che nei “discendenti liberati”. Così facendo, Tronti si smarca dalla visione progressista sostenuta dalla sinistra attuale, una sinistra ormai incapace di incarnare, di dare consistenza corporea, massa vivente, a quel simbolo di trasformazione di cui intere generazioni di vinti hanno, invece, lasciato traccia – quel corpo sociale che è ancora possibile vedere nel grande Atlas della classe operaia, dalla Comune di Parigi sino alla fine degli anni settanta del novecento, il secolo d’oro del socialismo. Si tratta di un archivio di immagini che non è mai ancora stato davvero organizzato e, soprattutto, mai abbastanza è stato tatticamente riutilizzato come traccia indelebile di un possibile. Immagini-simbolo, engrammi che conservano memoria di esperienze e lotte, vittorie e sconfitte di un corpo sociale coeso e consapevole. Le braccia conserte dei lavoratori, le grandi folle ai funerali dei compagni caduti, i simboli laici della classe operaia, quegli stessi simboli che Simone Weil riteneva centrali nel suo La condizione operaia per non venire schiacciati dal malheur e dallo sradicamento che ne consegue. Così, se Carolo, nel suo bel libro, documenta l’incoscienza pratica e l’alienazione che ne deriva, Tronti, nella parabola finale del suo percorso di militanza teorica, denuncia l’incoscienza politica di chi ha rinunciato a rivendicare una storia e una tradizione di “parte” per, in nome di una presunta totalità (populista), farsi “sistema”.

Fototessera di Simone Weil, operaia alla Renault nel 1935

Non priva d’interesse, per completare questa mappatura della massa e della sua apparente scomparsa, è l’analisi che Claudio Cavallari e Pierpaolo Ascari svolgono in Analitica della massa, un libro che sposta l’indagine verso una morfologia storica e psichica del legame sociale. Nell’estremamente ben congeniato capitolo d’apertura, il corpo di Jane Avril, ritratto da Toulouse-Lautrec, diventa l’emblema di una massa che non è più solo compattezza muscolare, ma danza nervosa e “coreomania”. La Avril, con i suoi movimenti eccentrici e la sua “aria di famiglia” con la follia dell’ospedale della Salpêtrière, incarna una resistenza corporea che sfugge alla cattura dello sguardo borghese, alla sua ordinata descrizione e percezione identitaria. L’anti-eroina Jane, nella rappresentazione di Toulouse-Lautrec, diviene l’icona, non più della massa monumentale, ma dell’imprevedibilità di una singola dentro la moltitudine. Così da suggerire che nell’immagine della ballerina delle Folies Bergère appaia un singolo-massa, animato da un’alterità radicale, che si esprime, non solo nella seriosità rivoluzionaria, ma anche nel divertimento e nello spettacolo.

L'”incandescenza non domabile” incarnata da Jane diviene, in questo modo, la possibilità di un nuovo soggetto, di un soggetto-massa che travalica l’individuo, perso nel suo isolamento, per ritrovarsi, oltre se stesso, nel con-essere dei corpi viventi e desideranti, “dei corpi che si incontrano senza altra finalità se non quella di incontrarsi”. Più che dell’emersione di un vero e proprio nuovo soggetto si tratta di un processo, senza fine, di soggettivizzazione che si struttura e si articola tramite l’incontro, incoercibile, dei corpi, tramite quella moltiplicazione di azioni che i corpi generano nel loro incontrarsi, nel loro condividere lo spazio sociale. Questa soggettivizzazione è il contrario di ogni identificazione. Il soggetto-massa è quello che permette all’individuo identitario di andare oltre se stesso, oltre l’isolamento a cui ogni identità postmoderna lo destina.

A sinistra: Henri de Toulouse-Lautrec, Jane Avril, the Art Institute of Chicago, Chicago, IL, USA; a destra: Paul Sescau, Jane Avril, c. 1890. Wikimedia Commons (public domain).

