Lica Covo Steiner, partigiana

25/04/2023

Sin dal titolo, e dalla grafica sciampagnina di Leonardo Sonnoli, si presenta baldanzosa la collana Oilà ideata e diretta da Chiara Alessi per Electa. Il titolo riprende infatti le parole di una famosa canzone socialista, poi entrata nel repertorio delle mondine: «sebben che siamo donne paura non abbiamo, abbiamo delle belle e buone lingue e ben ci difendiamo. A oilì oilì oilà e la lega la crescerà». Sono testi di taglio biografico, brevi e filanti (fatti per essere letti ad alta voce in non più di tre quarti d’ora), che in questi modi allegri si propongono però un fine piuttosto serio: quello di riscattare dall’ombra pioniere del talento femminile che fra le prime si distinsero in discipline sino ad allora ritenute prerogative maschili, oppure in contesti famigliari che ne coartarono l’affermazione e la fama. È il caso per esempio, nella prima “serie” uscita lo scorso marzo, di Vanessa Bell (sino a oggi «la sorella di Virginia Woolf», ma di suo valente grafica, arredatrice e illustratrice) raccontata da Luca Scarlini; e ora di Vorrei far vedere una strada che va all’infinito. Lica Covo Steiner (96 pp., € 12), della quale scrive in prima persona la curatrice di collana. Una vita esemplare, quella di Matilde Maria Covo (il diminutivo «Lica» viene da Masalica; Masal equivale a Matilde, in ebraico), partigiana e artista (in quest’ordine) che finora i più ricordavano solo come la consorte di uno dei più grandi grafici del Novecento, Albe Steiner. «La sua metà», cioè, per dirla col più consunto lessico patriarcale. Che però, in questo caso, per ironia della sorte dice abbastanza il vero: dal momento che i due si firmavano insieme «Albelica» e molta parte dell’opera di lui era in effetti frutto della loro collaborazione. Alessi spende diverse delle pagine a sua disposizione per indagare il mistero di questa ritrosia femminile che un po’ sorprende in una donna, come lei, del tutto emancipata e di grande fascino personale; e da considerarsi piuttosto, allora, come frutto della sua convinzione di riconoscere al «collettivo un valore superiore a quello della somma dei singoli o delle loro singolarità». Un’idea che fa il paio, forse, con l’opzione per un’arte «applicata», alle esigenze civili e sociali della collettività appunto, che la accomunò per sempre al compagno della sua vita.

Per la cortesia dell’editore e dell’autrice presentiamo qui un estratto dal testo di Chiara Alessi, arricchito da una selezione di immagini proveniente dall’archivio Covo Steiner, per la concessione delle quali ringraziamo Anna Steiner. Il libro verrà presentato oggi, 25 aprile, alle 17 presso l’Archivio Flamigni (piazza Bartolomeo Romano 6, Roma), insieme a Una vita contro. Vittorio Mallozzi di Donatella Panzieri (Odradek 2022), nell’ambito della Festa della Resistenza iniziata l’altroieri nel quartiere romano di Garbatella, storico bastione antifascista; con le autrici intervengono Isabella Insolvibile, Marino Sinibaldi e Anna Steiner.

A.C.

[…] Qualche anno dopo la morte di Albe, avvenuta […] prematuramente il 17 agosto 1974, la figlia e architetta Anna Steiner decide con la madre di dedicargli una grande rassegna in cui confluisca tutto il lavoro monumentale della coppia (conterà ben 42 mostre) e nota che la maggior parte dei progetti, benché Lica e Albe si firmassero sempre insieme, nelle bibliografie, nei documenti e nei registri sono sempre indicati solo col nome del marito, così come la scuola milanese, intitolata a Albe Steiner, che con la delibera sollecitata da Anna dovrebbe presto affiancare il nome di sua madre a quella del padre. […] È però la stessa Lica, che gli sopravvive trentaquattro anni, a rispondere in tutte le occasioni, compreso alla figlia quando si erano messe a riordinare quel materiale, che invece “va benissimo così”. Non solo per Lica non è importante che il proprio nome sia apposto di fianco a quello di Albe, ma per lei sembra anzi importante che non lo sia.

