Cyprinodon diabolis. In difesa dell’infimo

18/04/2023

E voi, a cosa servite?

Amici e colleghi non capiscono perché Edwin Philip Pister profonda tante energie per il Cyprinodon diabolis. Lo vedono trascorrere molto tempo a salvare dall’estinzione diverse specie di pesci rari che sguazzano in pozze d’acqua calda (33 gradi costanti) in mezzo al deserto. Siamo a circa cento miglia a nord-ovest di Las Vegas, nei pressi del parco nazionale della Valle della Morte. Tra queste specie niente lo muove più del Cyprinodon diabolis, un piccolo pesce blu iridescente, dai riflessi argentei e metallici, lungo circa due centimetri e mezzo, privo della pinna ventrale che gli permetterebbe di nuotare velocemente e caratterizzato da dimorfismo sessuale.

Qui, tra la Valle di Amargosa e il deserto di Mojave, sessantamila anni fa si è aperta una faglia nella terra, riempita dalla falda acquifera. Nessuno ha ancora toccato il fondo, ma “l’acqua è così profonda che i terremoti dall’altra parte del mondo la fanno sciabordare, turbando i pesci che si riproducono”[1]. Per un ragione mai chiarita – che si tratti di tunnel sotterranei, di antiche alluvioni o del ritiro delle acque – alcuni pesci sono stati separati dal resto della popolazione e sono rimasti intrappolati nel Devils Hole. Diabolico perché si tratta di una caverna sotterranea, di uno spazio impervio che pare sia il più piccolo habitat al mondo ospitante un’intera specie vertebrata. Sopravvive cibandosi di alghe che crescono sui ripiani di roccia calcarea vicino la superficie, che ricevono non più di quattro ore di luce solare al giorno.

Devils Hole, Nevada

Se il Ciprinodonte di Devils Hole si è adattato a tali condizioni estreme, il suo habitat limaccioso è minacciato dall’agrobusiness che pompa acqua dal suolo per irrigarlo, modificando una falda acquifera inalterata dal Pleistocene. Per Pister, biologo marino, specialista di limnologia (lo studio idrobiologico delle acque continentali), impegnato nello studio e nella gestione di circa settecento laghi nella High Sierra della California, tra i fondatori della Federazione Caccia, Pesca, Sport in California questa terra – isola d’acqua in un mare di sabbia – è equivalente alle Galapagos studiate da Charles Darwin. La determinazione di Pister è ammirevole: nel 1969 fonda il Desert Fishes Council e nel 1985 porta il caso davanti alla Corte suprema degli Stati Uniti, vincendo la causa.

Perché tutti questi sforzi per mettere in salvo un pesce infimo, troppo piccolo per essere mangiato (l’argomento degli aderenti alla Federazione) e senza alcuna utilità scientifica (l’argomento dei biologi)? Già, perché conservarlo? Ma perché, in primo luogo, porsi la domanda? Come se una specie vivente avesse diritto all’esistenza solo se serve a qualcosa, se ha un valore strumentale, che sia l’essere mangiato o l’essere studiato, contribuendo all’appetito fisiologico o scientifico degli umani. Il criterio dell’utilità rivela insomma una visione antropocentrica del mondo presente in ogni nostra fibra.

Così facendo, amici e colleghi di Pister sottovalutano le qualità portentose del Cyprinodon diabolis che, grazie al suo sistema renale, vive in acque dall’alto tasso di salinità, molte volte superiore a quello dell’acqua di mare. L’adattamento fisiologico dei vertebrati ad alte temperature è l’oggetto di diverse ricerche, come le sue eventuali applicazioni mediche a pazienti con malattie ai reni. Ma non è questa la ragione, anch’essa utilitaria, che spinge Pister a occuparsi di questa forma vivente minuscola e, all’epoca, inutile. “Negli ultimi anni, tuttavia, è stato incoraggiante osservare uno spostamento dell’attenzione da ciò che essi possono fare per noi a ciò che noi possiamo fare per loro, indipendentemente dal loro valore potenziale”, appunta Pister nel 1993[2].

