L’immagine della folla che assalta il Campidoglio di Washington il 6 gennaio 2021 non è la rappresentazione di un semplice episodio di cronaca, né soltanto la prova di una radicalizzazione politica: è una scena-simbolo, un dispositivo immaginifico attraverso cui la crisi democratica contemporanea si esibisce nella sua forma più paradossale. Non vi compare il popolo come soggetto storico, organizzato e orientato da un progetto collettivo, ma piuttosto una dispersione atomizzata di individui che, eterodiretti dal più influente dei lobbisti mondiali, pretende di agire “in nome del popolo”, mentre, di fatto, ne denuncia la scomparsa. È a partire da un simile paradosso che Vincenzo Costa, nel suo Populismo senza popolo. L’esistenza nell’epoca della post-politica, costruisce la propria analisi: il populismo, lungi dall’essere un soggetto politico compiuto, è la spia di un vuoto, il sintomo di un’assenza, il parossismo di un corpo sociale in fase di disintegrazione.
La tesi è netta e insieme destabilizzante: il populismo non rappresenta una deviazione patologica dalla democrazia liberale, bensì il sintomo della sua disfunzionalità interna. Non è un corpo estraneo che infetta la politica, ma il segnale attraverso cui essa denuncia la propria incapacità di rappresentare la società. Il populismo emerge là dove il sistema politico si sgancia dal mondo della vita (per riprendere la categoria husserliana), riducendosi a dispositivo normativo e amministrativo, incapace di raccogliere, tradurre e rielaborare l’esperienza concreta e vivente degli attori. Costa sposta il centro dell’analisi: non si tratta di difendere o demonizzare il populismo, ma di riconoscerlo come segnale di una frattura strutturale, come manifestazione di un processo più profondo di de-socializzazione e de-politicizzazione.
Il “populismo senza popolo”, in questa chiave, non è l’annuncio di un nuovo soggetto, ma il nome della dissoluzione del soggetto collettivo. È una ripresa, in mutati contesti sociali, del “popolo che manca” a cui già facevano riferimento, su diversi registri, Gilles Deleuze in L’immagine-tempo e in una conversazione con Toni Negri contenuta nel capitolo “Politica” di Pourparler o Carlo Galli in Democrazia senza popolo o, ancora, Mario Tronti in un libro intervista di qualche anno fa dal titolo Il popolo perduto. Ed è questo, in fondo, il grande problema dell’individuazione del soggetto politico, problema che ha ossessionato tutta la tradizione operaista e post-operaista italiana, e che trova, in Costa, una sua ripresa, totalmente disincantata, ma non per questo disperata. Il neoliberismo non ha prodotto soltanto nuove forme di economia e di governance, ma soprattutto una trasformazione antropologica: individui isolati, atomi politici che si rapportano alla politica unicamente come veicolo di rivendicazioni private, spesso in conflitto tra loro. Lungi dall’essere spontaneo, questo atomismo è il risultato di quella che Costa definisce la “trasformazione neoliberale dell’esistenza”: il progressivo smantellamento delle temporalità condivise, delle appartenenze comunitarie, delle reti di solidarietà e delle narrazioni collettive. In tal senso, il populismo non produce il vuoto, ma vi si installa: ne è conseguenza più che causa, manifestazione e non fondamento.

Se il simbolo della lotta e della coscienza collettiva era il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, questa massa compatta che avanza e che avanzando rivendica una propria identità e una propria funzione storica, l’immagine che meglio rappresenta il nuovo stato d’animo, atomizzato e angosciato della società postmoderna e turbocapitalista, è L’Urlo di Munch. Questo passaggio iconografico dal noi all’io, dalla solidarietà di classe alla rivendicazione disperata della propria solitaria singolarità, non è per Costa mera metafora, ma chiave di lettura di un intero sistema politico e sociale in disfacimento: il tramonto del popolo e l’avvento del singolo. La fine della politica e il dispiegarsi di una società atomica dove ognuno concorre per affermare se stesso. Dalla lotta di classe (al cui centro è la figura dell’operaio massa che, attraverso il conflitto sociale, si ribella al lavoro alienante) si arriva alla società della concorrenza totale (con protagonista l’imprenditore massa che, competendo contro tutti gli altri imprenditori massa all’interno della società-azienda, realizza se stesso attraverso la costruzione della propria carriera).