Oggi noi sappiamo che l’importanza formale di firmare il proprio nome per una donna nel progetto corrisponde a una questione di contenuto che investe non solo un tema di responsabilità, che la donna condivide con la firma dell’uomo, ma anche un riconoscimento che non riguarda e non riguarderà solo il proprio destino, ma quello di tutto il suo genere e che ha ricadute professionali, naturalmente, ma anche economiche, sulla collettività. E Lica sa benissimo il valore della sorellanza e delle battaglie collettive condotte per l’affermazione dei diritti anche fuori da se stesse, soprattutto fuori da se stesse. […] Ma sembra proprio che questa coscienza la muova nella direzione opposta, cioè nell’annullamento dell’individualità, del caso esemplare, per la rivendicazione dell’anonimato nel lavoro professionale, ma anche politico, sociale, al fine di costruire un risultato davvero di squadra, di tutte e tutti. È così fin dall’inizio e Lica si manterrà coerente a questa idea per tutta la sua vita. […] E poi ci sono loro, i nomi, al plurale: Puslisla, Licuzzi, Masalì, i nomignoli amorosi che Albe dà alla sua compagna. Durante la Resistenza i loro nomi di battaglia sono Matilde e Aldo Stefani. Rinunciare al nome proprio non è solo un vezzo, ma non è nemmeno solo il risultato di una premura che in quegli anni li esporrebbe al pericolo di essere riconosciuti: è la scelta precisa di riconoscersi in un gruppo, di persone, ma anche di valori, di idee e di ideali, e di riconoscere al collettivo un valore superiore a quello della somma dei singoli o delle loro singolarità.

[…] Tanti e tante conoscono il disegno del faccione con la scritta “Abbasso Mussolini, gran capo degli assassini” che Albe disegnò quando aveva 11 anni e affisse nell’atrio della sua abitazione. Quando Albe aveva 11 anni, nel 1924, lo zio, Giacomo Matteotti era stato ucciso. In meno sanno che Albe lo definì il suo “primo cartello stradale” e che quel gesto – il disegno ma anche la sua precisa messa in vista nell’ingresso di casa – segnò in qualche modo la sua volontà di diventare grafico; non pittore, come avrebbe potuto, ma grafico, probabilmente perché gli parve da subito un’applicazione più “funzionale”, “utile” e “concreta” della sua arte. Il padre di Albe, Emerico, era nato in Boemia, era rimasto orfano a soli tre anni ed era emigrato in Italia, dove era diventato un importante imprenditore, tra l’altro presidente della Atala, la fabbrica di biciclette; era un collezionista di opere d’arte e un editore, con la Società, da lui fondata, degli “Amatori del libro”. Aveva sposato Fosca Titta, una pisana, sorella del cantante lirico Titta Ruffo, e di Velia Titta, moglie, appunto, di Giacomo Matteotti. […]

Matilde Maria Covo nasce il 26 dicembre 1914 a Milano. Suo padre è ebreo, nobile, di origine spagnola, a sua volta nato a Sofia, per la precisione a Rutscuck, il paese che Elias Canetti, cugino del padre, descrive in La lingua salvata. Il diminutivo Lica le viene da Masal, nome ebraico corrispondente a Matilde, da cui Masalica. Lica però ha la possibilità di iscriversi non solo a una scuola laica ma anche di essere avviata a un’educazione artistica. Come la madre, la piemontese Maddalena Stramba, anche Lica viene mandata a una scuola francese, nel suo caso l’Istituto Jeanne D’Arc, dove ha un’insegnante di pittura e una di pianoforte. Un’educazione borghese, insomma. I fratelli maggiori vengono invece avviati all’attività di esportazioni del padre e dopo alcuni spostamenti, si stabiliscono in Messico, diventando un punto di riferimento fondamentale per lo scambio con Albe e Lica di notizie e pubblicazioni della sponda oltreoceano prima, e poi ospitandoli quando per qualche anno vivranno in Sudamerica. Sarà lì che i Licalbe frequenteranno Vittorio Vidali, il comandante Carlos delle brigate internazionali della guerra civile spagnola, compagno di Tina Modotti, i muralisti Rivera, Siqueiros, Mendez, i pittori e incisori del “Taller de Gráfica Popular”, la fotografia americana e messicana, arricchendo moltissimo la loro vita personale e professionale. […]