Pister sente infatti di avere una responsabilità morale verso il Ciprinodonte (salvarlo dall’estinzione), dotato di un valore intrinseco al di là di qualsiasi beneficio terapeutico. Un punto cui i suoi interlocutori sono poco sensibili: “When you start talking about morality and ethics, you lose me”[3]. Così quando gli chiedono per l’ennesima volta “A cosa serve il Cyprinodon diabolis?” Pister, non so quanto infastidito o divertito, prende l’abitudine di rigirare la domanda ai suoi interlocutori: “E voi, a cosa servite?”. Uno scambio di battute che, nell’originale inglese, recita così: “– What good is it, anyway?”, “– What good are you?”. Stringato e veloce come in un film western o come un maestro zen che, imperturbabile, con un koan spiazza quelle certezze incrostate all’io come calcare in una tubatura.

Edwin Philip Pister

In questo modo Pister induce i suoi interlocutori più perplessi a rendersi conto che la loro stessa esistenza ha un valore al di là dei genitori, dei figli, degli amici, del partner, del padrone, della società; “anche se ci dimostriamo essere dei buoni a nulla, crediamo ad ogni modo di avere diritto alla vita, alla libertà, al perseguimento della felicità”; “La dignità umana e il rispetto che essa impone – il diritto etico umano – si fonda in ultima analisi sulla nostra pretesa di possedere un valore intrinseco”.

Riprendo qui il celebre saggio del filosofo americano John Baird Callicott, specialista di etica dell’ambiente, Intrinsic Value in Nature: A Metaethical Analysis (1995)[4]. A partire dal caso di Pister, Baird Callicott s’interroga sul valore intrinseco che ciascuno di noi si riconosce volentieri in quanto essere vivente e sulla possibilità di estenderlo ad altri elementi della natura, persino i più infimi. I viventi non-umani hanno una dignità propria indipendentemente dalla loro utilità per noi? oppure la specie umana resta la misura di tutte le cose, “di quelle che sono per ciò che sono e di quelle che non sono per ciò che non sono” come afferma Protagora nel Teeteto di Platone?

Non sfuggirà la posta in gioco: in ballo non è un mero dibattito filosofico sull’etica dell’ambiente ma una visione del mondo, un modo di rapportarsi al resto del vivente, di essere e di agire. Le riflessioni di Pister sul valore intrinseco delle entità del mondo naturale, la sua etica ed ecologia restaurativa delle specie in estinzione echeggiano la Land Ethic di Aldo Leopold. Del resto Pister studia wildlife conservation a Berlekey con Starker Leopold, il figlio di quell’Aldo che non manca di omaggiare in articoli per lo più dimenticati. Pister non ha una pagina wikipedia in nessuna lingua e se non fosse per Callicott non lo avrei mai incrociato – come se condividesse con l’amato Ciprinodonte del Devils Hole lo stesso destino.

Coleotteri sotto processo

Cambiamo scena. Gli abitanti di Saint-Julien, un piccolo villaggio a una cinquantina di chilometri da Aix-en-Provence, intentano una causa contro una colonia di tonchi o punteruoli del grano che infestano i loro vigneti. Chiedono che, al fine di placare la furia divina, si proceda all’espulsione definitiva degli insetti coleotteri “par voie d’excommunication ou toute autre censure appropriée”. In accordo con la procedura vigente, il giudice episcopale di Saint-Jean-de-Maurienne emette un atto di citazione in tribunale, invitando gli insetti incriminati a comparire in giudizio e, temendo una prevedibile contumacia, designa un procuratore che li rappresenta oltre a un avvocato. I due svolgono il loro incarico con tale solerzia da allertare i cittadini sull’esito della causa, memori che, una quarantina d’anni prima, ne hanno perso un’altra intentata contro le stesse bestiole. Come recitava la sentenza, “gli insetti, essendo creature di Dio, possiedono gli stessi diritti delle persone di vivere nel luogo”[5] e di nutrirsi di conseguenza della vegetazione. In tale occasione gli abitanti erano stati invitati a svolgere delle processioni attorno ai vigneti assaliti oltre a degli atti di penitenza: l’invasione degli insetti era infatti una punizione divina, e come tale andava riparata. Correva l’8 maggio 1546 e ora il calendario segna il 13 aprile 1587.