Ne risulta un concetto di popolo svuotato, ridotto a ciò che Ernesto Laclau chiamava un significante vuoto: un nome fluttuante, suscettibile di essere riempito da strategie egemoniche differenti, senza più radicamento in una realtà sociale coesa. Ciò che qui si perde non è soltanto la capacità di mobilitare, ma la possibilità stessa di rappresentare. La frammentazione dell’esperienza storica in micro-narrazioni individuali rende impossibile la formazione di un progetto comune. La politica si riduce a gestione dell’esistente (la figura del politico viene a coincidere con quella di un buon amministratore), mentre i populismi diventano il linguaggio effimero attraverso cui il malessere prende parola.
La cecità delle élite politiche e culturali progressiste sta nel difendere la democrazia come se fosse una razionalità trascendentale, astorica, senza riconoscere che il suo svuotamento si consuma proprio nel distacco dal “mondo della vita”. La Lebenswelt rappresenta il mondo in cui viviamo quotidianamente, prima di ogni astrazione scientifica o teorica. È l’orizzonte di tutte le nostre esperienze pre-scientifiche e pratiche; è la totalità delle esperienze immediate e soggettive che formano il nostro orizzonte di significato. È il mondo che diamo per scontato, il “sostrato” su cui si costruiscono tutte le altre forme di conoscenza. È nella distanza tra questo mondo concreto, contingente, e il discorso astratto delle élite che si radica il fenomeno populista. Il disprezzo che, ad esempio, le élite progressiste riversano sulle rivendicazioni populiste genera, per reazione, un amplificarsi dei fenomeni più esasperati del populismo: il sentimento di una frattura inconciliabile tra il vertice decisionale e la massa che, sempre più, si sente impotente, disprezzata e inascoltata nelle sue rivendicazioni esistenziali. L’analisi progressista del populismo, non solo non ne comprende le cause, ma ne esaspera a tal punto gli effetti da divenirne essa stessa una radice. Costa radicalizza tale intuizione, mostrando che la politica progressista non fallisce soltanto sul piano delle procedure, ma nel suo radicamento vitale: fallisce come generazione di senso, come articolazione dell’esperienza, come forma formans, cioè come ricomposizione formale di tutto ciò che nell’esistenza, nelle sue molte dimensioni, genera vitale conflitto.
Anche l’approccio, chiamiamolo, tradizionalista al populismo fallisce. Questo approccio – di cui l’opera di Alain De Benoist è uno degli esempi più raffinati – vede nel populismo l’ultima possibilità per le masse di esprimere il proprio bisogno di radicamento nella tradizione. Tuttavia, Costa ritiene che, sebbene questa esigenza sia comprensibile, l’ambiente tradizionale sia quasi scomparso, soppiantato dall’egemonia ambiental-culturale del neoliberalismo. Viene, anzi, da chiedersi se il rigurgito tradizionalista non sia indice del più profondo sradicamento, quello inconsapevole, delle masse popolari. In ogni caso, il richiamo a questa tradizione, ormai ridotta a simulacro (Salvini intento a snocciolare il Rosario durante un dibattito parlamentare), viene strumentalizzato dalle classi dirigenti delle nuove destre solo per ottenere consenso politico, consenso che viene poi usato per gestire i grandi affari economici nella lotta competitiva tra clan contrapposti (clan di élite – di destra, di centro e di sinistra – in fondo, tutti radicati, loro sì, e ben saldamente, nel mercato neoliberista). Anche in questo approccio da destra al fenomeno populista, si riscontra uno scollamento tra la formazione discorsiva e l’ambiente, tra l’ordine del discorso e il mondo della vita.