Cavallari e Ascari suggeriscono che, nonostante il sistema spinga per una socialità funzionale, identitaria e controllata (la massificazione del capitale e dei consumi), possa comunque sempre aprirsi la possibilità di un soggetto altro, un eterosoggetto, capace di sottrarsi alla violenza identitaria del mercato. Il mercato, infatti, senza tregua reagisce a ogni forma di vita, a ogni rivolta del singolo-massa, costringendo il desiderio di una vita altra che abita questo soggetto singolare-plurale all’interno di un prodotto che, più semplicemente e dietro corresponsione pecuniaria, garantisce, al consumatore, uno stile di vita, una vita glamour, un’identità socialmente riconoscibile e riconosciuta. Se il sistema della comunicazione dice ad ognuno di noi chi è in base a quel che consuma (materialmente o immaterialmente), allora il nuovo soggetto-massa rinuncia a un proprio dire identitario e si orienta, semmai, verso un “tra-dire”, un dire condiviso e non appropriabile, che accade solo nella comunicazione profonda tra soggetti reali. Si compie, così, un passaggio dall’incoscienza di classe descritta da Carolo a un inconscio in atto che lotta in noi e per noi, affinché possa finalmente darsi un “noi” capace di sottrarsi ai sembianti dell’Altro e al godimento autistico del capitale. In questa analitica, la massa si fa apertura verso un’alterità che preme per manifestarsi, materialmente, tramite i corpi singolari plurali nello spazio pubblico, in un nuovo e altro spazio comune.

Quello che può un corpo e, ancor più, cosa possano molti corpi che si fanno massa, essere-in-comune, questo non possiamo dimenticarlo, perché non possiamo liberarci o farci privare del nostro corpo (nonostante il tecno-capitalismo sembri concentrare i propri sforzi proprio in quella direzione). La potenza di questa orda selvaggia e pensante, la massa dei corpi, la moltitudine di corpi singolari, la loro incoercibile presenza, è quel che resta inespropriabile e a portata della nostra esperienza vivente, delle nostre vite, qui e ora. Anche se, come sottolineerebbe Tronti, questa moltitudine non è ancora popolo, non è ancora capace di forma politica; è solo portatrice e custode di una violenza informe, direbbe Georges Bataille: violenza, certo necessaria alla costituzione di una forza politica, ma incapace di reale potere costituente. Si tratta di una massa che corre sempre il rischio di un dispendio senza ritorno e, nell’epoca della società spettacolare, di una sua riduzione a momento di un processo di effimera effervescenza insurrezionale, di cui il sistema si riappropria in chiave repressiva. La massa, cioè, non raggiunge la dimensione di “concetto politico di popolo” o, per dirla sempre con Tronti, è un aggregato che, a differenza dell’insieme internamente solidale incarnato dal popolo politico (ad esempio, il popolo comunista), rischia sempre di scomporsi in una folla o massa arrabbiata di individui solitari (spesso in conflitto agonistico tra loro o tra loro micro-aggregazioni che si infiltrano nella massa, rivendicandone la testa – la sinistra dei gruppi docet).

Il fenomeno delle neo-masse contemporanee dovrà, inevitabilmente, liberarsi anche dai processi di estetizzazione dell’esistenza che il mercato mette sempre più in atto, proprio per neutralizzare l’effetto massa che i corpi amplificano nel loro incontrarsi, intrecciarsi, scontrarsi. Ed è proprio qui che l’estetica spettacolare si scontra con la prassi politica: il meccanismo di cattura del lavoro descritto da Carolo e la perdita dell’anima popolare denunciata da Tronti trovano il loro corrispettivo speculare, seppur deformato, nella cattura delle immagini analizzata da Cavallari e Ascari. Se nel sistema produttivo il capitale intercetta l’insubordinazione per trasformarla in innovazione tecnologica, nel campo dell’estetica l’istituzione cattura l’immagine nomade e radicale – come la danza di Jane Avril – per normalizzarla in prodotto culturale o trend algoritmico. L’immagine smette di essere una forza di interruzione del reale e diventa un dispositivo di cattura dell’attenzione. Il potenziale eversivo della visione – il “fuoco nella mente” (Tronti) – viene svuotato e ridotto a mero consumo estetico. Attraverso questo processo di svuotamento e riduzione, si afferma, invece, una cosmesi o estetica dei corpi sofferenti, sofferenti della propria solitudine, della propria assenza di condivisione: un’estetica riduttiva del malessere che espropria la singolarità di ogni dimensione di senso, di possibile condivisione del comune, privandola del proprio con-essere, ontologicamente fondante.