Allarmati, gli abitanti di Saint-Julien indicono un’assemblea generale e si convincono della necessità di scendere a patti con i parassiti, al punto da consacrargli una zona di pascolo giusto accanto ai vigneti – un usufrutto concesso ad vitam aeternam. Ma l’avvocato dei tonchi è un osso duro e, diffidente per natura, fa un sopralluogo in questo appezzamento, trovandolo sterile e inadatto ai coleotteri… I mesi passano, arriviamo al 20 dicembre e la causa è ancora in corso; ignoriamo se a vincerla furono i contadini o, come nel 1546, i coleotteri.

Studiare gli atti dei processi contro gli animali svoltisi in Europa tra il XIII e il XVIII secolo e le arringhe degli avvocati degli insetti è un’attività appassionante. Quelli di Saint-Julien sono ripercorsi nella prefazione de Le Nouvel Ordre écologique. L’arbre, l’animal et l’homme (1992, tradotto da Costa & Nolan nel 1994, Il nuovo ordine ecologico. L’albero, l’animale, l’uomo) di Luc Ferry. Lo storico dell’ambiente americano Donald Worster vede in questo processo il riconoscimento del valore intrinseco di una specie animale infima come quella degli insetti coleotteri, nonché i prodromi dell’ecologia profonda e le sue ricadute politico-giuridiche. E questo nonostante la sentenza si fondi ancora su un ordine teologico del mondo, secondo cui un’invasione d’insetti è giocoforza un flagello divino. La battaglia di Pister in difesa del Cyprinodon diabolis trova radici lontane.

Ciononostante non sono queste le conclusioni cui giunge Ferry, che fustiga quanto di più innovativo si produce nel pensiero ecologico agli inizi degli anni novanta – movimenti di liberazione animale, ecologia profonda, ecofemminismo – dimostrando il ritardo (ormai ampiamente recuperato) con cui il pensiero francese ha affrontato la questione ecologica e il dialogo con l’etologia. (Penso al pessimo articolo di Marcel Gauchet, Sous l’amour de la nature, la haine des hommes, 1990, o, per volare più alto, alla critica di Donna Haraway del divenire animale e degli animali domestici in Deleuze e Guattari.)

Ferry oppone umanesimo antropocentrico ed ecologismo anti-umanista, ovvero, da una parte, un essere umano come prodotto innaturale che trionfa sulla natura selvaggia attraverso la tecnologia e, dall’altra, “la logica di una decostruzione della modernità” propria all’ecologia. Da qui deriverebbero il biocentrismo, la critica della civiltà occidentale, l’estensione della soggettività giuridica a entità non umane e, già che ci siamo, persino le leggi naziste sulla protezione ambientale.

I processi agli animali? Un esempio paradossale della radicalità del movimento ecologico, che preferisce i coleotteri all’umano e che di fatto, è il monito di Ferry, segnano la fine dell’umanesimo europeo o, meglio, francese. Il pensiero ecologico – strascico di post-romanticismo tedesco e pragmatismo americano – sarebbe espressione di una nuova sensibilità di matrice anglo-sassone con alcune eccezioni, come l’infiltrato Michel Serres, non a caso di stanza in California come Pister!