Il merito maggiore del libro sta esattamente in questo slittamento di prospettiva: dall’analisi politologica alla fenomenologia della post-politica. Più che un contributo alla tassonomia dei populismi, il saggio di Costa è un’indagine sulle condizioni esistenziali che rendono possibile la loro proliferazione. Il populismo non è un attore politico dotato di autonomia, ma uno specchio che riflette la crisi della rappresentanza, la disgregazione del legame sociale, la perdita di un orizzonte comune di senso. È il richiamo nostalgico e allo stesso tempo l’indice della fine della categoria fondante del politico, quella tra un noi e un loro o, per dirla con Schmitt (a cui Costa non si richiama), quella amico/nemico. Quella populista è spesso una società nella quale scaltri leader, che in realtà difendono interessi particolari (se non, spesso, familiari o di clan), creano molti nemici del popolo senza, però, generare reale amicizia popolare: dividono senza realmente unire. Il populismo delle società neoliberali occidentali è, cioè, l’immagine di una società monca, capace di ancorarsi ed esprimersi solo attraverso l’elemento distruttivo (il nemico da combattere) e non quello costruttivo, affermatore di una società altra (che solo nella dimensione dell’amicizia potrebbe prendere forma). “Il neoliberalismo crea una società atomizzata, senza più alcun ‘noi’, un insieme di individui soli, impauriti e dispersi, dunque carichi di rabbia impotente, privi di una prospettiva emancipativa, che si aggregano in negativo, contro qualcosa o qualcuno, ma che non è possibile aggregare e unificare attorno a un progetto di trasformazione”. Nessun popolo all’orizzonte, ma solo una massa indistinta di individui, sempre più soli, sempre più rabbiosi, sempre più sofferenti che cercano disperatamente di salvarsi salendo gli uni sopra la testa degli altri e cannibalizzando i più deboli.
Il punto non consiste, allora, nello stabilire se il populismo rafforzi o indebolisca la democrazia, ma riconoscere che esso segnala una democrazia già disancorata dalle forme della vita. Non dovremmo più nemmeno parlare, come poteva fare ancora Heidegger, di un’esistenza come un essere gettati nel mondo. Bisognerebbe piuttosto parlare di un essere-nel-mercato. “Il mercato ha sostituito il mondo come orizzonte dell’esistere, generando una neoambientalità”. Questo nuovo ambiente è l’immagine speculare di una politica che sopravvive come simulacro, amministrazione senza progetto, rappresentazione senza rappresentati. In questo senso, “populismo senza popolo” diventa la formula più precisa per nominare l’epoca neoliberale: un tempo in cui la politica si riduce a superficie di apparizioni, mentre il popolo – ridotto a frammento, a eco dispersa – resta privo di una forma collettiva, capace di contenere quel conflitto sociale che genera soggettività storica e politica.
La scena politica assume così i tratti di una dimensione attraversata da presenze effimere: individui che occupano lo spazio sociale senza costruire progetto politico, parole che si accendono e si spengono senza diventare discorso comune. Come nelle immagini di Capitol Hill, non più la marcia di un popolo, ma l’affollarsi di immagini che scorrono sullo schermo di uno smartphone: lampi di visibilità immediata, privi di radicamento, incapaci di darsi durata. È questa la forma in cui la democrazia sopravvive nell’epoca neoliberale: come flusso di immagini e segni che simulano un legame, ma non lo costituiscono.
Vincenzo Costa
Populismo senza popolo. L’esistenza nell’epoca della post-politica
Armando Editore, 2025
90 pp., 10 €
In copertina: manifestanti pro-Trump mentre assaltano il Campidoglio, 6 gennaio 2021 (fonte Wikipedia)