I due si conoscono alla fine del 1937 e il 12 marzo 1938 si sposano. La bomboniera, disegnata da Albe, è un quadrato spesso di vetro con inscritto un cerchio e le lettere A. L. Nel 1939 hanno già uno studio in via Fontana 7 a Milano, sotto l’acronimo L.A.S., un marchio razionale rosso, bauhaussiano, disegnato dalla coppia: non è un monogramma, le lettere quasi non si riconoscono, è proprio un logo, un segno visivo. Nella loro carta da lettere compare la dicitura: “grafica foto pubblicità”. Poi il termine “pubblicità” scompare. Come detto, Lica e Albe si definirono sempre degli autodidatti, ma in realtà Lica studiò le arti visive nel suo percorso scolastico. La scelta, alla fine, fu di rivolgersi alla grafica – tanto da essere riconosciuti come padre e madre di questa professione che fino a quel momento era una mansione affidata marginalmente ai pittori e agli illustratori – per uno scopo preciso di utilitarismo, per la possibilità di incidere più significativamente sulla cultura dell’immagine e quindi sulla realtà del dopoguerra, rispetto alle arti tradizionali di cui entrambi si erano inizialmente invaghiti.

Il 1938 è anche l’anno delle leggi razziali. Dell’impegno antifascista di Lica e Albe. E del loro esordio nella grafica politica. Lica e Albe hanno incontri settimanali con amici antifascisti in via Rugabella. […] Si iscrivono, nel 1940, al Partito Comunista tramite Salvatore Di Benedetto, che sarà loro amico come la moglie Vittoria Giunti, partigiana, fisica, che avvicina Albe e Lica al PCI negli anni della clandestinità. Sono gli anni in cui nascono i rapporti con Max Huber, Persico e Pagano, la collaborazione con lo Studio Boggeri, con gli editori Rosa e Ballo, con Giulio Einaudi e Adriano Olivetti. Gli anni in cui si consolida l’amicizia con le grandi coppie che frequentano casa Steiner: Elio e Ginetta Vittorini, Giulio e Renata Einaudi, Gabriele e Genni Mucchi, Giangio e Julia Banfi, e poi Belgiojoso, Peressuti e Rogers, Gillo Dorfles, Ernesto Treccani e i pittori di “Corrente”, con Giuliana Beltrami. E poi Neruda, Picasso, e Calvino. Gli anni in cui si prepara la Resistenza. Il 25 giugno del ’41 nasce la loro bambina Luisa. Quelli sono gli anni in cui, nonostante la loro famiglia si allarghi, molti amici, considerati familiari, vengono uccisi. […] Quando molti amici ebrei riparano in Svizzera, i Licalbe spostano il proprio studio “clandestino” a Mergozzo, nella Val d’Ossola dove Albe sarà commissario politico di una brigata garibaldina e Lica staffetta. […] Entrambi partecipano all’esperienza dei 40 giorni di costituzione della Repubblica libera dell’Ossola, chiamata anche dell’Utopia. Albe disegna il simbolo della brigata partigiana della Divisione Val d’Ossola e lo applica come “immagine coordinata” alla carta da lettere; realizza il distintivo fuso in bronzo con Max Bill, e le tessere di riconoscimento e i fazzoletti dei partigiani. […]

Il 13 settembre 1943, nemmeno una settimana dopo l’armistizio che avrebbe dovuto porre fine alla seconda guerra mondiale, sul Lago Maggiore, iniziano i giorni della “strage di Meina”, l’eccidio nazista che coinvolse nove località e 57 persone di origine ebraica che morirono e altrettante che riuscirono a salvarsi dalle fucilazioni nascondendosi […], anche il padre di Lica viene prelevato dalla casa di Mergozzo insieme ai suoi due nipoti, cugini di Lica, ospiti dalla Francia, che erano con lui perché essendo un diplomatico pensava di poterli proteggere. Nelle notti del 22 e del 23 settembre alcuni prigionieri vengono uccisi e gettati nel lago, le loro salme appesantite da zavorre per andare a fondo più rapidamente. Il corpo di Mario Covo non verrà mai trovato.