Per un umanista francese erede dei Lumi quale si sente Ferry è inaccettabile. Deviando dal progetto illuminista cui è destinata la sua Nazione, gli eco-rivoluzionari o, semplicemente, “ecologisti” sono fautori, come riformula Worster, di “una filosofia morale che darebbe diritti all’intera ecosfera, all’intero ambiente naturale”[6]. Promuovono una tirannia anti-moderna che, davanti alla civiltà, sacralizza la natura e dimentica la separazione dell’Uomo (perché di uomo qui si tratta) dalla Natura. Preconizzano il ritorno a un mondo pre-moderno in cui gli esseri di natura hanno lo statuto di persone giuridiche. Se l’argomentazione di Ferry, che oppone una visione umanistica e una visione cosmica del diritto, è astuta quanto speciosa, il lettore ne esce stordito, incapace di distinguere deep ecology e legislazione nazista sulla difesa dell’ambiente[7]. Incapace, soprattutto, di agire davanti al Ciprinodonte.

Kill the pupfish!

Torniamo alla valle di Amargosa in Nevada, al confine con la California, terra dei Shoshone occidentali e dei Paiute del sud, al Death Valley National Park e a quel Devils Hole che, oltre ad ospitare il Cyprinodon diabolis, è stato a lungo considerata come la vasca da bagno dei minatori. E torniamo alla speculazione edilizia attorno a Las Vegas, che moltiplica il pompaggio di miliardi di litri d’acqua dalla falda acquifera, presa per un oceano sotterraneo di acqua fresca a disposizione del miglior offerente.

Nei primi anni sessanta, le operazioni estrattive prosciugano il più grande complesso di zone umide in Nevada e distruggono duemila acri di prati su terreni alcalini del Carson Slough; “Le riserve di torba, che avevano richiesto migliaia di anni per formarsi, si esaurirono nel giro di tre anni”[8].

Alla fine degli anni 1960, la famiglia Cappaert, già proprietaria di un ampio ranch a Pahrump, scava diversi pozzi, canali e infrastrutture nei pressi di Devils Hole; pompando l’acqua dal suolo, il suo livello diminuisce: nella Valle della morte il flusso delle acque superficiali e sotterranee è profondamente interconnesso. I Cappaert non intendono fermarsi, appellandosi all’“Absolute Dominion” o “English Rule”, “una dottrina del common law del XIX secolo adottata da alcuni Stati americani che consentiva ai proprietari terrieri di utilizzare a piacimento le acque sotterranee”. Ma nel 1976 la Corte Suprema, appellandosi all’Endangered Species Act, blocca lo sfruttamento di questa terra per mantenere il livello d’acqua della pozza che garantisce la sopravvivenza del Ciprinodonte, di cui viene riconosciuto il valore storico e scientifico. A questo punto i Cappaert vendono la loro proprietà al businessman Jack Soules, che intende costruire 34000 lotti residenziali, con laghi, campi da golf, hotel, un aeroporto, un’area commerciale – “The Next Las Vegas” (come se una non fosse sufficiente!).

La comunità locale è divisa: nel 1976 non manca chi propone di avvelenare le falde acquifere col rotenone, insetticida o pescicida naturale, per sterminare una volta per tutte il Ciprinodonte. Tanta mobilitazione e tanti investimenti per una manciata di pesciolini superstiti quanto invisibili: non stiamo esagerando? Non ricorda, aggiungo, il processo vinto dai tonchi nel XVI secolo? Nella regione l’affare prende una dimensione politica, e ci si schiera in due fazioni avverse. Lo dimostrano due adesivi visibili sui lunotti delle macchine: SAVE THE PUPFISH e KILL THE PUPFISH (pupfish è il simpatico nome inglese per i Ciprinodonti). È la prima fazione ad avere la meglio.