All’interno di questa ferita o piaga aperta nel corpo sociale, si inserisce la tesi sviluppata da Antonio Cantaro in Amato popolo, libro di passione strategica e di fredda lucidità tattica che tenta di ricomporre l’energia dispersa del soggetto-massa attraverso quella che egli definisce una cornice di “comunismo normativo”. Il libro di Cantaro – stimato costituzionalista – non insegue utopie astratte, ma individua nel diritto e nel recupero della sovranità sociale lo spazio in cui l’insoumission, l’insubordinazione a un sistema di sfruttamento e ineguaglianza, può farsi mondo e istituzione. Cantaro invita a passare dal populismo reattivo – analizzato anche da Vincenzo Costa nel suo Populismo senza popolo – a una pratica di partecipazione consapevole, capace di usare le norme costituzionali come armi per proteggere l’inalienabile e respingere l’intollerabile.

Il Capo dello Stato, Enrico De Nicola, firma la Costituzione italiana a palazzo Giustiniani, il 27 dicembre 1947. Al suo fianco, da sinistra a destra, Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio, Francesco Cosentino, funzionario, Giuseppe Grassi, guardasigilli, e Umberto Terracini, presidente della Costituente.

La lettura incrociata dei tre libri permette, così, di istituire un dialogo, non privo di incongruenze, ma serrato e fecondo tra la logica della resistenza di Ascari e Cavallari, la documentazione dello sfruttamento di Carolo e la volontà di lotta normativa e politica di Cantaro. Il risultato, tra i molti possibili, è la costituzione di una cassetta teorica contenente non pochi attrezzi capaci di scardinare l’orrenda normalità senza norme del neoliberismo contemporaneo. Il diritto, infatti, come mostra Cantaro, non è un limite alla rivolta, ma l’unico spazio in cui la trasformazione sociale può acquisire una durata e una stabilità, evitando che la resistenza si disperda nell’effimero o si rifugi nel, condivisibile, pianto per il popolo perduto.

In questo slancio verso la ricostruzione di una soggettività sovrana, permane – come ovvio in tutti i discorsi seri e che, quindi, realmente si confrontano con la resistenza del reale – una tensione irrisolta tra la necessità della partecipazione politica e civile e la dimensione di quello che non saprei come altro definire se non un destino storico che sembra aver surclassato e forcluso tutte le nostre categorie e possibilità di azione. Ma è, forse, proprio quando il disastro incombe e ogni memoria sembra essere stata cancellata, proprio nel momento dell’estremo pericolo, quando la dimenticanza di sé è quasi totale, quando non si ha più ricordo di una storia e una tradizione, è proprio in quest’istante che, più forte che mai, il reale torna a scuoterci dall’ipnotico spettacolo a cui ci siamo volontariamente sottomessi.

Claudio Cavallari, Pierpaolo Ascari
Analitica della massa. Nell’infanzia di un presente collettivo
DeriveApprodi, 2026
136 pp., 13 euro

Antonio Cantaro
Amato popolo. Il sacro che manca da Pasolini alla crisi delle democrazie
Bordeaux, 2025
240 pp., 24 euro

Gregorio Carolo
Incoscienza di classe. Corpi, voci e desideri di un tempo libero dal logorio del lavoro
Prefazione di Francesca Coin e Postfazione di Pierpaolo Capovilla
Meltemi, 2026
164 pp., 15 euro

Mario Tronti (con Andrea Bianchi)
Il popolo perduto. Per una critica della sinistra
Nutrimenti, 2019
144 pp., 14 euro

In copertina: Funerali di Roberto Franceschi il 3 febbraio 1973, fotografia di Carla Cerati / Courtesy Elena Ceratti

Federico Ferrari

Federico Ferrari

(Milano, 1969). Insegna Estetica all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto” (Johan & Levi, 2013; 2024), “L’anarca” (Mimesis, 2014; Sossella, 2023), “Oscillazioni” (SE, 2016), “Visioni” (Lanfranchi, 2016), “Il silenzio dell’arte” (Sossella, 2021), “L’antinomia critica” (Sossella, 2023), “Ritratti” (Sossella, 2025), “Nicola Samorì, sulla soglia del tempo” (Abscondita, 2025) e, con Jean-Luc Nancy, “La pelle delle immagini” (Bollati Boringhieri, 2003) e “Estasi” (Sossella, 2022).

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