[…] “Giravo con un’arma. Non ho mai sparato” è forse la frase che riassume meglio questa posizione. Quando in quell’intervista già citata i ragazzi e le ragazze dell’Istituto Steiner le chiedono che cosa pensi dell’esposizione del cadavere di Mussolini appeso per i piedi in piazzale Loreto, Lica risponde: “Allora mi sembrava più che logico che lo facessero fuori, però in quel modo così spettacolare mi è parso già allora contrario a quello che noi volevamo essere. Noi non dovevamo comportarci come loro”. Etica, dunque anche nella lotta. Mai odio o livore, né questioni private da saldare, ma solidarietà e uguaglianza, con la testa alta e lo sguardo acceso di chi sa di essere nel giusto. Questo significa essere partigiana per Lica, e partigiana Lica lo sarà sempre, per tutta la vita. Nel frontespizio del libro fotografico Partigiane della Libertà, pubblicato dal PCI nel 1973, Albe scrive una dedica a Lica: “Alla Puslisla, più valorosa tra le Partigiane che abbia conosciuto”. Nel 1974, mentre era in vacanza in Sicilia, muore improvvisamente, e, come era nei suoi desideri, viene sepolto nel cimitero di Mergozzo, ai piedi dell’antica casa del cuore. Sotto il suo nome e la data di nascita e di morte, incisi in una lapide di granito locale, Lica sceglie di proseguire la volontà da lui espressa in vita di scrivere su una pietra grezza solo “partigiano”, la cosa più importante della sua vita (diceva). Per lei verrà fatta la stessa cosa, nel 2008. […]

Con la ripresa della vita democratica, dopo il 25 aprile 1945, Lica e Albe lavorano alla redazione grafica della rivista “Il Politecnico” e alle mostre della Liberazione e della Ricostruzione. Il primo settimanale moderno dell’Italia repubblicana è diretto dal loro più caro amico, Elio Vittorini, ed è il lavoro a cui Lica è più legata affettivamente. Nella locandina che annuncia l’uscita del primo numero, il giornale si identifica con la Resistenza: “I caduti per la libertà di tutto il mondo ci hanno dettato quello che scriviamo” […].

Le opere che Lica invece considera la sue più importanti sono la mostra sulla Liberazione e quella sulla Ricostruzione che si tengono nel ’45 all’Ex Arengario, in piazza Duomo. C’è un pannello in particolare che cura personalmente Lica e si chiama “Noi donne”, fatto da scritte a mano, collages di stampati, foto, documenti e cartine, montati su semplici tubi Innocenti, “alla garibaldina” si legge nei loro appunti, economicissimo, che racconta la storia delle formazioni partigiane femminili e del loro rapporto con la popolazione locale, ma lo slancio è verso il futuro, in avanti. […] Questo accomuna i manifesti che Lica e la figlia Anna realizzano per i 25 Aprile e per gli 8 Marzo: linee, prospettive, segni grafici come strade che vanno avanti; scie luminose, colori, movimento all’infinito. La festa della Liberazione diventa la festa delle Donne e la festa delle Donne non può che essere per una partigiana quella della Liberazione: “una vita nuova che avrebbe dovuto essere, in piccolo, l’esempio di una futura Italia, rinnovata e giusta”. […]

Quando nel 2008 Lica e Anna si trovano a realizzare un manifesto per il 25 aprile per il Comune di Paderno Dugnano e Lica è prossima alla morte, che avverrà il 23 maggio, Anna, che lavora con lei, si fa dare indicazioni, si fa guidare dal suo sguardo finché non raggiunge un risultato che accontenti la madre, che assecondi quel desiderio allegro di sempre: “Vorrei far vedere una strada che va all’infinito, lontana”.

Chiara Alessi
Vorrei far vedere una strada che va all’infinito. Lica Covo Steiner
Electa, collana Oilà, 2023
pp. 96, € 12

In copertina: Lica Covo Steiner

Chiara Alessi

(Verbania, 1981) è saggista e curatrice nell'ambito del design e della cultura materiale. Ha pubblicato per Laterza "Dopo gli anni Zero. Il nuovo design italiano" (2014) e "Design senza designer" (2016). Per Utet "Le caffettiere dei miei bisnonni. Sulla fine dell'epoca delle icone" e per Longanesi "Tante care cose" (2021) e "Lo Stato delle Cose" (2022). Tra le altre mostre, ha curato "Storie. Il design italiano" per il Triennale Design Museum nel 2018 e "100x100 Achille" sugli oggetti anonimi in occasione del centenario di Achille Castiglioni. È autrice dei podcast "La mia Olivetti" (Premio Archivissima 2021), "Certe Cose" (Il Post 2022) e "Cosa C'Entra" che conduce ogni giorno per il “Post”, sulla storia delle cose.

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