La sentenza sfavorevole ai Cappaert è solo l’ultima tappa di un lungo processo: nel 1966 è promulgato l’Endangered Species Preservation Act; nel 1969 è costituto il già citato Desert Fishes Council in cui opera il nostro Pister, che nello stesso anno salva dall’estinzione il Cyprinodon radiosus; nel 1970 si forma la Pupfish Task Force, supervisionata dal Dipartimento degli Interni degli Stati Uniti; nel 1973 l’Environmental Protection Act garantisce la protezione di diversi habitat e specie acquatiche negli Stati Uniti; negli anni 1970 i nativi americani combattono in tribunale affinché gli sia riconosciuto il diritto al controllo dell’acqua delle loro zone. Nel 1984 viene infine creato l’Ash Meadows National Wildlife Refuge, grazie al contributo di biologi, volontari e membri della comunità locale (quelli di SAVE THE PUPFISH).

Da allora gli scienziati si immergono una volta ogni due anni nel Devils Hole per contare il numero di Ciprinodonti restanti: 220 nel 1966, 553 nell’agosto 1977, il record assoluto, tanto più sorprendente che nel 1972 il livello dell’acqua cala a poco più di un metro lasciando scoperta oltre il sessanta percento della piattaforma di calcare dove il Ciprinodonte cerca cibo e depone le uova. Considerando i flussi stagionali di riproduzione, la popolazione resta stabile nel 1972-1996 (324) ma da allora precipita: 171 nel 2004, 85 nel 2005, 38 nell’aprile 2006, 35 nel 2013. Gli scienziati non sanno spiegarsi questa curva discendente malgrado le precauzioni; e allevarlo in cattività o conservarlo ex situ è difficile. Tuttavia il trend negativo non dura e se nel 2018 se ne contano 187, nel 2022 salgono a 263.

Il Cyprinodon diabolis vive e lotta insieme a noi.

Monumento sotterraneo

Insieme a noi? Volevo fermarmi qui, limitandomi a rendere omaggio a Pister, recentemente scomparso, ma è necessario un ultimo passo (che il lettore si prepari a un’incursione nei meandri più sordidi dell’animo umano). Fine aprile 2016, nel cuore della notte, tre uomini sulla trentina, dopo esser andati a caccia di conigli, dato fuoco a un fuoristrada e fatto saltare dei cartelli stradali, si avvicinano alla zona protetta del Devils Hole, circondata da una recinzione alta oltre tre metri. Il cancello è sprangato, anche se i sensori dell’allarme sono disinnescati a causa di un barbagianni che, abituato ad appollaiarsi lì, fa scattare l’allarme. Tirano dieci colpi di fucile (siamo negli Stati Uniti) per forzare l’apertura. Già sbronzi, bevono tre lattine di birra e le buttano nell’oasi. Lasciano scatole di munizioni da fucile, bossoli di cartucce nuove ed esplose nell’oasi.

Pisciano nell’oasi. Vomitano nell’oasi. Ruttano e scoreggiano nell’oasi, ma almeno senza effetti sull’ecosistema – la chiamano omosocialità. Infine uno si spoglia ed entra nell’acqua calda del Devils Hole, schiacciando coi piedi la piattaforma piena di alghe, unico luogo sul pianeta Terra in cui il Ciprinodonte si ciba. È la stagione della riproduzione e all’epoca ne restano meno di 115. Ma è anche primavera, il tempo è bello e il tipo ha caldo.

Il giorno dopo le sue mutande ancora galleggiano sull’acqua; devono essere il primo paio di mutande viste dal Ciprinodonte da quando si è creata la faglia geologica; devono pensare che appartengono al più minus habens tra i viventi che gli è capitato d’incrociare. Accanto all’indumento intimo un Cyprinodon diabolis galleggia sulla superficie, morto.

Le camere di sorveglianza riprendono le bravate dei tre e grazie al footage gli agenti riescono a risalire alla jeep Yamaha Rhino truccata che l’incauto conducente ha messo in vendita su un sito on line. Nel 2018 il bagnante è condannato a dodici mesi e un giorno in prigione, a una multa di 15000 dollari e al divieto di mettere piede sulle terre pubbliche federali per il resto della sua vita. Da allora ci sono più telecamere, più filo spinato, più segnali che vietano l’ingresso nell’area protetta: più che una riserva naturale sembra una prigione en plein air.

Devils Hole, ph. Luna Anna Archey, High Country News

Un paio di mutandone sporche di merda e uno degli ultimi Cyprinodon diabolis senza vita, una creatura che ha dimostrato di saper sopravvivere in ambienti estremi per quasi cinquantamila anni attraversando diverse ere geologiche. L’immagine è truce ma ha perlomeno il vantaggio di distinguere gli infimi dagli infami…

Sono gli esseri umani che perturbano l’equilibrio degli ecosistemi, sono gli esseri umani che proteggono gli ecosistemi a rischio e sono sempre gli esseri umani a vanificare questi tentativi nello spazio di una notte, distruggendo un habitat che protegge una specie vivente in via d’estinzione. “Save the Pupfish”/“Kill the Pupfish”: al di là di tante speculazioni e sottigliezze, dai processi ai tonchi all’attivismo di Pister, la questione oscilla tra questi due poli, espressione della nostra straordinaria capacità di creare, proteggere o distruggere la vita umana e non-umana.

Come scrive l’artista Kim Stringfellow, autore del documentario The Mojave Project, “Devils Hole funge da presagio nel tempo profondo, ricordandoci l’interconnettività della Terra che ci lega attraverso i suoi processi geologici; questi continueranno a lungo una volta che le nostre vite umane saranno cessate […] Devils Hole ci offre un’esperienza contemplativa periferica in una grande falda acquifera che merita di essere riconosciuta, sia sopra che sotto la superficie terrestre, come una sorta di monumento nazionale sotterraneo che la maggior parte di noi non sarà mai in grado di sperimentare direttamente”[9].

Esistono monumenti non eretti verso l’alto ma scavati nel sottosuolo, monumenti nati non per essere ammirati ma per restare invisibili, parte integrante dell’ecosistema globale. Esistono monumenti nazionali costituiti non da alti basamenti e sculture antropomorfe ma da esseri viventi, non da umani che hanno fatto la storia, spesso quella dei vincitori, ma da animali infimi. Infimi e inferi, sopravvivono nelle cavità dell’inferno malgrado o grazie a noi.


[1] Paige Blankenbuehler, How a tiny endangered species put a man in prison, in “High Country News”, 15 aprile 2019.

[2] E. P. Pister, Species in a Bucket, in “Natural History Magazine”, 102, 1, January 1993, pp. 14-18.

[3] Edwin Pister, “A Pilgrim’s Progress from Group A to Group B”, in J. Baird Callicott (a cura di), Companion to A Sand County Almanac, University of Wisconsin Press, Wisconsin 1987.

[4] John Baird Callicott, Intrinsic Value in Nature: A Metaethical Analysis, in “Electronic Journal of Analytic Philosophy”, 3, 1995, poi in Beyond the Land Ethic. More Essays in Environmental Philosophy, New York, SUNY Press, 1999, pp. 239-261.

[5] Donald Worster, The Rights of Nature. Has Deep Ecology Gone Too Far?, in “Foreign Affairs”, vol. 74, n. 6, novembre-dicembre 1995, pp. 111-115, cit. p. 111.

[6] Id., p. 111.

[7] Cfr. Hervé Kempf, La Baleine qui cache la forêt. Enquête sur les lieux communs de l’écologie, La Découverte, 1994, pubblicato anche come Luc Ferry, un modèle de manipulation intellectuelle, in “Reporterre”, 5 settembre 2011.

[8] Kim Stringfellow, Mojave Project: Devils Hole Simulacra, in “Link tv”, 18 ottobre 2015.

[9] Id.

Riccardo Venturi

insegna Teoria e storia dell'arte all'università Panthéon-Sorbonne di Parigi. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.

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